c'era una volta l'Acquanova di Bisacquino




Buonasera, buon sabato, uno dei quartieri più caratteristici e più antichi di Bisacquino è quello dell'Acquanova. Prende questo nome, perché vi si trovano due sorgenti d'acqua, quella più antica si chiama Cannalichio, quella più nuova Acquanova. Per questo in questo quartiere si trovano due fontane molto antiche. L'acquanova, prima era asfaltata con delle grosse pietre, le balate, al centro siccome vi passava la lavina, un corso d'acqua, quando pioveva, si era creato un abbas...samento. Era veramente molto bello vedere la lavina che, attraversava la lunga strada in pendenza. Fu in quel luogo che, oramai, tanto tempo fa, vidi una mattina, che aveva piovuto, un arcobaleno. La lavina, il corso d'acqua, poi scendeva sotto un grande ponte e sarebbe ricomparsa nell'altro maestoso ponte della Grazia dove prima c'era un mulino ad acqua detto di Galileo. Adesso, l'acqua non attraversa più l'Acquanova, perché è stata creata una galleria sotto terra. Quello che però, era più suggestivo dell'Acquanova nei miei ricordi, erano le sere d'estate, allora non è che le persone ci tenessero tanto a vedersi la televisione, stavano tutte sedute lì, davanti le loro abitazioni e godersi il fresco. Le case erano tutte abitate. Le ragazze, generalmente, giocavano con un gioco che, consisteva nel saltare in dei quadrati, tratteggiati, per terra, per noi ragazzi invece, il gioco della sera, era quello di "Ammucciareddu". Eravamo una cinquantina di ragazzi, che come porta della "Muffa", avevamo, la porta centrale dell'Acquanova; i posti per nasconderci erano vari, cercavamo anche dei luoghi lontani verso il quartiere di San Francesco di Paola: comunque di più il cortile Raia, la salita Perricone e la Via Savoca. Di giorno, invece d'estate come d'inverno, si giocava con il pallone, il nostro campo sportivo era la via Colca: se passavano dei muli ci fermavamo se, invece, passavano delle persone a piedi, doveva "Quartiarsi". Allora l'unica bottega di generi alimentari dell'Acquanova era quella di fronte casa mia, conosciuta come la bottega di mastro Biagino, lì compravamo tante caramelle. C'erano poi una decina di falegnamerie ed alcuni fabbri ferrai. Molte famiglie oltre all'abitazione, avevano un pollaio, le galline circolavano per le strade, allora non passavano macchine. Lo spettacolo più caratteristico, però, era quando la mattina, le capre attraversavano le strade ed i pastori sostavano nelle abitazioni, per mungere e vendere il latte. Allora le capre si tenevano nelle "Mannare", erano dei recinti fatti, costruiti con dei grossi massi; io ricordo, una mannara, veramente caratteristica, nei pressi della Madonna della Tumara.














Il Vecchio Teatro di Bisacquino



Tratto dalla pagina facebook: "Quelli di Bisacquino"

Una buona serata, ho messo la foto del teatro di Nuovo Cinema Paradiso, per parlarvi del vecchio teatro di Bisacquino. Soprattutto, perche abbiamo nel nostro gruppo, Totò Cascio ed anche la presenza del Sindaco di Bisacquino, Tommaso Di Giorgio, al quale si deve dare il merito, dopo quasi quaranta anni di avere realizzato lo scorso come quest'anno una rassegna teatrale, tra l'altro di alto spessore. Con l'occasione salutiamo anche Gianvito Gaudiano che fa parte anche lui del nostro gruppo, che quest'anno ha concorso alla carica di Sindaco di Bisacquino. Il vecchio teatro, era dall'esterno veramente molto bello, con tre porte al piano terreno ed una al primo piano alla quale si accedeva da una scala in pietra seguita da un balcone. All'interno aveva tre piani, l'ultimo era senza palchetti prendeva il nome di galleria. Fu costruito agli inizi del 1900, nel periodo giolittiano. Fu il primo in tutto la provincia di Palermo se non l'unico, realizzato con i finanziamenti pubblici. Il primo film, che vi fu trasmesso aveva come titolo "La presa di Roma", mentre il secondo "Le Dive", erano dei film muti. Più che per il cinema il teatro si distinse per le opera teatrali con compagnie di Palermo ed anche per le operette considerato che eravamo nel periodo della Bella Époque. A dire il vero, la prima volta che si esibirono le ballerine al teatro successe quasi uno scandalo, erano altri tempi, si dice che ci fu quasi una sorte di ribellione da parte delle mogli; comunque da quello che si narra, vi fu un grande successo di pubblico. Il vecchio teatro, oltre alla platea, aveva dei palchetti al primo ed al secondo piano, vi si accedeva tramite dei corridoi stretti. Inoltre, il palco centrale al secondo piano era dedicato alle autorità. Per fare luce nei palchetti si usavano delle candele. Nel dopoguerra il cinema prese il sopravvento con grandi film come "Il Cammino della Speranza" con Raf Vallone. Gli anni '60 e '70 furono caratterizzati dai film sulla grande storia e comici con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Negli anni '70 con l'avvento dei due canali da parte della RAI, il cinema al teatro cadde in decadenza, in quanto si trasmettevano film di seconda visione. Io ricordo, solo, che ogni anno, veniva un mago con una roulotte che posteggiava in piazza Triona; per tre sere faceva lo spettacolo al teatro. In piazza erano posizionate due locandine una con il film del giorno, un'altra con il film dell'indomani. Il teatro, serviva anche come sala da banchetti per i matrimoni; con dei complessi musicali pure con nove elementi. Io mi ricordo un complesso dove c'era il basso e l'arpa. Quando il teatro fu fatto saltare in aria per costruirne uno nuovo, ricordo che io che abitavo lì vicino c'ero.
Una persona che abitava difronte il teatro, che non ricordo il cognome, ma che chiamavano "A gna Nina a Furnara" quel giorno pianse, gli altri assistettero con disinvoltura. Avrebbero capito più tardi il significato della perdita del vecchio teatro. Il nuovo teatro, comunque anch'esso molto bello, è dedicato al medico bisacquinese Paolo Giaccone che fu ucciso dalla mafia. Al dottore Giaccone è dedicato anche l'ospedale policlinico di Palermo. Fratello del padre del farmacista dott. Benedetto Giaccone.

Alla ricerca di Nakone

Siamo sempre alla ricerca della città di Nakone, che potrebbe trovarsi sul monte Triona. La nostra ricerca, nasce dal fatto, che nella nostra zona, oltre alla città elima di Entella, doveva sorgere un'altra città, in quanto l'editto porta appunto i nomi di Entella e Nakone. In effetti, oltre, all'importante lavoro da parte della Soprintendenza di Palermo, ho altri studi importanti, ancora da mostrare. Molti, si chiederanno, come mai, la città sia scomparsa completamente? Dove...te considerare, innanzitutto, due aspetti: il primo è che le Polis (città) greche, quando combattevano anche con altre città della stessa regione, distruggevano completamente la città conquistata. Questo succedeva anche nelle città, coloniche, siciliane. Ad esempio quando Siracusa, sconfisse la città di Megara Iblea, la rase al suolo; l'allora tiranno di Siracusa, divise in due la popolazione megarese. i ricchi ed i poveri, che erano molti. I ricchi erano quelli che gli avevano fatto guerra i poveri, quelli che non avevano alcuna colpa. I ricchi li nominò cittadini onorari di Siracusa i poveri, incece, che non avevano fatto niente di male, li vendette come schiavi, affinché negli anni, tutti s'intimorissero a fare guerra al tiranno. Per quanto riguarda Nakone, ritengo che come tutte le città elime, del periodo seicento avanti Cristo, trovandosi sulla vetta del monte Triona, aveva delle abitazioni piccolissime, per sentire meno freddo; gli spazi esterni, invece, era ampi. Io, che ho avuto la possibilità, di vedere con il satellite il monte Triona nella cima, vi posso garantire, che il teatro si riconosce molto bene ed è anche molto ampio. 

Monte Triona campagna di ricognizione archeologica agosto 2005



Studio effettuato dalla Soprintendenza per i Beni Culturali ed Ambientali di Palermo, Servizio Beni Archeologici. Tratto dal link della Soprintendenza.
Francesca Spatafora, Rino Scarano, Giovanna Maggiulli, Dario De Giosa

All’estremità centro-orientale del bacino del Belice Sinistro, quasi sulla linea di spartiacque con il bacino del Fiume Sosio, si erge, maestoso, il Monte Triona, situato all’interno di un’area fortemente antropizzata nell’antichità proprio in virtù delle sue particolari caratteristiche morfologiche, orografiche ed idrografiche. Numerosi insediamenti, sorti durante la Prima Età del Ferro, occupano infatti i rilievi isolati posti in posizione di controllo delle aree di fondovalle - dove si rileva un’occupazione diffusa e gerarchicamente organizzata rispetto ai principali centri abitati - e delle principali arterie di comunicazione connesse, principalmente, alla percorribilità delle vallate del Belice e dei suoi affluenti. Posto dunque a N/E di Bisacquino (IGM 1: 25.000, F 258 II SO) e al confine S/E della media Valle del Belice - lungo gli affluenti di sinistra del ramo sinistro dello stesso fiume - il Monte Triona ha forma irregolarmente triangolare, e raggiunge a Pizzo Croce la quota massima di 1213 metri s.l.m.: la vetta è composta da due sommità, Pizzo Croce, ad Est, e Pizzo Telefono ad Ovest. Il rilievo è caratterizzato da un versante settentrionale estremamente ripido e scosceso con numerose pareti rocciose a vista, mentre i versanti occidentale e meridionale alternano brevi terrazzi più o meno ripidi a pianori piuttosto estesi che digradano dolcemente sino ad una quota di 800 metri circa s.l.m. La vegetazione endemica della montagna è una bassa e folta formazione da gariga ampelodesmica (Ampelodesmos Mauritanicus), in gran parte sostituita o integrata da una copertura arborea a conifere e/o latifoglie, frutto dell’opera di rimboschimento compiuta dall’Azienda Regionale del Demanio Forestale negli ultimi decenni. Il territorio del Monte Triona è oggi interamente demanio forestale ad eccezione del Santuario della Madonna del Balzo, localizzato all’estremità N/O della montagna su di un terrazzo a 900 metri circa s.l.m., rivolto ad Ovest. Le basi cartografiche utilizzate sono state la tavoletta 1:25000 dell’IGM di Bisacquino (F 258 II SO), utile per un inquadramento generale e su larga scala del territorio in questione, la Carta Tecnica Regionale 1:5000, oltre che la restituzione aerofotogrammetrica aggiornata al 2001 su supporto digitale CAD e georeferenziata. É stato inoltre possibile utilizzare una foto aerea verticale del Monte Triona che ha consentito l’osservazione, l’analisi e la successiva verifica diretta sul campo di numerosi aspetti utili allo svolgimento dell’indagine.


Individuazione delle unità stratigrafiche e definizione delle aree di interesse archeologico

Il territorio sottoposto ad indagine di ricognizione archeologica, è costituito dal vero e proprio rilievo montuoso, dalla sua fascia pedemontana e da alcune aree limitrofe poste sia sul versante settentrionale che, soprattutto, su quello meridionale e orientale. Le condizioni di visibilità riscontrate nell’area esplorata hanno senza dubbio condizionato il grado di dettaglio dell’indagine condotta, specie in zone quali i declivi scoscesi o le aree interessate da una fitta copertura boschiva, non influendo, comunque, su quelli che sono i lineamenti generali delle dinamiche di occupazione e di utilizzo del territorio. L’area di interesse archeologico è fondamentalmente rappresentata dalla vetta e dall’ampio terrazzo immediatamente a Sud di questa, zone per le quali è evidente un’occupazione a carattere esteso ed intensivo di Età Arcaica (UUTT 1-6, 8, 9 e 13) ed una limitata frequentazione di Età Ellenistica (UT 7) sul pianoro sommitale di Pizzo Croce, sul quale si raggiunge la quota massima della montagna. Tale specifica area (UT 7) si presenta oggi come un terrazzo roccioso di 160 metri circa di lunghezza massima per 70 metri circa di larghezza interessata da una discreta presenza di materiale lapideo di medie e piccole dimensioni e da notevoli fenomeni di erosione e dilavamento che potrebbero aver almeno in parte compromesso la consistenza dei depositi residui. Quest’area restituisce abbondante, anche se estremamente frammentario, materiale ceramico relativo principalmente a forme miniaturistiche acrome o a vernice nera e a piccole terrecotte figurate, oltre che tegole e coppi di varia tipologia e dimensione: il materiale sembra potersi agevolmente inquadrare in un periodo compreso tra il V ed il III sec. a.C.. E’ dunque plausibile ritenere che possa trattarsi di una frequentazione a carattere cultuale, legata forse ad un piccolo edificio sacro d’altura il cui utilizzo sembrerebbe indipendente dalla più antica occupazione arcaica della gran parte della vetta. L’area interessata, invece, dalle testimonianze relative all’insediamento indigeno ha dimensioni decisamente maggiori e coincide con la zona compresa tra da Pizzo Telefono e Pizzo Croce, oltre che dal terrazzo e dal successivo pianoro sud-orientale subito ai piedi della vetta. I reperti ceramici raccolti nell’area di Pizzo Telefono risultano estremamente omogenei rappresentando in maniera ripetitiva forme e tipologie vascolari tipiche della facies indigena arcaica: sono infatti presenti le classi della ceramica acroma, a decorazione geometrica incisa ed impressa, da cucina e da fuoco oltre che i grandi contenitori per la conservazione delle derrate alimentari quali orci e pithoi. È praticamente del tutto assente la classe della ceramica indigena a decorazione geometrica dipinta; tali considerazioni, associate ad un preliminare e sommario confronto tipologico del materiale diagnostico con alcuni altri siti indigeni del territorio circostante, quali Monte Maranfusa ed Entella, indicherebbero un inquadramento cronologico del materiale ceramico e dell’insediamento indigeno di Monte Triona tra la fine dell’VIII sec. a.C. ed gli inizi del VI sec. a.C. Le UUTT 14-23 e 25 sono localizzate lungo la fascia pedemontana sud-orientale nei territori della Contrada Galvagno di Sopra e Galvagno di Sotto e fanno riferimento al rinvenimento di aree di dispersione di materiale fittile di epoca prevalentemente post-medievale, talvolta associati a rari elementi di incerta datazione che potrebbero far pensare a sporadiche presenze di Età Ellenistica o Romano-Imperiale; l’UT 24, invece, localizzata presso l’abbeveratoio in località Casa Di Giorgio è caratterizzata da una ben delimitata area di dispersione di materiale ceramico di Età Romano-Imperiale che, data anche la presenza di una sorgente d’acqua, lascia chiaramente pensare ad una piccola installazione a carattere rurale. 

Studio Soprintendenza sui ruderi del Triona


Buonasera, continuiamo nel nostro viaggio alla ricerca della città di Nakone, che potrebbe anche essere sorta sul monte Triona. Quindi questa sera, fornisco un indizio importante. Si tratta di uno studio effettuato dalla Soprintendenza per i Beni Culturali ed Ambientali di Palermo, Servizio Beni 
Archeologici, che trovate cliccando su questo link

SELINUNTE


Buonasera, continuando la nostra ricerca su Nakone, fornisco un nuovo indizio, che è questo: il posto nel quale si ipotizza sul monte Triona, dovesse sorgere una città, ha la caratteristica come tutte le città elime, di avere solo un fronte scoperto, dove vi è l'accesso, mentre il resto è caratterizzato da dei dirupi. La citta più famosa della valle del Belice, dei tempi dei greci è sicuramente Selinunte. Questa città, sorse sulle rive del fiume Selius, restò nella storia per la guerra contro la città di Segesta. Il suo nome deriva dal sedano, che cresceva abbondante nella zona. Come molte città greche, il governo era nelle mani del popolo, generalmente si fronteggiavano due gruppi, quando non riuscivano a mettersi d'accordo, il governo passava nelle mani del tiranno; di questa figura ne parlerò in particolar modo, quando tratterò della città di Siracusa. Il complesso di Selinunte è il parco archeologico più grande d'Europa. Questa città, nel suo massimo splendore, intorno al cinquecento avanti Cristo, riuscì a contare più di centomila abitanti. L'acropoli, il centro abitato era delimitato da delle mura; vi erano molti templi. Il più importante era sicuramente quello di Hera. Hera era una divinità, moglie di Giove; protettrice del matrimonio e del parto. La figura di Hera la ritroveremo parlando del significato di Triona in quanto tra i suoi simboli vi era la mucca. Selinunte venne distrutta dai Cartaginesi nel 409 A.C. È tra le prime città della Sicilia a coniare monete: al dritto la quadriga con Apollo e Artemide, al rovescio la personificazione del fiume Selinus nell'atto di fare un sacrificio. Tra i reperti, il più importante è l'Efebo oggi custodito nel museo di Castelvetrano dove si trova anche il Satiro danzante. 





Il monte di Giove



Buonasera a tutti, continuiamo questa ricerca sulla città di Nakone, che potrebbe trovarsi sul monte Triona. Gli storiografi, hanno scritto che il significato del nome Triona, deriva dal greco Trigonas è vuol dire forma triangolare. Questo può essere un significato, anche perché alcuni sostengono che il monte Triona, sia a forma triangolare. La definizione esatta del nome Triona, sempre dal greco antico invece è: ARARE LA TERRA, più specificatamente: Arare la terra con i buoi. Per questo, quando, parlerò del monte Triona, produrrò anche dei documenti antichi, dove è indicato il nome Triona. E' indubbio, che tutti i nomi dei monti siciliani, derivano dal tempo dei Greci, intorno al seicento avanti Cristo. In quanto la civiltà dei Ciclopi e degli Indigeni, si perde nella leggenda. Per i Greci, i monti avevano grande importanza, basti pensare che nell'Olimpo, il monte più alto della Grecia, di circa tremila metri, loro ritenevano che vi abitassero gli Dei. Le più importanti divinità erano dodici; gli dei potevano cambiare il destino degli uomini. Avevano sembianze come gli uomini e le donne. La divinità più importante era Giove, seguivano Venere, Apollo, Poseidon (Nettuno), Afrodite ed altri. Le divinità greche, incluso, Giove, però non erano delle divinità perfette, ad esempio Giove, pur essendo sposato, aveva molte amanti; Poseidon, dio del mare, si divertiva ad affondare le navi; Afrodite, dea dell'amore, pur essendo sposata cambiava amante continuamente, ce ne era uno che era troppo goloso e cosi via. Per questo occorreva, tenersi buoni gli Dei. Tuttavia, questa religione durò per più di mille anni. Anche i Romani, recepirono la religione greca. Per avere il favore degli Dei, la popolazione faceva loro delle donazioni. Molti, si recavano, nel santuario di Delfi,  che si trovava sopra un monte, dove una profetessa, si chiudeva in una stanza del tempio e rivelava poi, il pensiero degli Dei, tradotto dai sacerdoti. Il tempio di Delfi, è rimasto nella storia, perché Socrate vi lesse la frase CONOSCI TE STESSO, alla base dei suoi studi "Sul non sapere". Maggiori erano le offerte, maggiore era la possibilità che il fato fosse stato favorevole. A dire il vero, la profetessa ed i sacerdoti, non si sa come, indovinavano sempre; così le offerte crescevano a dismisura. Nelle colonie, le città greche come Selinunte, vi erano anche qui dei templi, dedicati agli Dei. Il tempio più grande e più importante dedicato a Giove era il Partenone che si trova sull'altopiano che sovrasta Atene. Anche la biblioteca comunale di Bisacquino è costruita come il tempio di Delfi vi si legge la frase: La luce della Ragione, sia la tua guida. Dettata dal fondatore l'Ing. Giuseppe Genovese.









Le città Elime di Makella, Jetas ed Hippana

Buonasera, gli Elimi durante il periodo dell'età del bronzo oltre ad Entella fondarono altre città; queste lezioni, ci servono per scoprire se sull'altopiano del monte Triona, nel luogo ora chiamato Pizzo Telefono, sorgeva effettivamente la città di Nikone. A questa città, dedicheremo in seguito un intero post. Nelle otto tavolette di bronzo di Entella, erano infatti indicate alcune città, di due se ne sconosceva l'esistenza. Esse erano Nikone e Makella. Per caso, in anni recenti nei pressi di Marineo, sono state trovate nella Montagnola i resti di un antica città, per fortuna in alcune tegole, era appunto inciso in greco, il nome di Makella. Per questo quanto ritenuto dalla Scuola Superiore di Pisa, anche dalle traduzioni, da loro effettuate, delle tavolette, trovava conferma. Tuttavia, in questo sito, ancora non sono stati effettuati degli scavi. Makella come Nikone, anche se sono, tra le città più antiche che esistettero in Sicilia, ebbero delle storie diverse: Makella ebbe una vita più lunga di Nikone, fu distrutta dai Romani, durante la prima guerra punica. Un'altra città di origine Elima è Jetas, che si trova sul monte che sovrasta San Giuseppe Jato. Per fortuna, in questo sito, la Scuola di Stoccolma, ha effettuato delle ricerche e degli scavi; così è stato possibile, ripristinare il luogo, dove c'era il teatro, il foro, e le abitazioni. Infine parliamo di Hippana una città anch'essa Elima, che si trovava tra la catena montuosa di Prizzi, precisamente nella montagna dei Cavalli. Anche qui è stato già rinvenuto il teatro. La caratteristica delle città Elime è che, generalmente, erano costruite ad angoli, solo da uno vi era la strada di accesso; le altre parti erano dei dirupi. Nella foto che vedete è stato delimitato, il luogo nel quale dovrebbe trovarsi, la città di Nikone, vi accorgerete che è compreso tutto il territorio di Bisacquino. E' già un primo indizio. Sia a Marineo nel castello e nei musei di San Giuseppe Jato e Prizzi sono custoditi i reperti ritrovati. In quello di San Giuseppe Jato vi sono anche delle statue.
Visto che Elimo con altri fuggì dalla Grecia in quanto i Troiani con la distruzione della città abbandonarono quelle terre, è interessante questo film sulla guerra di Troia. 







I DECRETI DI ENTELLA


Una buona serata, al confine dei territori tra Bisacquino e Contessa Entellina, dopo di avere attraversato il fiume Bruca, le cui sorgenti sorgono nell'altopiano di Bisacquino, denominato Acquanova, più in avanti di Garretta e poi della contrada di Bruca, si erge una massiccia mole, che prende il nome di Petraio. In questa rocca, seicento anni Avanti Cristo, ancor prima della fondazione di Roma, sorse una città, che prese il nome di Entella. I fondatori furono dei Troiani, capeggiati da Elimo, per questo le popolazioni delle città da loro fondate, presero il nome di Elimi. La storia di Entella resterebbe chiusa nel mistero, se non fossero state scoperte delle tavolette che appunto ne tracciano l'esistenza. La più importante, è quella che vedete nella foto. Questa tavoletta, racconta che gli abitanti di Entella, costretti a fuggire dalla loro città, in quanto assalita da circa 1200 mercenari campani, chiesero riparo ad alcune città della zona tra le quali Enna e Nakone. Riconquistata la città, in segno di ringraziamento per le città che li aveva ospitati Enna, nel foro gli Entellini, posero otto tavolette di bronzo, in quella della foto indicavano che gli abitanti di Enna, divenivano cittadini onorari di Entella; per questo, da quel momento, per le feste, i migliori posti, dovevano essere riservati agli abitanti di Enna. Questa la traduzione della tavola, effettuata dalla Scuola Superiore di Pisa, che ha curato le ricerche su Entella:

“Sotto gli arconti Artemidoros figlio di Eielos e Gnaios figlio di Oppios, il primo del mese di Panamos. Poiché da sempre gli Ennesi ci sono benevoli (sia fino a quando eravamo nella nostra terra sia dopo che dalla nostra terra fummo cacciati e privati di una sede fissa), invitandoci e accogliendoci sia nella città sia nel territorio, è stato deciso dal consiglio e dall’assemblea che essi godano per sempre di benevolenza e di isopolitia con il popolo degli Entellini.
Questo decreto gli arconti pongano nel bouleuterion dopo averlo fatto incidere su tavola di bronzo”. 

La città di Entella visse sino al periodo arabo quando fu distrutta dai normanni e dai templari di Santa Maria. Queste otto tavolette sono soprattutto importanti perché ci svelano il mistero della città che sorgeva sul monte Triona; un fatto ancora sconosciuto, sicuramente tra tutte le mie scoperte la più importante.


Veramente bellissimo questo video di Gaspare Mannoia che potete vedere cliccando sul link qui sotto:









La Rivoluzione Francese


Buonasera a tutti, questa sera parliamo della Rivoluzione Francese, il fatto storico che più di ogni altro segna il passaggio, ovvero il punto di non ritorno dalle concezioni medievali alla storia contemporanea; che ci serve per parlare degli avvenimenti di Bisacquino, con riferimento all'unità d'Italia. Questa rivoluzione ha come indiscusso protagonista Maximilien de Robespierre. Vediamo gli avvenimenti. Sale al trono di Francia, ancora ventenne Luigi XVI, della casa di Borbone, che a quattordici anni aveva sposato Maria Antonietta, duchessa d'Austria. Il sovrano si reca un giorno, con la regina, a visitare il più prestigioso liceo di Parigi, qui il discorso di benvenuto, viene tenuto da un allievo dell'istituto, Maximilien de Robespierre; quest'ultimo con molti sacrifici, per la morte prematura dei genitori, riuscirà in seguito a divenire avvocato. Entrambi allora, non erano consapevoli, che i loro destini sarebbero stati, nel corso della storia, per sempre legati. Nel 1789 la popolazione della Francia, come di tutta l'Europa, è divisa in quattro strati sociali: i nobili, il clero, la borghesia, i proletari. Solo i primi tre strati godono di benefici, come l'esenzione delle tasse. Nella corte di Versailles, dove risiedono i sovrani, il lusso e gli sprechi sono eccessivi; nel frattempo in tutta la Francia, comincia a mancare anche il pane, il cibo dei poveri. Inizia la rivoluzione con la presa della Bastiglia, un carcere simbolo del potere assoluto dei sovrani. Maximilien de Robespierre, in questa occasione conia quello che sarà il motto della Rivoluzione: Libertà, Uguaglianza e Fraternità. Viene inventata la ghigliottina, in quanto tutte le persone condannate a morte, dovranno avere la stessa pena; anche Luigi XVI salirà sul patibolo in quanto in un celebre discorso tenuto agli Stati Generali, Maximilien de Robespierre, affermerà che se la repubblica vuole vivere, il re deve morire. In seguito Maximilien de Robespierre instaurerà un governo di salute pubblica, composto da otto persone, che ha come leader Maximilien de Robespierre: governo dittatoriale, del terrore che porterà migliaia di persone alla ghigliottina. Bastava pronunciare la frase di Signora o di Signore e non di cittadino per finire sul patibolo! Il potere temporale e spirituale della Chiesa viene messo in discussione, si creano nuovi miti legati agli eroi della rivoluzione, il più importante è quello di Marat. Maximilien de Robespierre, accusato di questi delitti, proverà anche lui la ghigliottina. Con la morte di Maximilien de Robespierre, finisce la rivoluzione francese. All'orizzonte s'intravede un'altra importante figura della storia, l'imperatore Napoleone Bonaparte. La rivoluzione francese, ispirata alle idee della ragione, lascia sul terreno un mondo diverso, dove tutti gli uomini sono considerati alla pari, che godono degli stessi diritti che devono essere basati sulla fraternità. Maximilien de Robespierre rimane una delle più belle intelligenze nella storia dell'umanità, ma come tutti i dittatori fu spietato con i suoi nemici nel difendere la democrazia: per le migliaia di persone che furono ghigliottinate, ancora oggi a Parigi, non gli viene dedicata alcuna strada. Nel corso della sua vita si distinse, però, per non scendere mai a compromessi con nessuno e per aver sempre rinunciato a qualsiasi beneficio personale: questo gli è valso il titolo nella storia di incorruttibile.


Descrizione territorio Bisacquino 1182



Divise Battellaro
Si inizia dalla cima del monte chiamato Calvus (Triona) che si trova sopra Busaki, si scende lungo il monte sino ad murrum, lungo la gebbia sino alla via che conduce da Karl'un a Busaki, si attraversa fino alla fine degli alberi a mezzogiorno, attraverso la selva, così si arriva alla via che va da Kasba a Busaki, si scende alla strada sino alla fonte Rubbt, si scende lungo il rigagnolo della stessa sorgente verso occidente sino a che si arriva al vallone che scende da Bisacquino. Indi si sale lungo il vallone verso mezzogiorno per un breve tratto, si ritorna verso occidente alla sorgente conosciuta col nome sorgente dell’argilla. Successivamente si sale all’altura chiamata Arene. Si scende da essa verso mezzogiorno sino a che si raggiunge il margio’ dove si trovano i Frascini; qui si ha la separazione dei confini al Casba da quelli di Bisacquino e Bisacquino rimane a sinistra; ci si dirige verso settentrione sino alla fonte Albesi, all’altura dei ladroni, al vallone degli anziani (o sapienti) discendenti alla via pubblica che conduce da Palermo (al madina) e Corleone (Kar’lun) a Sciacca (a sciakka) e si scende al grande fiume (il grande fiume sembrerebbe corrispondere al torrente Realbate dopo la confluenza col torrente Liotta), sino ai due mulini che appartengono a Casba (Batalaro al Kasba); e Casba con tutti i suoi confini è all’interno dei confini di Corleone, mentre si trova sotto il dominio del signore di Batalaro. Si scende lungo il fiume sino a che si congiunge con il corso d’acqua che scende dal casale Helbur il quale si trova all’interno dei confini di Batalaro, si scende lungo il fiume sino a che si congiunge con il corso d’acqua che scende dal Casale Helbur il quale si trova all’interno dei confini di Batalaro, si scende lungo il fiume sino a che si congiunge con il fiume di Corleone, si scende  con esso verso occidente sino a che ci si congiunge con fiume di Entella (Antalla). Qui si ha la separazione dei confini di Corleone da quelli di Batalaro. Si continua col vallone che scende da Rucusi, si sale con lo stesso vallone sino al vallone piccolo: quest’ultimo si trova sotto l’altura opposta al piccolo monte che si trova nei pressi di Rucusi (ar Rakusci). Il predetto vallone separa i confini di Rucusi da quelli di Hamen (il bagno); e da questo vallone si sale sino alla via che porta da Batalaro a Calatalì (qual’at alì), sino alla pietra eretta che si trova all’estremità delle rovine di Entella, da esso si sale sino alla grande montagna rossa e si arriva alla torre che si trova all’estremità del muro, e dalla torre predetta si sale alla portella che si trova tra due rupi, dove sono piantati dei fichi in una delle due rupi, e si sale tra di esse sino alle vecchie casa del quartiere al Gafla, si passa diritto in mezzo al quartiere Ghafla e si va sino al gorgo, sino alla cima del monte nei pressi della grotta

 Divise Bateallarii incipiunt a capite montis qui vocatur Calvus, qui est supra Busackinum, descendunt cum eo monte usque ad murrum per gibbum gibbum(y6) usque ad viam que ducit de Corilione ad Busachinum(z6). Transeunt viam predictam usque ad finem arbustorum versus meridiem, per serram serram(a7), quousque pervenit ad viam que vadit de Casba ad Busackinum et descendunt ad viam usque ad fontem Rubet et descendunt per rivum ipsius fontis, per rivulum rivulum(b7) versus occidentem quousque perveniunt ad vallonem qui descendit de Busackino et ascendunt per vallonem ad meridiem parumper et vertuntur versus occidentem ad fontem qui vocatur fons Luci, postea ascendunt ad alteram arene et descendunt ad ea versus meridiem quousque perveniunt ad planum aquosum ubi sunt frasceta, et hinc separantur divise Casbe de divisis Busackini et remanet Busackinum a sinistris et vertuntur divi|se versus septentrionem usque ad fontes Albesi, ad alteram Latrunum, ad vallonem Veterani, descendentes ad viam puplicam que ducit ad(c7) Panormo et Corilione ad Sciaccam et descendunt ipse divise ad fluvium magnum usque ad duo molendina que sunt de Casba, et hec Casba cum omnibus divisis suis includitur infra divisas Corilionis et est in dominio domini Bactallarii(d7). Et descendunt divise per flumen flumen(e7) quousque iunguntur ad aquam que descendit de casali Helbur, quod est infra divisas Bactallarii, et descendunt per flumen quousque iunguntur flumini Corilionis et descendunt per eum versus occidentem, quatenus iunguntur flumini Hentella, et hinc separantur divise Corilionis de Bactellaro et continuantur ad vallonem qui descendit de Rucusi et ascendunt cum ipso vallone usque ad vallonem parvum qui est subtus altera que est opposita monticello quod est versus Herricusi, et predictus vallo separat inter divisas Herricusi et Hamem et ascendunt ab eo vallone usque ad viam que ducit de Bactellaro ad Kalatahali, usque ad petram erectam que est in fine dirroyti de Andalla et ascendunt ab ipso usque ad montem magnum rubeum et perveniunt ad turrim que est in extremo muralium et ascendunt de turri usque ad portam que est inter duas rupes, ubi sunt arbores ficulnee que sunt in altera duarum ruppium, et ascendunt inter eas usque ad hedificia diructa Haret Elgafle et dividunt Haret Elgafle directe et vadunt ad lacum usque ad capud montis propre speluncam Filii Veterane, et remanet predicta spelunca a dextris versus Balneum, et descendunt de predicto monte usque ad arbores ficulneas que sunt in lapidibus in pedes montis et descendunt ab ipso ad rivum qui est inter duas alteras, et ibidem est petras(f7) subtus duas alteras in capite plani, et remanet petra a dextris et vadunt per pedes montis a sinistris, quousque iungitur ad petras magnas que sunt in capite terteri, et ibi vocatur spelunca Scutiferorum, et descendunt ad fluvium quod vocatur Rahabi et descendunt per flumen Rahabi usque ad flumen Thut et hinc separantur divise Hamen a divisis Cannes et descendunt per flumen flumen(g7) quousque iunguntur ad aquam que descendit de vallone Sellha, et hinc separantur divise Bactallarii a divisis Melesendini et ascendunt per predictum vallonem versus meridiem, quousque iungitur(h7) ad viam que ducit de Sciacca ad Panormum et vadit per eam usque ad separationem viarum, et relinquunt viam que est a dextrix(i7) scilicet viam || Mazarie et assumunt viam que est a sinistris, que ducit de Senurio, et vadunt per eam quousque perveniunt ad lapides Masculi et remanent predicti lapides sinistrorsum vie in divisis Bactallarii et vadunt(j7) per viam predictam usque ad capud montane crete et descendunt ab ea usque ad flumen Capres. Vertuntur per viam puplicam magnam quousque iunguntur ad rivum qui descendit a capite Ghemi(k7) et hinc relinquitur via a dextris et revertuntur per aque ductum qui descendit de Chemino et ascendunt per aque ductum aque ductum(l7) usque ad capud altere predicte, que est subtus caput Elchemini et descendit ab ea per aque ductum versus septentrionem quousque iungitur cum via que ducit de Calatahali ad Senurium. Incidunt viam et descendunt per vallonem vallonem(m7), quousque iunguntur ad flumen Rahabi. Transeunt flumen predictum usque ad planum ubi sunt tamarices et ascendunt inde usque ad vallonem subtilem et ascendunt cum eo usque ad petras plantatas in sinu montis, et ipse petre relinquuntur a sinistris, et ascendunt per serram usque ad hedificia diructa que sunt subtus castellum Hantella et descendunt ab ipsis versus orientem per serram serram(n7) usque ad viam que est subtus altera altera(o7) et vadunt per viam usque ad puteum Bahagar et vadunt per viam usque ad lacum Zagandi et reddeunt versus septetrionem usque ad planum et descendunt ad viam que ducit de Bactallaro ad Kalatahali et vertuntur per ipsam ad meridiem, quousque iuguntur ad viam Sciake propre vallonem Servi et transeunt vallonem et vadunt per viam versus meridiem directe et hic dimiciur via a sinistris que ducit Panormum et asumunt viam que ducit de Bactallaro ad Antellam et vadunt per viam viam(p7) quousque perveniunt ad rivum fontis Simar et hinc dimictunt viam Bactallarii a sinistris et ascendunt cum rivo usque ad fontem Simar et ascendunt ab ipsa ad terram laboratoriam ubi est Rubet et ascendunt ab ea ad arbusta usque ad viam serre que ducit de Calatamauru; ascendunt per viam, per serram serram(q7) usque ad fines arbustorum usque ad alteram, ubi sunt petre albe plantate in ipsis arbustis, et relinquunt alteram et petras a sinistris et asumunt viam predictam et ascendunt per ipsam viam usque ad alteram que vocatur Helmudaugar et ascendunt per alteram, et sicut fluit aqua versus orientem, pertinet ad Bactellarum et sicut fluit versus occidentem pertinet ad Kalatamauru. Postea descendunt de altera usque ad viam que est subtus altera predicta, ascendendo ad portam Caprificus et ibi est ficus et caprificus, et caprificus est in sinistro vie et est in | divisis Bactallarii et alia arbor est in dextra parte vie in divisis Kalatamauri, et ascendunt per viam predictam usque ubi via ipsa intersecat aliam viam que vadit ad Kalatamauru, dividit viam illam, et ascendunt per viam predictam, quousque pervenit ad finem Girrayde et vadunt per viam ascendendo quousque remanet fons qui dicitur Ayn Elgelakan a dextris et vadunt per viam predictam quousque perveniunt ad viam Busachini que ducit ad Kalatamauru, ad locum Cassarii, postea ascendunt per viam puplicam versus orientem ad capud montis, ad murram que est in capite montis qui nominatur mons Venti. Vadunt per montem orientaliter, ita quod, sicut fluit aqua versus meridiem, pertinet ad Comiziiam et Cinianam et, sicut fluit aqua versus septentrionem, pertinet ad Bactallarum; et descendunt de capite montis predicti ad fontem Pomerii et descendunt de ipso fonte usque ad rivum et vallonem ficus et descendunt per vallonem vallonem(r7) usque ad viam puplicam que ducit a Busakino rudeinu et vadunt cum ea quousque perveniunt ad eum locum ubi iunguntur vie iuncte de Busackino(s7) et Bactallario et Rudeinu usque ad lapides albos qui sunt plantati in via et descendunt ad aqua(t7) ductum, ubi tres rivuli iunguntur, et descendunt cum eo ad margi, ad campum Fraxineti, et clauduntur divise.

Insediamenti arabi in Sicilia

Uno studio molto importante dell'Università di Catania della Facoltà di Lettere e Filosofia della Prof.ssa I. Licitra sugli insediamenti arabi in Sicilia compreso Bisacquino che trovate a questo indirizzo. Anche le cartine di qui sotto sono tratte dal link dell'Università.
Per andare nel link cliccate qui sotto e poi sull'indirizzamento

https://www.google.it/url?sa=i&rct=j&q=&esrc=s&source=images&cd=&ved=0ahUKEwjTi_OLh4rXAhVBzxQKHaRNAkYQjhwIBQ&url=http%3A%2F%2Fslideplayer.it%2Fslide%2F618628%2F&psig=AOvVaw0loTJ3qu1oH92222sRfOmH&ust=1508961847273275




Leonardo Sciascia - Corriere della sera


(CORRIERE DELLA SERA, 25 agosto 1982)
Il dottor Michele Margiotta, nato a Bisacquino nel 1901 (concittadino, dunque, e coetaneo di Frank Capra) e morto quest’anno a Palermo, ha scritto poco prima di morire, e privatamente pubblicato, un libretto di ricordi. Bisogna dire che nella sua vita attraversò tre professioni: avvocato, magistrato e infine, e più lungamente, notaio. Come magistrato, si trovò ad indagare, nell’estate del 1933, sulla morte di Raymond Roussel all’Hotel des Palmes di Palermo: e poiché anch’io, circa quarant’anni dopo, mi sono trovato a indagare su quella morte, ecco la ragione per cui il suo libretto di ricordi mi è pervenuto.
Un breve capitolo del libretto è dedicato alla mafia e al suo allora potente capo: don Vito Cascio Ferro. Racconta il dottor Margiotta che dopo il “giovanile errore” di una tentata estorsione, per cui fu denunciato e arrestato, don Vito emigrò negli Stati Uniti, dove entrò a far parte della mafia, che allora si chiamava Mano nera. “Si dice ricevesse l’incarico di seguire nel viaggio a Palermo il celebre poliziotto italo americano Petrosino e di ucciderlo, cosa che avrebbe fatto personalmente, ammazzandolo a piazza Marina. Questo fatto, non legalmente provato, diede prestigio a don Vito e gli permise di assumere con mano sicura la direzione della mafia per tutto il territorio della provincia di Palermo… I grossi affari di terre e case, a Palermo, passavano per le sue mani, ma era moderato nel chiedere la percentuale e non provocava ritorsioni… A Bisacquino, don Vito gestiva dall’alto le aziende agricole dell’onorevole Domenico De Michele Ferrantelli, con sede a Guiglia, e l’azienda di Santa Maria del Bosco di Nenè Inglese… Io facevo l’avvocato ed egli mise il veto affinché non ricevessi incarichi di difesa in corte d’assise. Ciò veniva a limitare il mio lavoro al tribunale e alla corte d’appello. Per questo motivo fui indotto ad entrare in magistratura… Debbo però confessare che per il resto don Vito fu sempre corretto. Sono certo che si mantenne estraneo alle rapine subite da mio padre.
Questo era un capomafia fino ai nostri anni cinquanta; e questi erano gli interessi della mafia. Scrivendone nel 1957, mi pareva che una mafia siffatta, e con siffatti interessi, fosse in via d’estinzione. Ma così concludevo: “Se dal latifondo riuscirà a migrare e consolidarsi nella città, se riuscirà ad accagliarsi intorno alla burocrazia regionale, se riuscirà ad infiltrarsi nel processo d’industrializzazione dell’isola, ci sarà ancora da parlare, e per molti anni, di questo enorme problema.” Facile e persino ottimistica previsione.
La mafia è andata al di là: è diventata fenomeno più vasto, indefinibile e visibilissima nei suoi molteplici effetti invisibile nella sua gestione, nei suoi capi, nei suoi legami, nelle sue connivenze e protezioni. Si conosceva una mafia siculo americana e si parlava di una certa penetrazione specialmente in ordine agli abigeati nelle colonie francesi di Tunisia e Algeria; ma la droga e il traffico delle armi l’hanno fatta dilagare in ogni parte del mondo.
Lentamente stiamo arretrando a rimpiangere tutto, o quasi tutto, del passato. Saremo costretti a rimpiangere anche la mafia di don Vito Cascio Ferro?

Leonardo Sciascia

Documento Beati Paoli



Dal libro di Gabriello Montemagno dal titolo "L'uomo che inventò i Beati Paoli" - Sellerio Editore è riportata una scoperta di Nicola Volpes consultando la documentazione che l'Archivo di Stato di Palermo conserva nel caso Petrosino, ucciso la sera del 12 marzo 1909.
Alla data di questo documento, che si trova, all'Archivio di Stato di Palermo, la prima puntata del romanzo del Natoli non era ancora uscita, sarà stampata il 6 maggio del 1909.
Occorre inoltre sottolineare che già nel 1873, il Comune di Palermo, aveva intitolato ai Beati Paoli, la strada e la piazza dove le leggende volevano che vi si riunissero i Beati Paoli.

Undici aprile 1909. Regio Commissariato di Pubblica Sicurezza di Bisacquino.
Nel corso delle investigazioni circa l'uccisione del luogotenente Petrosino, mi fu confidato, quale prova che Vito Cascioferro fa parte da molto tempo di una criminosa associazione esistente a Palermo, che il medesimo, tempo fa, essendo latitante, incaricò un individuo di Bisacquino di portare una lettera in una casa contigua ad una Chiesa esistente in prossimità del Monte di Pietà di Palermo, alla quale casa si accede per una porta piuttosto piccola a fianco della Chiesa medesima, ove, bussato, gli si sarebbe presentata una giovane sordomuta che, ritirata la lettera, avrebbe aperto una porticina conducente ad un sotterraneo e di là sarebbe ritornata con una lettera di risposta contenente del denaro che avrebbe dovuto consegnare a lui. L'incaricato, rintracciata la casa indicatagli, eseguì le istruzioni ricevute, e poiché ebbe consegnata la lettera la sordomuta, probabilmente sorella del sacrista di detta Chiesa, del quale ritenne la casa medesima fosse l'alloggio, aperta la porticina conducente al sotterraneo, che gli sembrò sottostante alla suddetta Chiesa, lo introdusse in esso.
Qui vi trovò riuniti parecchi individui a lui sconosciuti e dall'aspetto sinistro, ed alcuni tavoli disposti regolarmente lo convinsero che quello era il luogo di ritrovo della delinquenza, dove avveniva la spartizione della refurtiva e si pronunziavano le sentenze a carico dei suoi membri.
Poiché ebbe atteso per qualche tempo, gli fu consegnata la lettera di riscontro con il denaro per il destinatario, e prima di allontanarsi gli fu raccomandato di serbare, pena la vita nel caso di trasgressione, il segreto su quanto aveva osservato. Fatte pertanto accurate ricerche per l'identificazione del misterioso locale ho dovuto convincermi in base alle indicazioni fornite dal Cascioferro al latore della lettera, che la Chiesa di cui trattasi e quella dei Beati Paoli, sita nella piazza omonima, e la casa suindicata quella contigua alla stessa Chiesa è situata precisamente nel punto in cui la piazza in parola forma angolo con il vicolo degli Orfani.
Firmato: delegato di P.S. cavalier Ponzi.


Stemma Bisacquino ultima parte vespri


Buonasera a tutti, i vespri siciliani si conclusero nel 1302, con la pace di Caltabellotta tra il re spagnolo Federico III d'Aragona e Carlo di Valois in rappresentanza di Carlo II d'Angiò, pertanto la Sicilia passava nelle mani degli Aragonesi. Una domanda che vi sarete posti, leggendo l'articolo di ieri è questa: come mai nella bandiera siciliana, non sono presenti i colori di Bisacquino, che sono il bianco ed il celeste? A dire la verità, il primo simbolo della ribellione, aveva all'interno l'aquila reale, presente nel nostro stemma medievale, all'interno dei colori giallo in rappresentanza di Corleone e rosso in rappresentanza di Palermo. Infatti, è uno degli stemmi più antichi di Sicilia, a partire dal periodo normanno. Visto che questo stemma medievale, non è stato mai pubblicato in nessuna monografia su Bisacquino, per la prima volta in assoluto, lo potete vedere nel blog. Lo stemma attuale di Bisacquino, non è molto diverso da quello antico, cambia solo l'aquila reale che in quello antico ricalca l'aquila reale normanna. L'aquila reale, ai tempi dei Greci, era l'icona di Giove, per questo fu scelta, come stemma dei Romani, che portavano tra l'altro in battaglia. I Normanni per questo motivo, scelsero l'aquila reale come simbolo, anche se con qualche variante rispetto a quella romana. La fontana come vi dicevo, rappresenta il nome di Bisacquino, nome come ho spiegato in una lezione precedente, Arabo / Berbero: Bu su akan. Bu sta per "Quella", Su per "Acqua" ed Akan come "Scorrere": quindi, diviene, quell'acqua che scorre, con riferimento all'acqua che nasceva nella parte alta dell'attuale Bisacquino. Inoltre, nel periodo normanno, dove si trova l'attuale chiesa madre, al centro vi era una fontana identica a quella dello stemma. I normanni cambiarono poi il nome in Busacchinum, infine gli spagnoli in Busacchinu. All'interno dello stemma, potete anche vedere, una stella a sei steli, era il simbolo di Federico II di Svevia, il quale sognò una stella. All'interno dello stemma, la stella fu poi cambiata a otto steli: lo stemma dell'Arcidiocesi di Monreale. Era, questo, il simbolo dell'arcidiocesi, in quanto il suo territorio, ha la forma di una stella, con otto angoli. Per quanto riguarda le ribellioni nelle nostre zone, in quel periodo ne successero altre; a Corleone, visto che i corleonesi erano molto orgogliosi, ogni qual volta che anche i soldati spagnoli tentavano di molestare le donne del luogo, o per l'aumento del prezzo del frumento; a Bisacquino, invece tutte le ribellioni, delle quali parlano le monografie locali, successero per l'aumento della tassa sul vino o per l'aumento della tassa sulle osterie. In un caso, per un aumento molto gravoso del prezzo del vino, l'Arcivescovo di Monreale, Arnaldo Reseach, fu costretto a chiedere soccorso al re Federico III, perché anche i sacerdoti locali, il governatore ed i giurati animarono la popolazione contro l'Arcivescovo. Federico III, riuscì a fare opera di mediazione; segno che il vino di Bisacquino era buono. Nelle taverne, generalmente, vi erano tre botti; una con il vino più scadente, allungato con l'acqua, che costava di meno; uno buono ed uno pregiato il cosiddetto vino perpetuo. Li musti di Bisacquino, erano una delle risorse più rilevanti dell'Arcidiocesi.


Fontana Zisa periodo normanno Palermo

Vespri Siciliani terza parte


Buona sera a tutti, siamo ancora alla sera del 30 marzo 1282, giorno dei Vespri del lunedì dell'Angelo; i francesi dentro la chiesa del Santo Spirito vengono messi in fuga dagli incappucciati, che loro chiamano i Piddiconsi (i Pidduzzi), ma non molto lontano dalla chiesa, vengono uccisi tant'è che la chiesa da quel tempo, farà parte del cimitero di Sant'Orsola. Probabilmente, la ribellione nei confronti dei francesi, era stata pianificata da alcuni mesi. Soprattutto, dopo un decreto di Carlo D'Angiò, che imponeva a tutti i baroni, di ospitare nei loro palazzi i soldati francesi. Quella sera a Palermo, si sono spostati circa tremila abitanti della zona del corleonese, molti sono i bisacquinesi. Sono tutti tremila, armati da coltelli prodotti a Bisacquino infatti, da allora Bisacquino sino ad oggi, è conosciuta in tutta la Sicilia per la produzione di coltelli. Non sappiamo il ruolo delle donne, che vediamo nell'arazzo del tempo, che vedete, incluse con i dominò bisacquinesi. Sono tutti tremila gente del mestiere: cavalieri, conciatori di pelli, macellai, campieri, gente della malavita. A Palermo, per tutta la notte, a tutti coloro che incontrano, fanno dire la parola CICIRE, siccome i francesi, la pronunciano in maniera diversa, dicendo SCISCERE, sono molti i francesi che vengono uccisi. Nei giorni successivi, la ribellione dilaga in tutta la Sicilia. Un diplomatico che era stato alla corte di Federico II, Filippo da Procida, intanto, mesi prima, si era recato dal re spagnolo Pietro III, sposato con Costanza di Altavilla figlia di Manfredi, per consegnare il regno ai regnanti legittimi. Per questo, molte navi con molti soldati spagnoli, arrivano nel porto di Trapani. Nel frattempo, viene realizzata la prima bandiera siciliana, con il colore giallo in rappresentanza di Corleone ed il colore rosso in rappresentanza della città di Palermo; che sono i colori dell'attuale bandiera siciliana. All'interno della prima bandiera vi era un aquila imperiale, poi sostituita con la trinacria. Carlo D'Angiò invia in Sicilia, un fortissimo esercito da Napoli, credendo di poter placare la ribellione.....continua..


Vespri Siciliani seconda parte

  1. Buon pomeriggio, continuiamo a parlare dei Vespri Siciliani; è il lunedì dell'Angelo, giorno 30 marzo 1282, ci troviamo nei pressi della Chiesa del Santo Spirito, nella borgata di Sant'Orsola a Palermo; la Sicilia è sotto la dominazione francese del Re Carlo D'Angiò. Una giovane coppia di nobili, sta per entrare quel tardo pomeriggio in chiesa; questa coppia viene fermata dai soldati, la donna perquisita davanti a tutti da un soldato. Il marito per difendere l'onore della moglie, sfila la spada ed uccide il soldato francese. I soldati francesi, entrano con i loro cavalli in chiesa, un sacrilegio per quei tempi, nemmeno i barbari si erano spinti a tanto. La gente che si trova dentro la chiesa, comincia a fuggire, quando irrompono i Piddiconsi, dei guerrieri incappucciati, vestiti con abiti dal colore rosso antico. Nella lingua siciliana la parola vendetta non esiste; quando si dice che una persona si vuole vendicare, si usa la frase NON CI PASSO' DI SOPRA; per questo gli studiosi trovandosi a tradurre la parola Piddiconsi, l'hanno erroneamente tradotta in Vindiconsi; la parola nell'arazzo è Piddiconsi, che era il modo con il quale gli ufficiali francesi, trasmisero a Carlo D'Angiò a Napoli, quanto era accaduto nella chiesa del Santo Spirito, con riferimento agli incappucciati. Piddiconsi in un miscuglio tra francese e siciliano, indicava i conciatori di pelli. Quando l'ufficiale francese chiede agli incappucciati chi erano, il priore gli risponde i Pidduzzi. La biblioteca di Bisacquino, ha la fortuna di conservare i libri dell'Ordine dei fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo. In quanto dal 1192 sino al 1861 il padre provinciale di tutta la Sicilia, aveva per diritto come sede Bisacquino. La provincia siciliana fu la prima ed unica sede di quest'ordine in Sicilia. Per questo uno dei primi stemmi di Bisacquino fu la stella a 6 punti che fa parte dello stemma dell'Ordine, che vedete nella foto. Sicuramente a capo degli incappucciati, i Piddiconsi, nella fase organizzativa, vi era un rappresentante di quest'ordine, non sappiamo se anche nella fase esecutiva, in quanto in origine era un'ordine crociato, nella fase esecutiva doveva trattarsi di nobili, di cavalieri e di campieri i custodi dei territori dei nobili. Continua



Vespri Siciliani

Una buona serata, tutti Voi avrete sentito parlare dei Vespri Siciliani; analizziamo questo argomento avendo, come al solito, come riferimento il paese di Bisacquino. Con la morte del re Federico II di Svevia, Carlo D'Angiò di origine francese, fa uccidere i legittimi eredi al trono, impossessandosi del regno dei normanni, essendo anche lui, nelle scala gerarchica, un pretendente al trono. Questi trasferisce la sede del regno da Palermo a Napoli. I soldati francesi in Sicilia, si mostrano violenti e senza scrupoli; un decreto di Carlo D'Angiò fa si che in ogni abitazione baronale, vi deve risiedere un ufficiale francese. I soldati di Carlo D'Angiò, deridono le manifestazioni religiose e non hanno rispetto per le donne. L'allora borgata di Sant'Orsola e la chiesa del Santo Spirito saranno i luoghi da dove avranno inizio i Vespri Siciliani. Considerate, che Palermo, come dicevo l'altra volta, non esistendo servizi igienici, si estende in maniera orizzontale, con tanti borghi sparsi qua e là. Occorre fare una premessa, per la prima volta il clero, i baroni ed i villani sono uniti per l'odio nei confronti dei francesi. Il 30 marzo del 1282, giorno del lunedì dell'Angelo, continua

Francesco d'Assisi ed il suo tempo

Buona sera a tutti, visto che domani è la festa di Francesco d'Assisi, una delle personalità più importanti del Medioevo, analizziamo San Francesco nel contesto del suo tempo. Francesco d'Assisi nacque intorno al 1183 è come ho scritto più volte, il periodo nel quale i giovani, cresciuti nelle famiglie dell'alta borghesia, hanno tre scelte: il cavalierato, la vita religiosa il lavoro. Francesco che non è un nobile, inizia a lavorare nel grande negozio del padre, quest'ultimo è un mercante di stoffe. Come tutti i giovani del suo ceto, riceve una cultura religiosa, studiando dai canonici della cattedrale di Assisi. Francesco prima diventa cavaliere è partecipa anche ad una crociata, pur non potendo combattere a seguito di una malattia, poi lavora nel negozio del padre ed infine abbraccerà la vita religiosa. Non pensate, che la scelta religiosa di Francesco sia legata a degli avvenimenti soprannaturali, anche se i sogni, come dicevo l'altra volta hanno un fondamento importante nelle scelte degli individui. La scelta religiosa è una scelta pensata, voluta determinata dalla cultura del suo tempo. Non crediate che l'ordine mendicante, fondato da Francesco, sia un ordine composto dai ceti bassi della popolazione e di gente analfabeta. Sono tutti giovani, appartenenti a famiglie importanti, con tanti studi, per lo più educati nelle abbazie. La scelta di Francesco, pone il pontefice del tempo, Innocenzo III, di fronte ad una scelta, considerare Francesco ed il suo gruppo composto da una quindicina di persone degli eretici oppure considerarlo un nuovo ordine religioso della chiesa. Se vi ricordate, quando parlavo dei fraticelli di Santa Maria del Bosco, il vescovo di Agrigento, aveva imposto, che passassero all'ordine benedettino. Innocenzo III invece li riconosce. Fate attenzione: generalmente per quanto riguarda le scelte dei pontefici noi abbiamo l'idea che si muovono in un ambito chiuso, cercando di tutelare i propri interessi; ma le cose non stanno proprio così. La chiesa studia il suo tempo e percepisce anche quelle trasformazioni delle quali la società ha bisogno. Per questo Innocenzo III, intuisce che la chiesa prima o poi dovrà fare i conti, con i ceti più deboli, i più poveri che cominciano a farsi strada, per avere un ruolo più degno. Anche il partecipare alla Crociata di Francesco quando era cavaliere, aveva un senso, era pur sempre una scelta di un animo nobile, il liberare i luoghi sacri della cristianità. Generalmente, noi consideriamo i ricchi in antitesi con i poveri e non li possiamo vedere, invece molti nobili del tempo erano persone che inseguivano degli ideali, che facevano pellegrinaggi per salvare la propria anima delle elemosine e dei gesti eclatanti come quello di Francesco. Emblematico l'amor cortese, del quale parlavo l'altra volta e mi piace concludere, raccontandovi questa storia, Al Re cristiano di Tripoli, è stato affidato il compito di custode di Gerusalemme; questi aveva una figlia, che era considerata per quel tempo, la principessa più bella del mondo. Un nobile cavaliere, pur non avendola mai vista, per l'amor cortese, se ne innamora così tanto, che non manca occasione di parlarne con chi l'ha vista, per farsi descrivere i suoi lineamenti ed il suo portamento. Il cavaliere nobile, sapendo che Gerusalemme è stata attaccata dai musulmani, parte senza esitazione, per la crociata, per difendere la donna amata. Durante il viaggio si ammala ed arriva a Tripoli in fin di vita. La principessa, venendo a conoscenza di quanto accaduto, corre al capezzale del nobile cavaliere, il quale morirà tra le sue braccia. Il nobile cavaliere vedendo la bellezza ed il portamento della donna amata, dirà quest'ultima frase: "La vita è l'ombra di un sogno che fugge, solo l'amore rimane immortale". La principessa, ascoltando queste parole, in lacrime, deciderà di farsi monaca, per la bellezza ed il portamento dell'uomo amato.

Il medioevo a Bisacquino parte seconda

Buona sera a tutti, ieri sera eravamo rimasti alle taverne, che non erano come sono ora ma un poco diverse; le taverne erano un luogo d'incontro, dove si facevano affari, si mangiava, si beveva, vi dormivano i forestieri e soprattutto si giocava; nel gioco molti potevano perdere anche molti soldi; il gioco più in uso nelle taverne, era quello dei dadi. Taverne ve ne erano più di una, si trovavano tutte nella piazza. Ogni tanto succedevano anche delle risse, per il vino bevuto. Si dice che il vino non era granché buono, quello delle taverne, quello nelle case eccellente; l'uva dopo la vendemmia, veniva pestata con i piedi, sul posto della vendemmia e trasportato poi il succo nel paese. Potevano pure succedere delle zuffe collettive, queste prendevano il nome di mischia, che era anche il nome dato alle gare tra cavalieri, quando si combatteva con le spade in due gruppi rivali. La domenica, non lavorava nessuno, era una delle poche occasioni per le donne per uscire. Le donne difficilmente scendevano in piazza, avevano dei percorsi quasi obbligati, la fontana vicino casa, il lavare i panni nei ruscelli, la chiesa ed i negozi di tessuti. Vi erano molte processioni religiose interminabili, alle quali potevano partecipare, cominciavano la domenica mattina per concludersi al tramonto. Le strade erano affollate, anche da mucche, gatti, capre, cani, muli, cavalli, maiali e galline. Già a cinquant'anni una persona era considerata vecchia; vi erano molti mendicanti, che la notte abitavano nel quartiere di Santa Caterina.
Bisacquino tra il 1300 ed 1400 contava sui tremila abitanti. A capo del paese vi era un Vicario Foraneo, un prelato, in rappresentanza dell'Arcivescovo di Monreale, questi si occupava della cura spirituale demandando il compito dell'amministrazione ad i suoi collaboratori, il Governatore e quattro Bali che venivano eletti ogni anno per acclamazione nella piazza. Nel periodo di Natale, non lavorava nessuno, era il periodo considerato più ricreativo durante tutto l'anno. Dopo la morte nera del 1350, sarà il carnevale il periodo più atteso dai bisacquinesi.

IL Medioevo a Bisacquino


Buona sera a tutti, mi è stato richiesto di parlare del modo di vivere nel basso medioevo, per questo oggi affrontiamo questo argomento. Alcuni si chiederanno come passava la giornata per la popolazione, a Bisacquino, nel periodo tra il 1300 ed il 1400. Il paese era diviso in quartieri, infatti gli archi avevano il compito la sera di chiudere un quartiere da un altro; vi erano quattro quartieri: il quartiere ebraico nella zona del Rosario; il quartiere Cristiano nella zona della piazza e dell'Acquanova, il quartiere Arabo nella zona della Grazia ed il quartiere della nobiltà e della borghesia tra la piazza e San Vito; vi era pure il quartiere dei mendicanti, a valle del paese. La nobiltà era composta dai proprietari terrieri, la borghesia dai mercanti e dai proprietari dei negozi di tessuti. Per quanto riguarda i nobili, tutta la proprietà passava al primogenito, gli altri figli se erano uomini potevano scegliere la vita religiosa per fare carriera o divenire cavalieri. Se sceglievano la strada del cavalierato, dovevano alla maggiore età lasciare la famiglia e spostarsi lontano, al servizio di altri castellanti. Per potere emergere, dovevano fare delle gare, quella più pericolosa era la giostra, che si svolgeva con le lance. Le figlie femmine se non erano richieste in matrimonio sceglievano la vita religiosa. I borghesi persone ricche ma non nobili, chiedevano per i figli maschi, generalmente, la mano di una principessina nobile, per acquisire un titolo nobiliare. I titoli erano importanti, erano la carta di presentazione dei cavalieri. Nelle case dei nobili, i letti erano chiusi a baldacchino in quanto d'inverno nelle case c'era molto freddo, i materassi erano riempiti di piume e di pelli. Le figlie femmine dei nobili passavano il tempo a prepararsi il corredo ed a imparare a leggere, tutti i figli maschi imparavano a leggere e a scrivere. I palazzi delle quattro famiglie più illustri del paese, i Florena, i Bona, i Placa e gli Almerici erano abbastanza grandi, ma non sontuosi come nel periodo rinascimentale. Le case degli artigiani avevano, al piano terreno la bottega ed al primo piano l'abitazione; chi se la passava peggio erano i contadini, che guadagnavano poche cose, erano soggetti a svolgere dei lavori verso i proprietari, senza ricevere alcuna paga, le cosiddette ANGHERIE, termine ancora in uso nel paese. Nelle case degli artigiani come dei contadini, si viveva in un ambiente molto ristretto, i materassi erano realizzati con delle foglie: tutto il nucleo familiare generalmente composto dai genitori più nove figli dormivano nello stesso materasso: alcuni ai piedi altri al "capizzo". Non esistevano i servizi igienici, per fortuna che il paese era in pendenza e pioveva spesso per nove mesi l'anno, il clima era simile a quello attuale, un poco più freddo e con più neve d'inverno. D'estate in ogni via vi era un posto dedicato ai "grasci". Si viveva gran parte della giornata per strada, sotto gli archi che fungevano anche da mercato. I figli dei contadini e degli artigiani non sapevano ne leggere ne scrivere generalmente svolgevano i lavori imparati dai genitori. Le figlie femmine tessevano. Di notte le porte del paese si chiudevano così come quelle delle case, il paese restava tutto al buio. Le uniche fiammelle che restavano accese erano quelle delle taverne, affollate anche da forestieri: provenienti da Burgio, Sambuca e Corleone.

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