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giovedì 18 dicembre 2014

I Racconti di Bisacquino

I Racconti di Bisacquino





 Saverio Di Vincenti


LA NEVE A BISACQUINO

Santo Cancelliere, provvisto di un bottiglione, si stava recando a piedi nel quartiere Montonello, perché ci aveva una stalla, dove ci teneva una botte con il vino. In strada, c’erano un dieci persone, tra cui Pietro Fiume che gli dava un passaggio con il suo carretto attrezzato con un mulo, intanto che cercava di districarsi nell’asfalto gelido. Sul carretto, i due si riparavano alla meglio con delle mante e nel mentre che nevicava, attraversavano con il carretto la piazza Scavotto poi la Via Santa Lucia ed infine la Via Roma. In questa via, per pochi minuti, nei pressi della Salita Segretario, Pietro Fiume fermava il carretto, per fare passare il capraio Filippo Guardacoste che con suo cugino Onofrio Cucina, accompagnavano, ad occhio, una cinquantina di capre, dalla mannara della Via Montagna agli stalloni della Pirrera.
Aveva nevicato tutta la notte e Santo Cancelliere osservava dal carretto, che la neve finanche copriva i terreni a valle lungo il fiume Bruca, che si trovavano vicino il feudo di Tarucco, un velo bianco, continuo, si perdeva tra i monti di Santa Maria. Sul carretto, Pietro Fiume commentava quel giorno con la neve e si discuteva del fatto che nella discesa della Piazza Triona era facile poter scivolare per il carretto, potendosi andare a tenere fino a davanti al fondaco di Pietro Ringhiera. Per questo, il carretto, arrivava, con non poche difficoltà nella piazza andandosi a posteggiare vicino al carretto di mastro Salvatore Veccia. Quel giorno, nella piazza c’erano tante persone, alcune, erano coperte con delle mantelle, altri con dei paltò, diversi con degli scialli, perché, c’era un freddo da neve. La piazza, era una tipica piazza siciliana, con tanti venditori, per questo, Pietro Fiume vi comprò castagne calde e fave abbrustolite, perché a quei tempi si aggigliava dal freddo. Il carretto di Pietro Fiume, riprendendo la sua corsa, superata la casa di Esposito Spuntone, da dove si diramavano tre strade, attraversava ora l’arco dei Bruno e puntava diritto verso la stalla del vaccaio Michele Riposto. Santo Cancelliere, che era sul carretto, intanto, si accorgeva che sotto l’arco di San Vito si stava riparando dalla neve Gaetana Principale. Santo Cancelliere, quella mattina era equipaggiato con scarponi, per questo non sapeva se andarsi a presentare, comunque, Santo Cancelliere che non era sposato, se ne fregò di andare a prendere il vino, lasciò il bottiglione sul carretto a Pietro Fiume e si andò a dichiarare a Gaetana Principale che era signorina, nevicava buono. 
Frattanto, Pietro Fiume dava col carretto un passaggio a Luigi Sarraco, che aveva perso una capra all’alba. La capra sicuramente si era smarrita nella zona della Villa e Luigi Sarraco pensava che se non la trovava era costretto ad andare dal banditore del paese per divulgare l’episodio. Luigi Sarraco per questo scese nella zona dove viveva il banditore Salvatore Lista. Il carretto prosegui con Pietro Fiume verso il quartiere di Sant’Antonio. 
Il banditore del paese, Salvatore Lista, lo stesso giorno abbanniò nella Piazza Triona che s’era persa la capra di Luigi Sarraco e qui ci fu una risata generale da parte dei presenti, perché, Luigi Sarraco non era la prima volta che sbagliava a contare le capre e ne lasciava qualcuna per il violo. 
Comunque, in quello stesso giorno Santo Cancelliere, dopo l’esito positivo della dichiarazione andò a parlare con il padre di Gaetana Principale per spiegare il matrimonio.
Oggi e l’anno si maritarono, testimoni di matrimonio per lo sposo furono Pietro Fiume e Luigi Sarraco. 
Per quanto riguarda la capra circola in paese voce che fu venduta alla fiera di Ribera.



COMPLEANNO A BISACQUINO

Nella casa di Rosalia Belvedere, che quel giorno festeggiava il compleanno, quel giorno c’era movimento, perché si apparecchiava per tutti gli invitati.
Con l’arrivo del corteo con a capo il fidanzato Andrìa Montagna, detto Niria, il gruppo si organizzò nei tavoli sistemati nei vari punti della casa.
Proprio, in quel momento, l’orchestra, che si trovava nella stanza grande, incominciò a suonare la romanza “il volo degli angeli”.
Dopo poco, Rosalia Belvedere, fece ingresso nella stanza grande  e cominciò a fare largo ai parenti.
Mastro Domenico Belvedere, padre di Rosalia, che si trovava in questa stanza, quel giorno aveva anche altri pensieri, perché doveva sorvegliare la figlia Gaetana, a cui aveva dato il consenso di frequentare in casa Michele La Farina, che giustamente era seduto in un’altra stanza.
Vito Previdenza cantava e Bastiano Prospero con l’orchestra l’accompagnava, quando, incominciò il pranzo.
Oltre il pane ed il vino locale, per primo fu servita della pasta di casa a forno, detta incaciata, condita con del sugo di pomodoro, del formaggio e della carne. Per secondo delle bistecche impanate, uova dure e dell’insalata. In ultimo, delle aranciate, il riso con il dolce ed i cannoli di ricotta della casa.
Intanto mastro Domenico, che postiava la figlia Gaetana, aveva visto che lei aveva taliato a Michele La Farina, per questo l’aveva fatta cambiare di posto.  
Intanto, i vicini di casa, che erano stati invitati perché si teneva il “sono”, sentendo che l’orchestra aveva attaccato e che quindi si era cominciato “ad abballare” cominciavano a presentarsi, tra cui Filippo Corazza.
Mastro Domenico Belvedere, quando si accorse che nella sala era entrato Filippo Corazza che voleva la figlia Giuseppina, tra di lui pensò, “misca è gia sono tre da controllare” e chiese ausilio alla moglie Vincenza che non era della sua stessa opinione, infatti diceva “falli addivertiri ca su picciotti”.
Durante i balli mastro Domenico Belvedere, controllava se le figlie ballavano larghe con i loro spasimanti, mentre Paola quando erano sedute invitava le figlie a ballare un poco più strette.
Il bello successe quando Francesco Belvedere, che era un poco nsolle disse “Attacca Bastastià” e comincio a chiamare la cuntrananza con la frase “e na va e na vè masculi e fimmmini a lu cuntre”.
Niria Montagna andò ad invitare Rosalia Belvedere, Michele La Farina andò ad invitare Gaetana Belvedere e Filippo Corazza a Giuseppina Belvedere, in quella confusione causata dalla tarantella non s’è ne capì più niente e mastro Domenico Belvedere pensò “chista è porta chi un spunta”.
Insomma alla fine della tarantella addirittura le tre coppie camminavano a braccetto.
Intanto Vincenza Caltabellotta, madre di Rosalia, si avvicinava a Mariano Scordato, che era dilettante in questo, perché si doveva fare una bicchierata con il rosolio per i fidanzati.
Così, Mariano Scordato, si mise a capo di un tavolo circolare, u tunnu e intonò nel silenzio della stanza:
Nna stu paise di Busacchinu, abbunnato di alive e di vinu, con spiche e furmento, natri ni truvamu nna stu tempu. Andrìa ha avuto chistu piaciri, di vuliri a  Rusalia Bilvidiri, e nna chista sira di filicità, cu cumpari e parenti si trova ccà. Di San Franciscu di Paula a la Badia, tutti nni misimu pi la via, pi chista granni occasione, e pi chista granni rializzazione, picchissu, cù stù vinu accussì  finu, ci fazzù un brinnisi a li ziti, cu tuttu Busacchinu.
Così mentre la gente si andava a complimentare con Francesco Belvedere, perché  pareva studiato, Domenico Prospero attaccava a suonare “il brindisi della Traviata”, mentre la gente, brindando con il rosolio, faceva gli auguri di buon compleanno a Rosalia e nella stanza grande si cominciava a servire la cassata che concludeva la serata.



SICURAMENTE PIOVEVA

Michele Sarraco giunse al Los Angeles International Airport (LAX) intorno alle cinque della sera, di quel giorno di dicembre. Era un uomo sui cinquanta, occhi cerulei, capelli grigi. Indossava un vestito blu, al quale aveva attaccato un paltò. Al Lax Transit Center andò a quindici giorni prima con la memoria il Sarraco, ritrovò quelle immagini dell’aerostazione. La hall era molto frequentata, prese un caffè al bar, chiese il giornale della sera e si avviò verso l’uscita dopo di avere preso i bagagli. I grattacieli, della città di Los Angeles, i ponti e le super strade erano ora di fronte a lui. Aveva vissuto in questa città diciotto anni, per questo di essa conosceva ormai ogni angolo, inoltre, facendo l’autista nella MTA, l’azienda pubblica locale di trasporto urbano, spesso gli era capitato il turno in diverse zone di Los Angeles. Michele Sarraco, poco dopo salì anche lui su di un bus dell’ATL (Metropolitan Transportation Authority). A Michele Sarraco del suo lavoro quello che più l’affascinava, era il sapere che aveva potenzialmente migliaia di colleghi a cui rivolgersi che guidavano per la città per la stessa ditta, anche per questo, scambiò qualche parola con l’autista di turno. Il bus fece capolinea tra S. Grand e la Quinta Strada. L’abitazione di Michele Sarraco si trovava nelle vicinanze. 
Michele Sarraco decise di andare a piedi, gli piaceva camminare mentre cadeva la pioggia. Pioveva piano e l’oscurità della sera che si avvicinava, colorava i lampioni, già accesi, di una luce esclusiva. Durante il percorso, il Sarraco, ripensava al suo viaggio in Sicilia dov’era nato e ricordò tanti anni prima, che a Bisacquino, il suo paese, c’era la neve e la luce pubblica, durava si e no qualche ora ogni sera. Poi, Michele Sarraco, attraversò un passaggio pedonale e raggiunse la Quinta Strada prendendo dal lato destro del viale. Accanto ad una fermata del metrò, buttò lo sguardo nella locandina del cinema, c’era un immagine di Frank Capra; era nato nel suo stesso paese ( di quasi cinquemila abitanti) ed ora vivevano nella stessa città. Da un bar, con l’insegna della birra Messina, uscivano un gruppo di persone, quando Michele Sarraco scelse di attraversare la strada, ormai era quasi giunto. All’ingresso del palazzo dove abitava c’era dietro il bancone il portiere, un uomo di mezza età, capelli scuri, occhi castani, piccolo di statura che gli chiese notizie del viaggio. Dopo di avere preso uso delle camere, Michele Sarraco decise di accendere la TV, era un modo per ritornare alla realtà dopo quel lungo viaggio in Sicilia. Poi, passo più di un’ora ad andare in giro per la casa a pensare, a ricordare particolari, situazioni ed incontri, anche se gli sembrava tutto alquanto diverso rispetto alla sua casa di Bisacquino, ma, in fondo, era contento di aver fatto quel viaggio e già si riproponeva di ritornarci. Nella segreteria telefonica trovò un messaggio di Laura e ne fu contento.
Erano le nove della sera, quando immaginò quello che in quello stesso istante stava accadendo a Bisacquino, dove con il fuso orario con più nove ore rispetto al Los Angeles dovevano essere le sei del mattino.
In quell’alba a Bisacquino Santo Riposto, che faceva il vaccaio, si sarebbe recato nel quartiere Acquanova, perché ci aveva delle stalle. Il capraio Filippo Guardacoste con suo cugino Onofrio Cucina, avrebbe accompagnato, ad occhio, una cinquantina di capre, dalla mannara di Via Montagna agli stalloni della masseria. Molte donne si sarebbero recate a riempire d’acqua delle quartare di creta alla sorgente dell’Acquanova. Il pecoraio Michele Spuntone si sarebbe recato con le sue pecore nella contrada Giancavallo. Saverio Alvano avrebbe aperto come al solito la piazza. 
Sicuramente pioveva e la lavina avrebbe attraversato la via Acquanova nel mentre che un arcobaleno colorava il cielo di una luce particolare.




INCONTRO A BISACQUINO

Andrìa Montagna, che era andato a trovare il cugino Pasquale Ruetta, per l’acquisto di due tummina di terra, in contrada Balatazza, sotto un paracqua scuro, quella sera di settembre che pioveva a tempesta, percorreva a piedi il Vicolo Ceravolo, una stretta scalinata, scansando l’acqua della lavina e dei canaloni.
Poi, superato uno scacchiere, con cinque porte, era giunto in un arco, che era attaccato a quelle case riunite. 
L’arco nella parte interna, aveva il tetto portato a livello, invece, esternamente, dai due lati, aveva una forma curva.
Sotto quest’arcata, illuminata da un lampione, dalla luce nebbiosa, si era riparato, dal lato della Via Colca, per la tempesta che era sopraggiunta. 
Nel frattempo, altre due persone si erano messe sotto l’arco. Erano una bella donna sui venticinque anni d’età, con gli occhi di colore celeste ed i capelli biondi ed un ragazzo più piccolo d’età, che poteva avere sì e no quindici anni. 
Nei loro visi, c’erano delle rassomiglianze, in effetti, si trattava di Pasqua Belvedere e del fratello Luigi.
Andrìa Montagna ebbe il tempo, di incrociare lo sguardo con quello di Pasqua che gli stava di fronte, quando cominciò a piovere ancora più intensità.
Dato il maltempo, l’appoggio reciproco era essenziale; per questo, Andrìa aprì la discussione, intanto che, lontano, c’erano lampi ed il rumore dei tuoni.
Pasqua rispose alle sue affermazioni, così, cominciò la conversazione.
Il dialogo si prolungò per un paio di minuti, fino a quando il tempo cambiò in meglio.
Dopo i saluti, mentre cadeva la pioggia e soffiava forte il vento, per direzioni opposte, Pasqua e Andrìa continuavano il loro cammino, tra vicoli stretti e quasi al buio.
La strada che Andrìa percorse era la Via Colca, che doveva essere con molta probabilità una strada molto antica, forse d’origine saracena, perché nelle mura esterne delle case, dove c’era l’arco, si trovavano congiunte due lunghe scale di pietra, una a destra e l’altra a sinistra.
Dopo di avere passato, davanti una stalla, Andrìa, incrociava una mula carica d’olive, con l’accompagnatore, fornito d’incerata, che si stavano recando in un oleificio poco distante. 
Poco dopo, Andrìa, giunse davanti la porta d’ingresso della sua abitazione.
L’apertura principale della casa era composta da due porte, una chiusa da dentro con una stanga, l’altra, che invece si poteva aprire, dall’esterno, con una voluminosa chiave in ferro, coniata in maniera artigianale nel luogo.
Dato che pioveva, Andrià cercò con premura la chiave, da una delle tasche della giacca.
La chiave fece dei giri nella toppa e, dopo tre firrioni, la porta che era a sinistra, alzando un lucchetto, si aprì. 
Andrìa viveva da solo, ancora non sapeva che avrebbe sposato Pasqua.



UNA LUCE PARTICOLARE

Era inverno, un rovinoso temporale, quella sera si era abbattuto sulla città di Los Angeles. Un torrente, di notevole proporzione, scendeva, tra la Quinta Strada e S. Grand, oltrepassando i ponti e le super strade. Nello stesso istante, i cavi della metrò, in prossimità, forzate dalla pioggia, provocavano un corto circuito alla centrale elettrica principale e buona parte della città restava al buio, intanto che un forte vento la percorreva. 
Un bus dell’ATL, quella sera passava da lì. Nel bus c’erano all’incirca quaranta persone tra cui il conducente Michele Sarraco ed il bigliettaio Laura Hoeffer che avevano avuto disposizioni dal centro radio di fermarsi esclusivamente in un posto sicuro con l’obbligo di non far salire altri passeggeri.
Il torrente, aveva assunto notevoli dimensioni, sostenuto dai ruscelli non contenuti dai tunnel scavati sottoterra. Il ponte che l’autobus ora percorreva, per questo rischiava di crollare. Nel cielo imperversavano i lampi ed i tuoni quando i passeggeri, tentavano di potenziare gli sportelli.
Il conducente Michele Sarraco era un uomo sui cinquanta, nato in Sicilia nel paese di Bisacquino si era trasferito in America anni prima. Il bigliettaio Laura Hoeffer, invece, aveva trentotto anni ed aveva vissuto sempre a Los Angeles. Entrambi vivevano da soli.
L’autobus, adesso, circolava nella Quinta Strada, infilandosi in mezzo al traffico caotico per il corto circuito e per la nebbia. Janne Vibar, ingegnere dell’università, era salito tre fermate prima e dava indicazioni al Sarraco sulle strade da evitare. Sopra al bus, viaggiava anche Holand Wehr, operaio dell’ azienda locale pubblica di segnaletica che dava dei ragguagli sulle banchine invisibili. L’autista Michele Sarraco, cercava, intanto di eludere un muro d’acqua indotto da un cavalcavia, sperando in un prodigio della Madonna del Balzo. C’era buio in tutta la città e le periferie, finanche i migliori hotel attrezzati con gruppi elettrogeni non riuscivano a garantire una visibilità apprezzabile. Nella parte alta di S. Grand la bigliettaia Laura Hoeffer consigliò di dirigersi verso l’industria farmaceutica, lì sarebbe stato agevole poter posteggiare. Il bus si fermò, proprio, nel parcheggio attrezzato della fabbrica ed i passeggeri furono condotti, passando attraverso un tunnel sotterraneo, al centro commerciale. 
Dopo le ore ventidue, la pioggia cominciò a cadere con meno intensità. Il frastuono del filo d’acqua nei canali era lieve ed in ugual modo quello dei torrenti. Poi, i lampioni della città si accesero, ed i clacson delle vetture, in piena notte, suonarono a festa. Attraversando il tunnel del centro commerciale, i passeggeri, ritornarono sul bus. Durante questo tragitto, Michele Sarraco era convinto che nel momento più difficile, dal cielo qualcuno l’avesse aiutato, portando lontano le acque rotolate dal cavalcavia. 
Non pioveva più a Los Angeles, quando, arrivò la comunicazione dalla centrale che il bus poteva riprendere la propria corsa. 
Alle ventitre e quindici, il bus fece rientro alla rimessa. Laura Hoeffer e Michele Sarraco, visto che avevano terminato il loro turno decisero di fare una passeggiata in centro. 
Los Angeles appariva, stupenda, come sempre, con i suoi fanali, i ponti, i grandi palazzi, le super strade, i negozi e quei milioni di persone che la percorrevano. Era già notte e c’era un freddo intenso quando Laura Hoeffer e Michele Sarraco guardandosi dentro gli occhi scorsero una luce particolare in un manto coperto di stelle.



LA BISACQUINO D'ALTRI TEMPI

L’estate, dipingeva Bisacquino di immagini suggestive, le luci del giorno si univano con l’ombra delle case ed una luminosità nuova, si stendeva su quel paese, sui campanili, i palazzi, le case e le botteghe per poi perdersi nei viali, nelle strade e nelle viuzze che confluivano nella piazza. 
Vittorio Montagna, di lì a poco, con la sua famiglia e gli invitati del suo lato, si portavano nella Via Santo Cono, quel caldo giorno di Settembre. 
Nei pressi della Chiesa che faceva angolo con la Via Santo Cono, Vittorio, buttò lo sguardo verso la casa di Gaetana.
In questo scenario, delle donne intanto incominciavano a prepararsi per vedere passare la zita. 
C’era il sole quel sabato mattina e le case illuminate offrivano ai ragazzi invitati al matrimonio una luce senza eguali.
Davanti la casa di Gaetana gli uomini presero posto in prima fila compreso Vittorio, mentre le donne inclusa la sposa chiudevano il corteo.
La sfilata, composta da un centinaio di persone, attraversava la Via Santo Cono, scendeva poi la Via San Francesco di Paola e giungeva nella Via Acquanova, da qui faceva il suo ingresso nella Piazza Triona.
Durante il tragitto, tante persone in strada o dai balconi assistevano a queste scene, commentando il portamento di Gaetana. 
Salvatore Montagna padre di Vittorio, ricordava, nel frattempo, ad alcuni parenti, il giorno del suo matrimonio, erano epoche difficili, non c’era l’America.
C’era tanta gente nella piazza ed il suono a distesa delle campane, annunziava questa festa paesana.
Erano le ore undici e venti di quel dieci settembre, quando i novelli sposi fecero il loro ingresso nella Chiesa Madre, illuminata a festa con le candele nell’altare maggiore.
Con gli occhi di chi viene da fuori, entrando in quella Chiesa, Gaetana ebbe l’impressione in quella giornata, regalata dal Cielo, di raggiungere un sogno.
Poi, durante la cerimonia ad Andrìa passò una fede d’oro ed a Gaetana una d’argento, perché la consuetudine era questa.
Alla conclusione del matrimonio, la sfilata, che attraversò le stesse strade di prima, era aperta questa volta dalle donne, compresa la sposa.
Vicino a Gaetana, stavano in prima fila le ragazze che ancora non erano sposate, vestite eleganti per l’occasione, le donne più anziane, invece, indossavano degli abiti a giacca accoppiate a delle scialline di svariati colori, tra di loro si chiamavano commari. 
Vittorio, camminava con il corteo dietro, quel giorno, era più confuso che persuaso. 



L'AUTOBUS PER BISACQUINO

Vincenzo Fontanetta arrivò dall’America alla stazione di Palermo verso le otto della sera, andò ad accoglierlo il cugino Francesco Villarosa; trascorsero la notte in una locanda di proprietà di un bisacquinese nei pressi della Discesa dei Giudici. 
La mattina successiva dalla Discesa dei Giudici si spostarono nella Via Roma, un disegno animato, inizio novecento, uno scenario difficile da trovare, era ora di fronte a loro. Vincenzo Fontanetta non aveva mai visto la Via Roma di mattino presto, restò meravigliato nel vedere già la città piena di persone che anche quel giorno avrebbero vissuto la loro vita. 
Proseguirono in quel corridoio, tra gli illustri palazzi stile liberty, si diressero poi verso il Corso Vittorio Emanuele.
Aprì su Bisacquino, il Villarosa, la conversazione. 
“Questo paese, era diventato importante, prima passava, considera che avevano rifatto lo stradale e la ferrovia era trafficata ed era stato collegato bene anche con Burgio. Solo che finita la guerra, per la mancanza di lavoro e per il fatto che per otto mesi all’anno si sta sotto la neve e c’è freddo la gente ha ricominciato ad emigrare. Ci s’incontra sempre al teatro, che funziona ora solo da cinema, ma come prima anche nella piazza, perché è sempre piena di gente, di giorno e di notte”. 
Attraversarono una parte del Corso, poi arrivarono al Cassaro. 
Il Fontanetta raccontò al Villarosa un libro di Giuseppe Natoli, che raccontava questi luoghi agli inizi del settecento, poi si spostarono a Piazza Marina.
L’autobus per Bisacquino era alle otto del mattino, giusto il tempo di prendere una granita all’aperto al bar Lumia.
L’autobus si mosse puntuale alle otto, di quel caldo giorno d’estate da Palermo. Successivamente si avviò per lo stradale di Marineo e proseguì nella statale per il paese di Corleone, poi l'autobus, sopravanzò l’abitato di Campofiorito.
Le trattazioni tra i due si basarono su di un resoconto particolareggiato dei parenti, sui loro impieghi e sui ricordi d’infanzia.
Lungo le terre dove la vettura andava, si vedevano i vasti feudi, dai terreni di colore ruggine lavorati. 
Arrivarono a mattina inoltrata.
Si innalzava all’inizio del paese, una collina del Calvario, sulla quale si stendeva una lunga scalinata, che dirigeva alla Chiesa, posta nel piazzale in alto.
Il paese di Bisacquino, si presentava con tante case, riunite al modo di cortili, costruite con dei blocchi di pietra murati con della calce. Le costruzioni erano elevate senza un piano preciso su strade già esistenti. 
L’autobus fece una fermata vicino l’arco di San Vito ed i due scesero. La casa di Francesco Villarosa si trovava nelle vicinanze.
La casa si trovava, di preciso, nella Via Mancuso, esattamente adagiata su di un bastione.
Robusto di corporatura, altezza regolare, Filippo Villarosa, padre di Francesco, di anni sessantasette, in compagnia del suo sigaro, stava sistemando il forno a legna per infornare il pane, mentre la moglie Vincenza, di anni cinquantasei, con la figlia Bernarda avevano steso della farina sopra il tavolo e si accingevano ad impastarla con dell’acqua e del lievito di birra. 
Vincenzo Fontanetta venne accolto in cucina, in realtà, l’incontro con gli anziani zii fu più caratteriale, non si notavano i tanti anni di assenza che stavano nel mezzo.
Nella casa c’era anche la figlia Giuseppina, che lavorava al telaio, perché a Giugno doveva sposarsi con Pasquale Rimi, che aveva come ingiuria”biviratura”, proprietario del mulino della Grazia. 
La famiglia di Filippo Villarosa, fratello della madre di Vincenzo Fontanetta, era composta con lui da nove persone. 
La moglie Vincenza ed i figli Maria, Luigi, Saverio, Rosalia, Giuseppina, Bernarda, Paola e Francesco; alcuni di loro, che erano i più grandi, si trovavano sposati con prole, mentre altri erano già in età da matrimonio.
Vincenzo Fontanetta, restò a vivere a Bisacquino, nella casa paterna e sposò la cugina Bernarda Villarosa, in paese si dice “ca su misiru dintra



LA LAVINA A BISACQUINO

Subito dopo, di avere comprato del tabacco, nella putia di mastro Ferdinando, che si trovava nella Piazza Triona, Francesco Belvedere andava su per la Via Acquanovala Salita Perricone e, arrivava, nella Chiesa di San Francesco di Paola. 
La casa di Rita, si trovava, nella parte alta del paese, allo stratonetto, esattamente, adagiata su di un bastione. 
Attraversata la chiesa, Francesco giungeva dove c’era la porta d’ingresso dei Belvedere, per capirci vicino o muntuneddo. 
Nel fabbricato, illuminato da alcune lampadine ad olio, in compagnia del suo sigaro, mastro Domenico, padre di Rita, stava accomodando il forno a legna. 
La moglie Teresa, invece, con le figlie era al telaio ed aveva posato della biancheria in un cannistro sopra il tavolo per cucirla. 
Francesco Belvedere fu chiamato con l’appellativo di Ciccò, traduzione dialettale del nome, perché era così; questi disse che era stato anningato da Onofrio Cucina per chiedere la mano della nipote Rita.
Nell'interno della casa, Francesco Belvedere, nella prima stanza, rivide un armadio di piscepaino che era appartenuto ai suoi genitori. 
Domenico Belvedere, padre di Rita, dopo di avere sentito la notizia dal fratello, sostenne che anche se si trattava di un buon partito, era persuaso che Rita “Poteva scippare meglio”.
Invece, la moglie Teresa, che ancora aveva quattro figlie femmine da sistemare e si spaventava che qualcuna “ci sarebbe rimasta dintra”, faceva come una magara, per convincere il marito. 
In ogni caso, non era una decisione, che si poteva prendere quella sera, per questo, il discorso fu rinviato al giorno seguente perché si dovevano prendere delle informazioni. 
Rita Belvedere, aveva venti anni, capelli castani occhi bruni, viso grazioso, si occupava di prepararsi il corredo e già era a buon punto. 
Erano passate le nove della sera, quando Francesco Belvedere uscì da quell’abitazione, in compagnia del nipote Bernardo, fratello di Rita, non prima, di avere accettato, un bicchierino di rosolio……. fuori pioveva. 
Domenico Belvedere, intanto, cercando di non essere osservato dai vicini, lanciava con la moglie Teresa, della mobilia cascante e del materiale di costruzione nella lavina, perché giorni prima, aveva avuto i mastri.
Era uso, infatti, che nella lavina, un corso d'acqua che si formava nel centro delle strade, in discesa, quando diluviava, le persone gettavano varie cose, trovandosi il paese in pendenza, soprattutto pezzi di mobilia, sterro, sabbia ed altro materiale, oppure, alcuni si pulivano le stalle, tra le recriminazioni dei vicini di casa.
La piazza Triona era ormai quasi vuota di persone, per la tempesta, quando Francesco e Bernardo Belvedere vi giunsero. 
Pervenuti nell’arco della Madonna della Volta i due vi si ripararono; Francesco disse al nipote, visto il maltempo dato dai fulmini e seguito poi dall’eco dei tuoni, che <<quannu chiove e malutempu fà, in casa di altri un ci sì stà! >>.
Frattanto, i due, si misero poi, a commentare, la gran quantità d’acqua, proveniente dal ponte della piazza e Bernardo Belvedere, vedendo nella lavina del ponte che era di fronte a loro, tavolini, pignate, ferro vecchio, sterro, giammarite, sedie vecchie, scarpe ed altro materiale, affermò, con spirito di osservazione:
<< sta sira, cu si pò aiutare, s’aiuta! >>.


VIAGGIO IN SICILIA

Michele Sarraco arrivò con la corriera delle undici, quella fredda giornata di dicembre, al suo paese Bisacquino. Era un uomo sui cinquanta, occhi cerulei, capelli grigi. Indossava un vestito blu, al quale aveva attaccato un cappotto e portava, con se, un tascapane ed una valigia di cartone. Era andato ad accoglierlo, Calogero Perricone, una persona quasi di mezza età, altezza regolare, occhi bruni, capelli ingrigiti, vestito con un abito di velluto marrone scuro con gilè, coperto con una mantella tendente al blu scuro. Andarono, a piedi, verso la Tumara, presero successivamente davanti un mulino e costeggiarono la Silva, poi si diressero per l’Acquanova. Percorsero in salita, un vicolo, poi un viale, superarono alla loro sinistra la Via Santa Lucia e si trovarono nella Via Lauro, più tardi scendendo una, larga e panoramica, scalinata approdarono nella Via Savoca. La casa di Michele Sarraco, si trovava, di fronte una fontana, ed aveva un prospetto nel quale al primo piano c’era un terrazzo sostenuto da due archi con una scalinata esterna e sopra una di queste arcate c’era la porta d’ingresso. La chiave girò nella toppa per due firrioni, poi la porta a destra, alzando un lucchetto, si aprì: come un alpinista, che scala una montagna tra la neve, con la stessa determinazione, che ogni passo in più è la conquista di un sogno, Michele Sarraco, dopo diciotto anni era ritornato a varcare quel portone. Quell’abitazione, dai vetri di un bus, l’aveva vista passare nella sua mente, tante volte, ricordava i colori dei pavimenti, la collocazione dei mobili, le pitture dei quadri e tante altre cose. Ora finalmente era a casa. Calogero Perricone se ne andò, subito dopo, non prima di avergli fatto girare la casa per dimostrare come aveva speso il denaro ricevuto via posta l’anno prima. Il locale era composto di una camera abbastanza grande, che si trovava dove c’era la porta d’ingresso, da questa sala si accedeva nel vano della cucina, dove c’era un altro balcone, da qui, nella stanza da bagno, poi c’era il terrazzo che si esponeva nella Via Colca. I due balconi invece si esponevano nella Via Savoca. Nella prima camera, c’era uno sportello, tramite una scala ricurva di pietra, portava al piano di sotto, che si proiettava nel Cortile dei Varca, qui per secoli c’era stata una bottega per la lavorazione del ferro. Michele Sarraco la casa la trovò pulita ed i mobili spolverati. Non c’era aspetto di rinchiuso, si notava che sino a poco tempo prima qualcuno era andato a sistemare. La cucina a vapuri la trovò col carvuneddu e la pignatta piena d’acqua. Passò più di un’ora ad andare in giro per la casa a pensare, a ricordare particolari, situazioni ed incontri, anche se gli sembrava tutto alquanto diverso. Non erano le strade che lui con la locale Azienda di trasporto a Los Angeles attraversava ogni giorno lavorando d’autista quelle che vedeva da dietro i vetri del balcone, pensava sorridendo, ma, in fondo, aveva fatto un viaggio così lungo solo per rivederle. Nella fantasia, le aveva immaginate diverse quelle stanze, più conosciute, adesso, nella realtà ripercorreva gli anni più belli della sua vita. Nella prima stanza sulla destra, in un’alcova c’era un letto matrimoniale in ferro battuto, ordinato con due materassi di lana per ogni lato, delle lenzuola ricamate ed una cotonina color porpora. Nella parte destra del mobile del letto vi era un comò con tre cassetti, con lo specchio unito al muro, mentre nella parte sinistra delle sedie ed un tavolino, riparato da un tessuto spesso pregiato, tra il grigio ed il verde chiaro, invece, nella parte frontale c’era un canterano, sopra il quale era sistemato un orologio a pendolo. Sopra il letto, un quadro della Sacra Famiglia faceva da sfondo. Aveva posato le valigie nella stanza d’ingresso, poste sopra delle sedie. Vi aveva messo anche un libro, Nato in Sicilia di Saverio Scaturro che posò sopra il tavolino. Nell’altra stanza si trovavano il forno a legna e la cucina a vapore, che avevano come collegamento dei mattoni di ceramica tra il grigio chiaro e l’azzurro. Vi riconobbe, inoltre, un tavolo, un armadio, uno stipo ed alcune sedie. Nella madia, aprendo un portello, vi trovò alcune bottiglie di vino, del formaggio, dell’olio, della pasta, dello zucchero, della farina ed una pignatta riempita di paste e di buccellati. In questa stanza trovò una pignatta per riscaldarsi, perciò, vi aggiunse del carvuneddu che era accanto alla vanga del forno, accese u focu nella cucina e più tardi mise il carbone ardente nella pignata. Poi prese un circo di legno, vi mise dentro la pignatta e, sopra di esso, posò la biancheria umida. Dalla finestra, che si esponeva dove c’era la fontana, guardò fuori e rivide, come diciotto anni prima, Rosalia Florena che stava riempendo d’acqua una quartara di creta. Pioveva

Saverio Di Vincenti