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Leonardo Sciascia - Corriere della sera


(CORRIERE DELLA SERA, 25 agosto 1982)
Il dottor Michele Margiotta, nato a Bisacquino nel 1901 (concittadino, dunque, e coetaneo di Frank Capra) e morto quest’anno a Palermo, ha scritto poco prima di morire, e privatamente pubblicato, un libretto di ricordi. Bisogna dire che nella sua vita attraversò tre professioni: avvocato, magistrato e infine, e più lungamente, notaio. Come magistrato, si trovò ad indagare, nell’estate del 1933, sulla morte di Raymond Roussel all’Hotel des Palmes di Palermo: e poiché anch’io, circa quarant’anni dopo, mi sono trovato a indagare su quella morte, ecco la ragione per cui il suo libretto di ricordi mi è pervenuto.
Un breve capitolo del libretto è dedicato alla mafia e al suo allora potente capo: don Vito Cascio Ferro. Racconta il dottor Margiotta che dopo il “giovanile errore” di una tentata estorsione, per cui fu denunciato e arrestato, don Vito emigrò negli Stati Uniti, dove entrò a far parte della mafia, che allora si chiamava Mano nera. “Si dice ricevesse l’incarico di seguire nel viaggio a Palermo il celebre poliziotto italo americano Petrosino e di ucciderlo, cosa che avrebbe fatto personalmente, ammazzandolo a piazza Marina. Questo fatto, non legalmente provato, diede prestigio a don Vito e gli permise di assumere con mano sicura la direzione della mafia per tutto il territorio della provincia di Palermo… I grossi affari di terre e case, a Palermo, passavano per le sue mani, ma era moderato nel chiedere la percentuale e non provocava ritorsioni… A Bisacquino, don Vito gestiva dall’alto le aziende agricole dell’onorevole Domenico De Michele Ferrantelli, con sede a Guiglia, e l’azienda di Santa Maria del Bosco di Nenè Inglese… Io facevo l’avvocato ed egli mise il veto affinché non ricevessi incarichi di difesa in corte d’assise. Ciò veniva a limitare il mio lavoro al tribunale e alla corte d’appello. Per questo motivo fui indotto ad entrare in magistratura… Debbo però confessare che per il resto don Vito fu sempre corretto. Sono certo che si mantenne estraneo alle rapine subite da mio padre.
Questo era un capomafia fino ai nostri anni cinquanta; e questi erano gli interessi della mafia. Scrivendone nel 1957, mi pareva che una mafia siffatta, e con siffatti interessi, fosse in via d’estinzione. Ma così concludevo: “Se dal latifondo riuscirà a migrare e consolidarsi nella città, se riuscirà ad accagliarsi intorno alla burocrazia regionale, se riuscirà ad infiltrarsi nel processo d’industrializzazione dell’isola, ci sarà ancora da parlare, e per molti anni, di questo enorme problema.” Facile e persino ottimistica previsione.
La mafia è andata al di là: è diventata fenomeno più vasto, indefinibile e visibilissima nei suoi molteplici effetti invisibile nella sua gestione, nei suoi capi, nei suoi legami, nelle sue connivenze e protezioni. Si conosceva una mafia siculo americana e si parlava di una certa penetrazione specialmente in ordine agli abigeati nelle colonie francesi di Tunisia e Algeria; ma la droga e il traffico delle armi l’hanno fatta dilagare in ogni parte del mondo.
Lentamente stiamo arretrando a rimpiangere tutto, o quasi tutto, del passato. Saremo costretti a rimpiangere anche la mafia di don Vito Cascio Ferro?

Leonardo Sciascia

Documento Beati Paoli



Dal libro di Gabriello Montemagno dal titolo "L'uomo che inventò i Beati Paoli" - Sellerio Editore è riportata una scoperta di Nicola Volpes consultando la documentazione che l'Archivo di Stato di Palermo conserva nel caso Petrosino, ucciso la sera del 12 marzo 1909.
Alla data di questo documento, che si trova, all'Archivio di Stato di Palermo, la prima puntata del romanzo del Natoli non era ancora uscita, sarà stampata il 6 maggio del 1909.
Occorre inoltre sottolineare che già nel 1873, il Comune di Palermo, aveva intitolato ai Beati Paoli, la strada e la piazza dove le leggende volevano che vi si riunissero i Beati Paoli.

Undici aprile 1909. Regio Commissariato di Pubblica Sicurezza di Bisacquino.
Nel corso delle investigazioni circa l'uccisione del luogotenente Petrosino, mi fu confidato, quale prova che Vito Cascioferro fa parte da molto tempo di una criminosa associazione esistente a Palermo, che il medesimo, tempo fa, essendo latitante, incaricò un individuo di Bisacquino di portare una lettera in una casa contigua ad una Chiesa esistente in prossimità del Monte di Pietà di Palermo, alla quale casa si accede per una porta piuttosto piccola a fianco della Chiesa medesima, ove, bussato, gli si sarebbe presentata una giovane sordomuta che, ritirata la lettera, avrebbe aperto una porticina conducente ad un sotterraneo e di là sarebbe ritornata con una lettera di risposta contenente del denaro che avrebbe dovuto consegnare a lui. L'incaricato, rintracciata la casa indicatagli, eseguì le istruzioni ricevute, e poiché ebbe consegnata la lettera la sordomuta, probabilmente sorella del sacrista di detta Chiesa, del quale ritenne la casa medesima fosse l'alloggio, aperta la porticina conducente al sotterraneo, che gli sembrò sottostante alla suddetta Chiesa, lo introdusse in esso.
Qui vi trovò riuniti parecchi individui a lui sconosciuti e dall'aspetto sinistro, ed alcuni tavoli disposti regolarmente lo convinsero che quello era il luogo di ritrovo della delinquenza, dove avveniva la spartizione della refurtiva e si pronunziavano le sentenze a carico dei suoi membri.
Poiché ebbe atteso per qualche tempo, gli fu consegnata la lettera di riscontro con il denaro per il destinatario, e prima di allontanarsi gli fu raccomandato di serbare, pena la vita nel caso di trasgressione, il segreto su quanto aveva osservato. Fatte pertanto accurate ricerche per l'identificazione del misterioso locale ho dovuto convincermi in base alle indicazioni fornite dal Cascioferro al latore della lettera, che la Chiesa di cui trattasi e quella dei Beati Paoli, sita nella piazza omonima, e la casa suindicata quella contigua alla stessa Chiesa è situata precisamente nel punto in cui la piazza in parola forma angolo con il vicolo degli Orfani.
Firmato: delegato di P.S. cavalier Ponzi.


Stemma Bisacquino ultima parte vespri


Buonasera a tutti, i vespri siciliani si conclusero nel 1302, con la pace di Caltabellotta tra il re spagnolo Federico III d'Aragona e Carlo di Valois in rappresentanza di Carlo II d'Angiò, pertanto la Sicilia passava nelle mani degli Aragonesi. Una domanda che vi sarete posti, leggendo l'articolo di ieri è questa: come mai nella bandiera siciliana, non sono presenti i colori di Bisacquino, che sono il bianco ed il celeste? A dire la verità, il primo simbolo della ribellione, aveva all'interno l'aquila reale, presente nel nostro stemma medievale, all'interno dei colori giallo in rappresentanza di Corleone e rosso in rappresentanza di Palermo. Infatti, è uno degli stemmi più antichi di Sicilia, a partire dal periodo normanno. Visto che questo stemma medievale, non è stato mai pubblicato in nessuna monografia su Bisacquino, per la prima volta in assoluto, lo potete vedere nel blog. Lo stemma attuale di Bisacquino, non è molto diverso da quello antico, cambia solo l'aquila reale che in quello antico ricalca l'aquila reale normanna. L'aquila reale, ai tempi dei Greci, era l'icona di Giove, per questo fu scelta, come stemma dei Romani, che portavano tra l'altro in battaglia. I Normanni per questo motivo, scelsero l'aquila reale come simbolo, anche se con qualche variante rispetto a quella romana. La fontana come vi dicevo, rappresenta il nome di Bisacquino, nome come ho spiegato in una lezione precedente, Arabo / Berbero: Bu su akan. Bu sta per "Quella", Su per "Acqua" ed Akan come "Scorrere": quindi, diviene, quell'acqua che scorre, con riferimento all'acqua che nasceva nella parte alta dell'attuale Bisacquino. Inoltre, nel periodo normanno, dove si trova l'attuale chiesa madre, al centro vi era una fontana identica a quella dello stemma. I normanni cambiarono poi il nome in Busacchinum, infine gli spagnoli in Busacchinu. All'interno dello stemma, potete anche vedere, una stella a sei steli, era il simbolo di Federico II di Svevia, il quale sognò una stella. All'interno dello stemma, la stella fu poi cambiata a otto steli: lo stemma dell'Arcidiocesi di Monreale. Era, questo, il simbolo dell'arcidiocesi, in quanto il suo territorio, ha la forma di una stella, con otto angoli. Per quanto riguarda le ribellioni nelle nostre zone, in quel periodo ne successero altre; a Corleone, visto che i corleonesi erano molto orgogliosi, ogni qual volta che anche i soldati spagnoli tentavano di molestare le donne del luogo, o per l'aumento del prezzo del frumento; a Bisacquino, invece tutte le ribellioni, delle quali parlano le monografie locali, successero per l'aumento della tassa sul vino o per l'aumento della tassa sulle osterie. In un caso, per un aumento molto gravoso del prezzo del vino, l'Arcivescovo di Monreale, Arnaldo Reseach, fu costretto a chiedere soccorso al re Federico III, perché anche i sacerdoti locali, il governatore ed i giurati animarono la popolazione contro l'Arcivescovo. Federico III, riuscì a fare opera di mediazione; segno che il vino di Bisacquino era buono. Nelle taverne, generalmente, vi erano tre botti; una con il vino più scadente, allungato con l'acqua, che costava di meno; uno buono ed uno pregiato il cosiddetto vino perpetuo. Li musti di Bisacquino, erano una delle risorse più rilevanti dell'Arcidiocesi.


Fontana Zisa periodo normanno Palermo

Vespri Siciliani terza parte


Buona sera a tutti, siamo ancora alla sera del 30 marzo 1282, giorno dei Vespri del lunedì dell'Angelo; i francesi dentro la chiesa del Santo Spirito vengono messi in fuga dagli incappucciati, che loro chiamano i Piddiconsi (i Pidduzzi), ma non molto lontano dalla chiesa, vengono uccisi tant'è che la chiesa da quel tempo, farà parte del cimitero di Sant'Orsola. Probabilmente, la ribellione nei confronti dei francesi, era stata pianificata da alcuni mesi. Soprattutto, dopo un decreto di Carlo D'Angiò, che imponeva a tutti i baroni, di ospitare nei loro palazzi i soldati francesi. Quella sera a Palermo, si sono spostati circa tremila abitanti della zona del corleonese, molti sono i bisacquinesi. Sono tutti tremila, armati da coltelli prodotti a Bisacquino infatti, da allora Bisacquino sino ad oggi, è conosciuta in tutta la Sicilia per la produzione di coltelli. Non sappiamo il ruolo delle donne, che vediamo nell'arazzo del tempo, che vedete, incluse con i dominò bisacquinesi. Sono tutti tremila gente del mestiere: cavalieri, conciatori di pelli, macellai, campieri, gente della malavita. A Palermo, per tutta la notte, a tutti coloro che incontrano, fanno dire la parola CICIRE, siccome i francesi, la pronunciano in maniera diversa, dicendo SCISCERE, sono molti i francesi che vengono uccisi. Nei giorni successivi, la ribellione dilaga in tutta la Sicilia. Un diplomatico che era stato alla corte di Federico II, Filippo da Procida, intanto, mesi prima, si era recato dal re spagnolo Pietro III, sposato con Costanza di Altavilla figlia di Manfredi, per consegnare il regno ai regnanti legittimi. Per questo, molte navi con molti soldati spagnoli, arrivano nel porto di Trapani. Nel frattempo, viene realizzata la prima bandiera siciliana, con il colore giallo in rappresentanza di Corleone ed il colore rosso in rappresentanza della città di Palermo; che sono i colori dell'attuale bandiera siciliana. All'interno della prima bandiera vi era un aquila imperiale, poi sostituita con la trinacria. Carlo D'Angiò invia in Sicilia, un fortissimo esercito da Napoli, credendo di poter placare la ribellione.....continua..


Vespri Siciliani seconda parte

  1. Buon pomeriggio, continuiamo a parlare dei Vespri Siciliani; è il lunedì dell'Angelo, giorno 30 marzo 1282, ci troviamo nei pressi della Chiesa del Santo Spirito, nella borgata di Sant'Orsola a Palermo; la Sicilia è sotto la dominazione francese del Re Carlo D'Angiò. Una giovane coppia di nobili di origine corleonese, sta per entrare quel tardo pomeriggio in chiesa; questa coppia viene fermata dai soldati, la donna perquisita davanti a tutti da un soldato. Il marito per difen...dere l'onore della moglie, sfila la spada ed uccide il soldato francese. I soldati francesi, entrano con i loro cavalli in chiesa, un sacrilegio per quei tempi, nemmeno i barbari si erano spinti a tanto. La gente che si trova dentro la chiesa, comincia a fuggire, quando irrompono i Piddiconsi, dei guerrieri incappucciati, vestiti con abiti dal colore rosso antico. Nella lingua siciliana la parola vendetta non esiste; quando si dice che una persona si vuole vendicare, si usa la frase NON CI PASSO' DI SOPRA; per questo gli studiosi trovandosi a tradurre la parola Piddiconsi, l'hanno erroneamente tradotta in Vindiconsi; la parola nell'arazzo è Piddiconsi, che era il modo con il quale gli ufficiali francesi, trasmisero a Carlo D'Angiò a Napoli, quanto era accaduto nella chiesa del Santo Spirito, con riferimento agli incappucciati. Piddiconsi in un miscuglio tra francese e siciliano, indicava i conciatori di pelli. Quando l'ufficiale francese chiede agli incappucciati chi erano, il priore gli risponde i Pidduzzi. La biblioteca di Bisacquino, ha la fortuna di conservare i libri dell'Ordine dei fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo. In quanto dal 1192 sino al 1861 il padre provinciale di tutta la Sicilia, aveva per diritto come sede Bisacquino. La provincia siciliana fu la prima ed unica sede di quest'ordine in Sicilia. Per questo uno dei primi stemmi di Bisacquino fu la stella a 6 punti che fa parte dello stemma dell'Ordine, che vedete nella foto. Sicuramente a capo degli incappucciati, i Piddiconsi, nella fase organizzativa, vi era un rappresentante di quest'ordine, non sappiamo se anche nella fase esecutiva, in quanto in origine era un'ordine crociato, nella fase esecutiva doveva trattarsi di nobili, di cavalieri e di campieri i custodi dei territori dei nobili. Continua



Vespri Siciliani

Una buona serata, tutti Voi avrete sentito parlare dei Vespri Siciliani; analizziamo questo argomento avendo, come al solito, come riferimento il paese di Bisacquino. Con la morte del re Federico II di Svevia, Carlo D'Angiò di origine francese, fa uccidere i legittimi eredi al trono, impossessandosi del regno dei normanni, essendo anche lui, nelle scala gerarchica, un pretendente al trono. Questi trasferisce la sede del regno da Palermo a Napoli. I soldati francesi in Sicilia, si mostrano violenti e senza scrupoli; un decreto di Carlo D'Angiò fa si che in ogni abitazione baronale, vi deve risiedere un ufficiale francese. I soldati di Carlo D'Angiò, deridono le manifestazioni religiose e non hanno rispetto per le donne. L'allora borgata di Sant'Orsola e la chiesa del Santo Spirito saranno i luoghi da dove avranno inizio i Vespri Siciliani. Considerate, che Palermo, come dicevo l'altra volta, non esistendo servizi igienici, si estende in maniera orizzontale, con tanti borghi sparsi qua e là. Occorre fare una premessa, per la prima volta il clero, i baroni ed i villani sono uniti per l'odio nei confronti dei francesi. Il 30 marzo del 1282, giorno del lunedì dell'Angelo, 

Francesco d'Assisi ed il suo tempo

Buona sera a tutti, visto che domani è la festa di Francesco d'Assisi, una delle personalità più importanti del Medioevo, analizziamo San Francesco nel contesto del suo tempo. Francesco d'Assisi nacque intorno al 1183 è come ho scritto più volte, il periodo nel quale i giovani, cresciuti nelle famiglie dell'alta borghesia, hanno tre scelte: il cavalierato, la vita religiosa il lavoro. Francesco che non è un nobile, inizia a lavorare nel grande negozio del padre, quest'ultimo è un mercante di stoffe. Come tutti i giovani del suo ceto, riceve una cultura religiosa, studiando dai canonici della cattedrale di Assisi. Francesco prima diventa cavaliere è partecipa anche ad una crociata, pur non potendo combattere a seguito di una malattia, poi lavora nel negozio del padre ed infine abbraccerà la vita religiosa. Non pensate, che la scelta religiosa di Francesco sia legata a degli avvenimenti soprannaturali, anche se i sogni, come dicevo l'altra volta hanno un fondamento importante nelle scelte degli individui. La scelta religiosa è una scelta pensata, voluta determinata dalla cultura del suo tempo. Non crediate che l'ordine mendicante, fondato da Francesco, sia un ordine composto dai ceti bassi della popolazione e di gente analfabeta. Sono tutti giovani, appartenenti a famiglie importanti, con tanti studi, per lo più educati nelle abbazie. La scelta di Francesco, pone il pontefice del tempo, Innocenzo III, di fronte ad una scelta, considerare Francesco ed il suo gruppo composto da una quindicina di persone degli eretici oppure considerarlo un nuovo ordine religioso della chiesa. Se vi ricordate, quando parlavo dei fraticelli di Santa Maria del Bosco, il vescovo di Agrigento, aveva imposto, che passassero all'ordine benedettino. Innocenzo III invece li riconosce. Fate attenzione: generalmente per quanto riguarda le scelte dei pontefici noi abbiamo l'idea che si muovono in un ambito chiuso, cercando di tutelare i propri interessi; ma le cose non stanno proprio così. La chiesa studia il suo tempo e percepisce anche quelle trasformazioni delle quali la società ha bisogno. Per questo Innocenzo III, intuisce che la chiesa prima o poi dovrà fare i conti, con i ceti più deboli, i più poveri che cominciano a farsi strada, per avere un ruolo più degno. Anche il partecipare alla Crociata di Francesco quando era cavaliere, aveva un senso, era pur sempre una scelta di un animo nobile, il liberare i luoghi sacri della cristianità. Generalmente, noi consideriamo i ricchi in antitesi con i poveri e non li possiamo vedere, invece molti nobili del tempo erano persone che inseguivano degli ideali, che facevano pellegrinaggi per salvare la propria anima delle elemosine e dei gesti eclatanti come quello di Francesco. Emblematico l'amor cortese, del quale parlavo l'altra volta e mi piace concludere, raccontandovi questa storia, Al Re cristiano di Tripoli, è stato affidato il compito di custode di Gerusalemme; questi aveva una figlia, che era considerata per quel tempo, la principessa più bella del mondo. Un nobile cavaliere, pur non avendola mai vista, per l'amor cortese, se ne innamora così tanto, che non manca occasione di parlarne con chi l'ha vista, per farsi descrivere i suoi lineamenti ed il suo portamento. Il cavaliere nobile, sapendo che Gerusalemme è stata attaccata dai musulmani, parte senza esitazione, per la crociata, per difendere la donna amata. Durante il viaggio si ammala ed arriva a Tripoli in fin di vita. La principessa, venendo a conoscenza di quanto accaduto, corre al capezzale del nobile cavaliere, il quale morirà tra le sue braccia. Il nobile cavaliere vedendo la bellezza ed il portamento della donna amata, dirà quest'ultima frase: "La vita è l'ombra di un sogno che fugge, solo l'amore rimane immortale". La principessa, ascoltando queste parole, in lacrime, deciderà di farsi monaca, per la bellezza ed il portamento dell'uomo amato.

Il medioevo a Bisacquino parte seconda

Buona sera a tutti, ieri sera eravamo rimasti alle taverne, che non erano come sono ora ma un poco diverse; le taverne erano un luogo d'incontro, dove si facevano affari, si mangiava, si beveva, vi dormivano i forestieri e soprattutto si giocava; nel gioco molti potevano perdere anche molti soldi; il gioco più in uso nelle taverne, era quello dei dadi. Taverne ve ne erano più di una, si trovavano tutte nella piazza. Ogni tanto succedevano anche delle risse, per il vino bevuto. Si dice che il vino non era granché buono, quello delle taverne, quello nelle case eccellente; l'uva dopo la vendemmia, veniva pestata con i piedi, sul posto della vendemmia e trasportato poi il succo nel paese. Potevano pure succedere delle zuffe collettive, queste prendevano il nome di mischia, che era anche il nome dato alle gare tra cavalieri, quando si combatteva con le spade in due gruppi rivali. La domenica, non lavorava nessuno, era una delle poche occasioni per le donne per uscire. Le donne difficilmente scendevano in piazza, avevano dei percorsi quasi obbligati, la fontana vicino casa, il lavare i panni nei ruscelli, la chiesa ed i negozi di tessuti. Vi erano molte processioni religiose interminabili, alle quali potevano partecipare, cominciavano la domenica mattina per concludersi al tramonto. Le strade erano affollate, anche da mucche, gatti, capre, cani, muli, cavalli, maiali e galline. Già a cinquant'anni una persona era considerata vecchia; vi erano molti mendicanti, che la notte abitavano nel quartiere di Santa Caterina.
Bisacquino tra il 1300 ed 1400 contava sui tremila abitanti. A capo del paese vi era un Vicario Foraneo, un prelato, in rappresentanza dell'Arcivescovo di Monreale, questi si occupava della cura spirituale demandando il compito dell'amministrazione ad i suoi collaboratori, il Governatore e quattro Bali che venivano eletti ogni anno per acclamazione nella piazza. Nel periodo di Natale, non lavorava nessuno, era il periodo considerato più ricreativo durante tutto l'anno. Dopo la morte nera del 1350, sarà il carnevale il periodo più atteso dai bisacquinesi.

IL Medioevo a Bisacquino


Buona sera a tutti, mi è stato richiesto di parlare del modo di vivere nel basso medioevo, per questo oggi affrontiamo questo argomento. Alcuni si chiederanno come passava la giornata per la popolazione, a Bisacquino, nel periodo tra il 1300 ed il 1400. Il paese era diviso in quartieri, infatti gli archi avevano il compito la sera di chiudere un quartiere da un altro; vi erano quattro quartieri: il quartiere ebraico nella zona del Rosario; il quartiere Cristiano nella zona della piazza e dell'Acquanova, il quartiere Arabo nella zona della Grazia ed il quartiere della nobiltà e della borghesia tra la piazza e San Vito; vi era pure il quartiere dei mendicanti, a valle del paese. La nobiltà era composta dai proprietari terrieri, la borghesia dai mercanti e dai proprietari dei negozi di tessuti. Per quanto riguarda i nobili, tutta la proprietà passava al primogenito, gli altri figli se erano uomini potevano scegliere la vita religiosa per fare carriera o divenire cavalieri. Se sceglievano la strada del cavalierato, dovevano alla maggiore età lasciare la famiglia e spostarsi lontano, al servizio di altri castellanti. Per potere emergere, dovevano fare delle gare, quella più pericolosa era la giostra, che si svolgeva con le lance. Le figlie femmine se non erano richieste in matrimonio sceglievano la vita religiosa. I borghesi persone ricche ma non nobili, chiedevano per i figli maschi, generalmente, la mano di una principessina nobile, per acquisire un titolo nobiliare. I titoli erano importanti, erano la carta di presentazione dei cavalieri. Nelle case dei nobili, i letti erano chiusi a baldacchino in quanto d'inverno nelle case c'era molto freddo, i materassi erano riempiti di piume e di pelli. Le figlie femmine dei nobili passavano il tempo a prepararsi il corredo ed a imparare a leggere, tutti i figli maschi imparavano a leggere e a scrivere. I palazzi delle quattro famiglie più illustri del paese, i Florena, i Bona, i Placa e gli Almerici erano abbastanza grandi, ma non sontuosi come nel periodo rinascimentale. Le case degli artigiani avevano, al piano terreno la bottega ed al primo piano l'abitazione; chi se la passava peggio erano i contadini, che guadagnavano poche cose, erano soggetti a svolgere dei lavori verso i proprietari, senza ricevere alcuna paga, le cosiddette ANGHERIE, termine ancora in uso nel paese. Nelle case degli artigiani come dei contadini, si viveva in un ambiente molto ristretto, i materassi erano realizzati con delle foglie: tutto il nucleo familiare generalmente composto dai genitori più nove figli dormivano nello stesso materasso: alcuni ai piedi altri al "capizzo". Non esistevano i servizi igienici, per fortuna che il paese era in pendenza e pioveva spesso per nove mesi l'anno, il clima era simile a quello attuale, un poco più freddo e con più neve d'inverno. D'estate in ogni via vi era un posto dedicato ai "grasci". Si viveva gran parte della giornata per strada, sotto gli archi che fungevano anche da mercato. I figli dei contadini e degli artigiani non sapevano ne leggere ne scrivere generalmente svolgevano i lavori imparati dai genitori. Le figlie femmine tessevano. Di notte le porte del paese si chiudevano così come quelle delle case, il paese restava tutto al buio. Le uniche fiammelle che restavano accese erano quelle delle taverne, affollate anche da forestieri: provenienti da Burgio, Sambuca e Corleone.

L'amor cortese


Buonasera a tutti, il basso medioevo, il periodo dopo l'anno mille è caratterizzato dall'amor cortese. Quando pongo la domanda di un esempio di amor cortese, la risposta unanime è: l'amore di Dante verso Beatrice; questo riguarda l'ultimo periodo; più affascinante è l'amore dei cavalieri verso la donna amata. Nella concezione medievale, la figura della donna, rispetto agli uomini, è vista come più vicina alla divinità, sia per la sua bellezza, sia per il suo portamento. Il ruolo degli uomini è diverso, loro sono dei guerrieri, aspettano con ansia la guerra, che per loro vuol dire ricchezza. Nelle abazie come a Santa Maria del Bosco, i monaci grandi luminari, comprendono che occorre rendere meno violenta la realtà nella quale vivono, concepiscono così l'amor cortese: che vuol dire, ogni cavaliere deve combattere esclusivamente per un fine nobile: o per la donna amata o contro i nemici del cristianesimo: in tal caso la guerra è giusta; il concetto di Dio lo vuole, del quale parlavo in una lezione precedente. La donna amata può essere la propria moglie, può essere la donna più bella del castello, così come può essere una donna, che s'incontra per caso e che non s'incontrerà mai più. Tante volte, può pure succedere che una castellana dia dei segni al cavaliere che parte per la crociata, facendo cadere un fazzoletto che il cavaliere raccoglie. Ci sono anche dei cavalieri che hanno un amore per la stessa donna. Anche a Bisacquino, la figura del cavaliere, viene codificata, all'interno delle cerimonie ecclesiastiche, il rito si conclude con il giuramento del cavaliere e la consegna della spada. Nel nostro paese c'è un termine che indica la sberla, "scorcidicoddo" è un termine che ci introduce, all'ultima fase del rito; il Vicario Foraneo (il prete più importante) benedice la spada ed il futuro cavaliere, poi il cavaliere che lo ha introdotto ed al quale si presta giuramento da una scollata, al suo allievo, dice la frase "Sii Valoroso". Quando infuriavano le battaglie i cavalieri pensavano che le loro gesta un giorno sarebbero state raccontate nel loro paese, così anche la donna amata avrebbe appresso del loro valore. A Bisacquino l'amor cortese venne meno intorno al 1500, quando si rafforzarono le nobili famiglie dei Florena, dei Placa, degli Almerici e dei Bona ed il cavallierato divenne ereditario, un esempio è lo Sperone d'oro consegnato alla famiglia Florena. Visto che oggi è Santa Rosalia, auguri di buon onomastico. Santa Rosalia per un periodo, intorno al 1300 visse nella corte della Regina Margherita, moglie di Guglielmo I° di Sicilia, vivere a corte era un privilegio in quanto s'imparava a leggere e a scrivere e ad apprendere le Sacre Scritture. Dopo di avere attraversato il nostro paese, si riposò vicino Santa Maria del Bosco, in un luogo oggi chiamato "Acquafrisca"; nel luogo dove si era riposata al risveglio sorse una sorgente. Nel monte delle Rose che si trova alle spalle di Palazzo Adriano, incise la frase IO ROSALIA SINIBALDI, FIGLIA DELLE ROSE DEL SIGNORE, PER AMORE DEL MIO SIGNORE GESU' CRISTO HO DECISO DI ABITARE IN QUESTA GROTTA.


Gioacchino Martorana


  1. Queste due opere sono del pittore Gioacchino Martorana che visse intorno al 1700. La prima si trova nell'altare principale della Chiesa Madre di Bisacquino, la seconda nel museo di Monreale. Entrambe rappresentano la Madonna assunta in cielo, la Madonna del Paradiso. In entrambe le pitture la Madonna è con gli occhi chiusi in quanto non è ancora arrivata in Paradiso, si trova in cielo verso il paradiso.



    Alcalá de los Gazules



























    Romantica Alcala de los Gazules


    Nella foto il decano di Bisacquino Don Lino Di Vincenti, il sindaco di Alcalá de los Gazules ed il sindaco di Bisacquino dott. Filippo Contorno




    Auguri

    Desidero fare al Sindaco eletto di Bisacquino, Tommaso Di Giorgio ed alla Giunta da Lui nominata, ai Consiglieri eletti nella lista di maggioranza ed in quella di Gianvito Gaudiano, gli Auguri di buon lavoro così come anche tanti Auguri vanno a Michele Plaia ed al Suo gruppo affinchè tra cinque anni siano loro i protagonisti della prossima tornata elettorale. Dedicato a tutti uno dei video, che ritengo tra i più belli su Youtube: Romantica Bisacquino.









    Seconda parte





    Bisacquino, Il paese di Frate Giovanni


    Nel 1901, al decano arciprete di Bisacquino del tempo, arrivò una lettera da Roma del Superiore dei monaci Trinitari, la più alta carica di questi monaci, che hanno molte sedi nel mondo. In questa lettera, si domandava al decano, se esistesse ancora la chiesa di Santa Caterina, con attiguo un convento, che alcuni secoli prima, era stato abitato dai monaci trinitari. Il decano, pensando, che i monaci volessero riaprire il convento, scrisse che sia la chiesa di Santa Caterina sia il convento erano ancora esistenti. Nella lettera successiva spedita da Roma, invece nella busta vi erano dei soldi, per fare degli scavi nel pavimento della chiesa, in quanto lì vi doveva essere seppellito un monaco, riporto di preciso la frase: "Riposa lì, nostro fratello Giovanni Fiumara, passato ad altra vita come un Santo". Il decano, informò i canonici, così cominciarono gli scavi; inoltre, si cominciò a domandare, alla gente del luogo, se avessero avuto notizie tramandate, su questo frate Giovanni; in quanto il cognome, non era presente a Bisacquino. Gli scavi cominciarono, ma di "Nostro fratello Giovanni" nessuna notizia. Una vecchietta, che si trovava in chiesa, disse che un mese prima, mentre si trovava lì, aveva visto, muoversi la statua di Santa Caterina, per questo occorreva cercare lì; ma anche lì, di frate Giovanni neanche l'ombra. Il racconto della vecchietta, era diventato conosciuto, inoltre la gente vi aggiungeva dell'altro per renderlo più affascinante. Non si sa come fu, ma da quel momento molti videro chi in sogno, chi in delle visioni il santo frate. Mastro Saverio il fabbro ferraio, che abitava nel quartiere "Monte rozzo", sotto lo stratonetto, disse di avere sentito, delle trappiatine nel solaio di casa sua, ed aveva avuto la sensazione, che fosse padre Giovanni, per cui avrebbe chiamato dei maestri muratori per vedere, se a casa sua, c'era una truvatura, un tesoro, perché affermava che a quei tempi la gente nascondeva il denaro ed i gioielli sotto i mattoni. La maestra Gaetana, chiamata maestra perché suo marito era maestro scarpaio, che abitava nel quartiere "Quattro alberi", disse che frate Giovanni Fiumara, gli era apparso e gli aveva detto, che la domenica successiva le avrebbe rivelato, dove cercare la sua tomba. Due crapari, che si trovavano nella mannara detta di San Brase, potevano giurare che frate Giovanni, era apparso in una timpa in alcuni pietroni e nel pietrone era rimasta l'ombra. La maestra Tana, chiamata così perché il marito Nofrio era mastro tanto per dire, alle quattro del pomeriggio, visto che era estate, e piedi piedi non c'era nessuno, si posizionò nel crocevia, quasi di fronte la Chiesa di Santa Caterina; si diede una sistemata e poi cominciò a urlare a una voce, una voce, che aveva visto frate Giovanni, collare in direzione dell'arco; per cui mancò passò un minuto, e ci fu chi tagliava a destra, chi tagliava a sinistra, chi prendeva a stocco, per incontrare per primo nostro frate Giovanni, una poco scattiarono verso la badia. Frattanto, la maestra Giuvannina, che, aveva assistito a queste scene, si posizionò, dove c'era la Santa Croce, più in capo della Chiesa del Rosario, si afferrò alla firriata e si mise a vanniare che aveva visto, frate Giovanni salire verso Santa Lucia. La folla, perciò, passò da Santa Caterina al Rosario e alcuni possono giurare di avere incrociato frate Giovanni Fiumara. Manco, aveva passato una mezz'orata, che si sentiva la 'gnà Filippina che a una voce a una voce, vanniava dal monte rozzo; la gente anche se era stanca si spostava, può darsi che lo rintracciavano al Santo frate. Mastro Vincenzo, che a suo modo era un pittore ma sapeva solo, dipingere San Giuseppe, disse che gli era apparso in sogno Frate Giovanni, e lui poi gli aveva fatto un ritratto; chi vide il quadro disse che una rassomigliata a San Giuseppe c'era, cose giuste. Il canonico rettore della chiesa della Mandalena, padre Agostino, quando vide il quadro, subito saltò dalla sedia, per come era bello, disse che il quadro era meglio tenerlo in quella chiesa, ci trovò un posto nella chiesa e organizzò una processione, per la domenica successiva; frattanto, pervenivano voci che frate Giovanni, era stato avvistato, nel quartiere di San Francesco di Paola: il cavaliere Cola, che aveva più di ottant'anni e aveva le arterie, si mise a stolitiare che l'aveva visto.
    La signorina Salvatrice, per attirare l'attenzione su di se e per trovare marito, disse che mentre stava lavando della biancheria alla fontana dei roccazzelli, aveva visto specchiarsi nell'acqua frate Giovanni: anche se la sua descrizione del viso, non compaciava con quella del pittore, qualche rassomiglianza, qualcuno affermò che c'era, cose giuste. Vincenzina, che il marito teneva troppo stretta e non faceva uscire di casa, ebbe la scusa per uscire, dicendo che il santo l'aveva visto in casa sua. Il marito ancora lo cerca casa casa. Il rettore canonico della chiesa di Santa Maria di Gesù, avendo saputo che si organizzava una processione, radunò tutte le persone del quartiere, in quanto anche loro dovevano fare qualcosa per frate Giovanni Fiumara. Il pavimento della chiesa di Santa Caterina, ormai era tutto scucito, ma di frate Giovanni nessuna traccia. Alla processione, che si tenne la domenica, partecipò tutta la popolazione del paese, ed anche gente di fuori, si dice che alcuni dalla commozione forse svennero ed altri ebbero delle visioni.
    Il lunedì successivo, pervenne al decano una lettera da parte del priore di Roma dei trinitari con la quale si scusava e nella quale si chiedeva di non fare più delle ricerche su frate Giovanni, in quanto per un mero errore, avevano sbagliato paese. Per la cronaca il pavimento fu rifatto nuovo grazie ad un monaco carmelitano benefattore, padre Lucia che aveva vissuto nella chiesa del Carmine sino all'unità d'Italia, quando detto convento fu chiuso.
    Da allora Bisacquino, è chiamato, il paese di Frate Giovanni.


    La leggenda di Galileo



    Si racconta, che tanto tempo fa, viveva a Bisacquino, nel quartiere della Badia, un monaco che era proprietario di un mulino, che funzionava con l'acqua, che scendeva dalla piazza. Questo mulino aveva una grande ruota, attraversata dall'acqua. In questo mulino Galileo, conservava un libro antico di magie, con formule di bene e di male; quando l'acqua che arrivava nel suo mulino, era poca lui riusciva con delle formule magiche, a fare piovere in maniera molto forte; così, quando vedeva che la ruota, girava di nuovo forte, saliva sul ponte dove arrivava l'acqua, alzava una virga (bastone di legno) verso l'alto, e il temporale terminava. Allora, successe, che i magari e le fattucchiere del paese, nel fare le loro magie, invocassero il nome di Galileo; così il monaco Galileo, era visto come il diavolo; per cui i ragazzi lo prendevano in giro, dicendogli "Galileo figlio della luna" cioè delle tenebre della notte, per cui la gente si teneva, a debita distanza, dal suo mulino. Visto che il monaco Galileo, non poteva più uscire di casa, nemmeno per andare a dire messa, passava le sue giornate, come un fantasma, dentro il suo grande mulino; inoltre si era fatto crescere una lunga barba ed aveva i capelli molto lunghi. Accadde, senza che ne avesse colpa il monaco Galileo, che si scatenasse a Bisacquino, un fortissimo temporale. Piovve ininterrottamente per più di dieci ore, tutte le strade del paese erano allagate,  anche le chiese del paese si allagarono, sembrava che si buttasse l'acqua con i cati (secchi); le lavine in più punti si univano, creando dei veri e propri ruscelli; la gente si spostava nei primi piani, perché i piani terreni, erano in balia dei torrenti. Allora, la popolazione, sfidando la pioggia, andò in massa da Galileo, affinché fermasse il temporale; ritenendo che fosse stato lui l'autore. Galileo, allora, intimorito dalla folla, per calmarla,  salì con la sua virga e la sua folta barba, sul ponte accanto alla ruota, e cominciò ad usare le formule magiche del suo libro; ma il temporale non finiva, addirittura era ancora più violento. All'ultimo, il monaco Galileo, non sapendo più che fare, quando vide che la carta era mala pigliata, da bisacquinese com'era e da uomo di Chiesa, domandò aiuto alla Madonna del Balzo, poi, disse ai bisacquinesi: "Addinucchiative!" (inginocchiatevi!); così fecero e si inginocchiò pure lui. Allora il monaco Galileo, fece recitare la preghiera della Madonna del Balzo, "A Vui Sarvi Rigina",non poterono passare nemmeno cinque minuti che il temporale finì e cominciò a nevicare, calmando il vento. La gente, allora, cominciò a dire questa frase: "Busacchinu è furtunatu, ca a lavanca (slavina) un si la purtatu!".  Quando ci sono dei forti temporali, ancora oggi, si dice che gira per il paese il monaco Galileo.

    Bisacquino è fortunatu versione professionale

    Origine del nome Bisacquino

    Bene, parliamo questa sera dell'origine del nome di Bisacquino. Il nome Bisacquino, secondo me significa "Quell'acqua che scorre!"; più in avanti spiegherò il perché. Il canonico Lucia, dice a differenza dell'Avv. Caronna Farina, che in arabo il nome Bisacquino, significa patria del coltello; per questo per quanto riguarda Bisacquino, occorre ritrovare le origini nel periodo della dominazione araba. Nel periodo bizantino, prima di quello saraceno, in latino Bis Aqua significa doppia acqua come sosteneva l'Avv. Caronna Farina. Quest'ultimo, negli anni prossimi al periodo del mille ottocento, scrisse una Monografia su Bisacquino, prendeva come spunto, un grande conoscitore della lingua araba, il Canonico D'Angiò, che nel 1700 aveva tradotto la parola Bisacquino, come abbondante d'acqua. Secondo me, ha ragione l'Avv. Caronna Farina, anche se il Lucia sostiene questa tesi come quella di patria del coltello.  Il canonico Lucia che nel 1968, scrisse anche lui una bella Monografia su Bisacquino, sosteneva in quanto aveva scritto all'Università del Cairo, che la parola Bisacquino significasse "patria del coltello".
    In effetti la parola che si pronuncia Sikin, secondo i miei studi significa coltello, invece non ho trovato in arabo la parola Abu che il Lucia sosteneva che significasse Padre o Patria; per questo se ci sono dei conoscitori dell'Arabo, possono darci maggiori ragguagli. Il canonico Lucia aveva, secondo me sottovalutato il fatto che l'Egitto dal 600 all'800 fu per parecchio tempo, sotto l'influenza dei Turchi, per cui la lingua che si parlava, era un miscuglio tra Arabo e Berbero. In effetti, nella lingua Berbera, Bisacquino da me tradotto diventa Bu sa akan che significa l'acqua che scorre.  Gli arabi sbarcarono in Sicilia dalla Tunisia quando iniziarono la conquista, la prima città ad essere conquistata fu Mazara del Vallo poi arrivarono a Sambuca e da lì nella parte interna quindi nel territorio di Bisacquino. C'è chi dice che occorsero dieci anni per conquistare Palermo chi dice che occorsero quattro anni. Da sottolineare che erano in prevalenza come provenienza dei Berberi in quanto tutti i paesi del nord africa che si affacciano sul mediterraneo sono come appartenenza indicati come Berberi. Con i Normanni il nome di Bu su akan cambio in Busacchinum come riporta il D'Amico, con l'avvento della lingua siciliana divenne Busacchinu. Bu significa quella, su acqua e akan scorre. In effetti, a Bisacquino nel quartiere Acquanova, la parte alta del paese, sorge la sorgente del fiume Bruca, affluente del fiume Belice, che attraversa la piazza del paese. Per tutto questo ritengo che la parola Bisacquino sia riferibile alla frase l'acqua che scorre. Una buona serata.

    Nella foto vedete il castello - casale arabo nel territorio di Bisacquino dal nome Battellaro. 

    I Malcovenant



    Qualche breve cenno sui Malcovenant. Visto che in nessun libro di Bisacquino se ne parla, tranne il Lucia nella sua monografia, ma solo perché produce l'atto del 1183 con il quale i Malcovenant donavano il territorio di Bisacquino al Vescovo di Monreale; in quanto l'erede andava in sposa ad un altro grande feudatario Roberto di Tarsia. I Malcovenat, erano una famiglia normanna, che avendo aiutato il conte Ruggero, gli erano stati donati dei feudi. Fu una delle prime famiglie baronali della Sicilia. Gli erano stati concessi nel 1076 le baronie di Calatrasi, di Busacchino e di Racalmuto. Nel 1160 però Calatrasi che era una fortezza che si trovava vicino il paese di Roccamena venne riconquistata dagli arabi. I Malcovenant, riuscirono a fuggire tramite una galleria segreta e poi raggiunsero Bisacquino. Anche a Bisacquino esiste con certezza una galleria segreta, ora che con Palermo che è diventata città della cultura per il 2018, soprattutto per i suoi siti arabo - normanni, speriamo che da parte degli studiosi ci sia un interessamento per il nostro paese, in particolare per i cortili di via Florena, per l'arco dell'Orto, dove dovette sorgere il primo luogo di culto dei normanni e per questa famosa galleria, della quale se ne è sempre parlato che da Bisacquino conduce al castello arabo di Battellaro anch'esso arabo che si trova nel nostro territorio. I Malcovenant, avrebbero potuto scegliere di vivere a Bisacquino od a Racalmuto. Scelsero Bisacquino, anche perché lì vi era un piccolo castello, che però poi in seguito sarebbe diventato uno dei grandi della Sicilia. A Bisacquino, portarono delle novità anche nei balli tradizionali. I Malcovenant pur essendo normanni, parlavano la lingua francese, in quanto provenivano dalla Normandia nel nord della Francia. C'è un libro scritto su quel periodo, non citato, neanche nelle note, da nessuna monografia su Bisacquino, che parla di due baroni, un Guglielmo e poi di un Roberto, scritto in francese; la traduzione in Italiano è del 1790, il titolo del libro è Storia della Sicilia. Il Lucia parla di un Goffredo come primo barone. In questo momento non ricordo l'autore. Il territorio di Bisacquino è quello che vi ho fatto vedere l'altra volta, con la cartina, con i territori di Raia, Terrusio, Patellaro e Bruca. Cartina che era stata prestata da un mio amico, che farà parte di una galleria il prossimo anno a Palermo. Dopo i Malcovenant, le proprietà del palazzo non passarono al Vescovo di Monreale ma alla famiglia Florena. Avendo un poco di tempo a disposizione, cercherò di scoprire quale fu il motivo per il quale passarono a questa famiglia. I Malcovenant c'è chi sostiene che persero le tre baronie perché caddero in disgrazia a corte; grazie al Lucia sappiamo invece che fu per un matrimonio combinato. 

    Una buona serata, visto che ci avviciniamo alla domenica delle Palme, continuiamo questo cammino nei quaranta giorni di Gesù di Nazareth dopo la resurrezione. Lo analizzerò, sempre dal punto di vista delle fonti storiche, come dicevo l'altra volta, usando il metro dei monaci del medioevo di Santa Maria, che significava credere, in tutto quanto era stato tramandato. Per questo anche io, sono pienamente convinto, che la persona della Sacra Sindone è Gesù di Nazareth, al di là di quanto nel corso della mia vita cercheranno di farmi credere, con i loro ragionamenti empirici; inoltre, credo anche che la prima persona, che conservò quel lenzuolo, fu Maria di Magdala. Dopo i due incontri il giorno di Pasqua, prima con Maria di Magdala e poi con Cleopa ed Elia, i due discepoli di Emmaus, per una settimana non vengono citate altre apparizioni. Lo stesso giorno di Pasqua, sia Maria di Magdala, che i due discepoli di Emmaus, avevano informato Pietro e gli altri discepoli, che Gesù era apparso loro, ma ancora essi sono increduli. L'ottavo giorno, mentre i discepoli ancora si nascondono nel cenacolo, Gesù appare loro. Come dicevo l'altra volta, Gesù si muove dopo la resurrezione nello spazio, non più nel tempo, per questo le apparizioni trovano una giustificazione. Gli studiosi della Fisica, possono meglio recepire questo concetto. Nella tradizione cristiana, il numero tre è visto come il segno della perfezione: sia nelle persone della Santissima Trinità, sia nei tre giorni della passione, morte e resurrezione (kerigma) e sia per questo incontro. Come per i due incontri il giorno di Pasqua, Gesù dopo la resurrezione, è una persona diversa, sia nel corpo così anche nel carattere. Come dicevo l'altra volta, se lungo il corso della sua vita è un uomo che va prendendo consapevolezza di essere Dio, ora e Dio. La parola "Dio", significa nel vecchio testamento "Colui che è". Nel nuovo testamento "Colui che è la Via, la Verità e la Vita. Al fine di evitare che vi siano delle critiche, in un argomento così delicato, affrontato in questo periodo dell'anno, considerate sempre che è solo uno studio e non vuole essere un messaggio dottrinario, ma storico. E veniamo quindi a questo incontro così importante. E' importante, soprattutto, in quanto le prime parole che Gesù pronuncia sono: "Pace a Voi"; questo non è un messaggio diretto solo ai discepoli. Pace a Voi, per quanto dicevo l'altro giorno, quando parlavo delle ultime parole in questa vita di Bernardo da Corleone, "Paradiso, Paradiso" rappresenta, appunto, questo incontro della gente di ogni tempo, dopo la morte con il Messia. Per ritornare ai monaci di Santa Maria, il concetto di salvezza dell'umanità, viene visto come salvezza dell'anima, per cui con il medioevo oltre ai conosciuti limbi del paradiso e dell'inferno, si concepisce un terzo limbo, quello del purgatorio. "Pace a Voi" significa, quindi, come io ora sono nella pace così, spero che anche Voi, un giorno siate nella pace. Cerchiamo di comprendere meglio il concetto, i discepoli prima dell'apparizione di Gesù, sono delle persone che temono per la loro vita, si nascondono, non escono perché temono di essere riconosciuti, hanno paura; sono, inoltre, delle persone deluse, le loro certezze sono venute meno: "Loro hanno visto!". Hanno visto la persona che consideravano il Messia, morire sulla croce, come tutti gli altri, che si opponevano alle istituzioni; loro sono dei vinti, degli sconfitti. Pochi minuti dopo, con l'apparizione di Gesù tutto cambia. Essi si inginocchiamo dinnanzi al Messia, piangono di gioia, per aver ritrovato l'amico perduto. Gesù per dimostrare che è, realmente risorto, che non è un fantasma, mostra loro il costato, poi chiede qualcosa da mangiare. La prossima volta, parleremo del quarto incontro, quello con il discepolo Tommaso, anche con riferimento al Vangelo apocrifo di Tommaso, trovato in Egitto nel 1945; anche se non fa parte dei Vangeli canonici, ha per noi rilevanza dal punto di vista storico. Un ultima considerazione, la più importante, Pietro e gli altri si scusano con Gesù, per averlo rinnegato, con cuore sincero, anche questa volta, ascoltando le loro parole di vero pentimento, Gesù si commuove. Per questo, "Pace a Voi" significa, in ultima analisi, anche se avete fatto dei peccati, cercate di non farne più, pensate alla salvezza delle vostre Anime per trovare, quella serenità, che ora io ho.

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