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Buon Anno
Buon 2015
Vi auguro un mondo di bene Auguri da:
 Saverio Di Vincenti

C'era una volta una Principessa: Enza Cacioppo






Enza Cacioppo nacque a Palazzo Adriano il 3 giugno del 1978, nei pressi del monte delle Rose dove visse Santa Rosalia.

Fu battezzata a Chiusa Sclafani nella chiesa di Santa Caterina e ricevette la prima comunione nella chiesa Madre di Chiusa Sclafani, dove si venera un quadro della Madonna delle Lacrime ed il Santo Volto di Gesù portato da Roma da frate Innocenzo da Chiusa.

Abitò in Via Riccio a Chiusa Sclafani con i genitori Pino e Rosalia Schifani, il fratello Salvatore ed i nonni materni.
Fu sempre legata alla parrocchia di Santa Caterina, dove ricevette il sacramento della Cresima, e dove collaborò con Don Salvatore Lo Bue, come catechista, che la definì ai suoi funerali “la rosa più bella del mio giardino” intendendo come giardino la parrocchia.
Fu sempre legata alla Madonna del Balzo dal 1° al 15 di agosto di ogni anno si recava a piedi nudi al Santuario attraversando la Via Sacra recitando il Santo Rosario.
Aderì al Movimento dei Cursillos di Cristianità partecipando agli incontri locali; ne serbarono un bel ricordo Mons. Pietro Marchisotta che come Vicario Foraneo cioè rappresentante dell'Arcivescovo nella nostra zona partecipò alla manifestazione in suo onore e Don Calogero Giovinco.
Fu una persona buona e umile ma anche dal temperamento forte quando si trattò di difendere i deboli.
Frequentò le scuole superiori a Bisacquino riuscendo con il suo carattere ad essere stimata da tutti, partecipando con entusiasmo alle varie iniziative; una foto in suo ricordo è stata posta nella biblioteca della scuola; l'allora Arciprete di Bisacquino Decano Don Lino Di Vincenti, che ha partecipato alla sua manifestazione, in quel periodo responsabile della scuola ne ha voluto fare un modello per le future generazioni, dedicandole ogni anno un giorno della quindicina in onore alla Madonna del Balzo.
Morì, a soli 21 anni, il 25 giugno del 1999, giorno della Madonna di Madjogorie, a Corleone, nel paese di San Bernardo, a seguito di un incidente stradale avvenuto nel territorio di Bisacquino; ai suoi funerali parteciparono più di tremila persone.
L’allora Arciprete di Chiusa Sclafani Mons. Rosario Bacile ora Decano di Bisacquino, suo insegnante alla scuola media G. Reina, che ha partecipato alla sua manifestazione, l’ha proposta come modello di santità per i giovani del luogo.
Un ricordo particolare ne conservano le suore di Chiusa Sclafani dove Enza partecipava agli incontri da loro organizzati ed alle loro gite, tanto che hanno voluto con determinazione che la manifestazione in suo onore si tenesse nei loro locali.
Anche Don Mario Giaccone già Arciprete di Giuliana ma pure vice parroco della Chiesa Madre di Chiusa Sclafani ne parla come una bella figura. 
Con particolare affetto la ricorda anche il Decano di Corleone Don Vincenzo Pizzitola e la confraternita San Bernardo da Corleone che ha sede nella casa natia del santo di Corleone. 
Il Parroco della Chiesa di Sant’Antonio a Bisacquino Don Vincenzo Spada un giorno di Natale ha voluto che le fosse dedicata la messa principale con 21 rose blu sull'altare maggiore. 
Un libro che parla della sua vita è “Le Vallate del Triona” pubblicato nel 2002, scritto dalle testimonianze delle persone che l’hanno conosciuta. 
Nella monografia su Bisacquino del sacerdote Don Ignazio Pizzitola è ricordata come una persona buona. 
Nel 2004 un'immagine in ceramica della Madonna del Balzo fu collocata nel luogo dove Enza riposa, opera degli artisti locali Gannuscio. 
Ancora oggi, il giorno di Natale del 2014 l'Arciprete di Campofiorito padre Antonino Di Chiara, che ha partecipato alla sua manifestazione, le ha dedicato la messa principale del paese. 
Enza oltre alla sua famiglia fu molto legata agli amici della sua Compagnia, quando la compagnia finì, nel suo diario scrisse: "Io un libro su di loro l'avrei scritto". 

C’era una volta una Principessa, che un giorno uscì dal suo castello e scese lungo il fiume, qui lo attraversò e scoprì che al di là c’erano dei pastori e dei contadini che recavano grano, agnelli ed altri prodotti della pastorizia verso una Luce, seguendo una stella cometa. Durante il cammino incontrò tant’altra gente, alcuni venivano da lontano ed erano vestiti con abiti antichi, li chiamavano i Magi. Un gruppo di zampognari eseguivano dei canti allegri quando alcuni viaggiatori Bernardo da Corleone, Luigi Scrosopi, Agostino Roscelli, Teresa Eustochio Verzieri, Rafqa Pietra Chobod Ar Rayès, la incontrarono. Essi venivano a piedi da diversi sentieri di montagna e la presero per mano, seguirono insieme la stella cometa. Più tardi, videro in lontananza la grotta di Gesù. Cadeva la pioggia e stava per avvicinarsi la neve. 

AL DI LA DEL FIUME 

Non rivedremo più, i laghi, i fiumi, ed i mari di questa terra. Resteranno qui la dolcezza dei monti, la bellezza delle rose ed il sorriso di chi ci ha voluto bene. 
Saranno lontani i nostri dolori e le nostre illusioni, saliranno tra le nuvole, poi non parleranno più. 
Non parleranno più, nel modo di un oceano, dopo una tempesta. 
Nel tempo in cui, in altro posto c’è ne andremo, noi saluteremo quel che resta del passato, legati ai corsi d'acqua di quel fiume sfavillante di mille colori che nel confine tra cielo e terra noi rivedremo un'altra volta ancora. 
Guarderemo, ancora, quei nostri giorni vissuti tra il far del giorno e l’imbrunire, poi, se Dio lo vorrà, andremo oltre. 
Quando cade la pioggia e sta per avvicinarsi la neve, una Luce, che brilla da un balzo del monte Triona ci indicherà la via, in quel luogo attraversando un arcobaleno, ci rivedremo tutti al di là del fiume. 
Riandrà oltre la dolcezza, nell’oscurità, di quella luna e di quelle stelle. 
Riandrà oltre lo splendore, nella luminosità, di quel sole. 
Riandrà oltre la dolcezza dei monti, la bellezza delle rose ed il sorriso di chi ci ha voluto bene. 
Nacque quel fiume sul Monte delle Rose, scese nelle valli della Madonna del Balzo e giunse a riva, poi tacque, così incominciò il mare. 



Sacra immagine che si trova nel luogo in cui riposa Enza





Un sacerdote che amò tanto Bisacquino



Ho avuto la possibilità di conoscere mio zio il Decano Don Calogero Di Vincenti solo per dieci anni, lo ricordo come una persona sempre sorridente e con un carattere cordiale tanto da risultare amico di tutti. Da quanto ho appreso durante il corso della mia vita, fin da bambino maturò la sua vocazione al sacerdozio, tanto che simulava, vedendo le processioni dei grandi, delle processioni con i suoi piccoli amici nelle vie del centro storico di Bisacquino, e precisamente nel quartiere Acquanova. Entrato in seminario, mio nonno Giuseppe Di Vincenti, che allora svolgeva l'attività di carrettiere, ogni quindici giorni andava a Monreale, affrontando allora sentieri difficilmente percorribili irti e scoscesi. Mio zio già sacerdote, molto legato al Seminario, d'estate quando veniva a Bisacquino, con il padre sul carretto girava con padre Governanti per reperire del cibo da portare ai seminaristi. Nel 1949 fu fatto parroco di una nuova parrocchia creatasi a Montelepre, tra le preoccupazioni di mia nonna Giuseppina Giovinco, in quanto a causa del fenomeno del banditismo capitanato da Giuliano nel paese era stato imposto il coprifuoco. Mio zio con l'entuasiasmo che lo contraddistingueva come mi è stato riferito da Mons. Ferina suo successore nella parrocchia, affrontò quell'incarico risultando super partes ed ottenendo la stima di tutti. Durante questo periodo, ancora in giovane età morì mia nonna. Nel 1952 fu nominato Decano Arciprete di Bisacquino, da allora per venticinque anni dedicò la sua vita al suo paese. Erano tempi difficili e di miseria, per questo mio zio fondò un patronato delle Acli per fare in modo che sopratutto gli anziani meno abbienti potessero avere una pensione ed essere assistiti in famiglia, fu così che il Boccone del povero nel nostro paese non ebbe più modo di esistere. Come i preti sociali degli anni '50 si occupò di politica, pur essendo con la Democrazia Cristiana riusciva a coinvolgere tutti i partiti nell’amministrazione del paese. Fin da piccolo, mio zio fu molto legato a Mons. Giovanni Bacile suo predecessore nella carica di Arciprete ed anche Mons. Bacile stravedeva per lui, tanto che ancora seminarista, lo faceva predicare in matrice; mio zio nel suo cuore aveva un sogno quello di portare il Decano Bacile in matrice, così il corpo del Decano Bacile nel 1956 tra un tripudio di folla fu portato nella chiesa Madre. Quegli anni furono inoltre caratterizzati dalla forte emigrazione verso la Germania, dove mio zio si recò per vedere le condizioni nelle quali vivevano i nostri compaesani. Mio zio come d'altronde tutti i bisacquinesi fu sempre molto legato alla Madonna del Balzo, realizzando come mi raccontava frate Antonio Ferlisi molti cantieri per migliorare i locali del Santuario, ormai obsoleti dopo circa trecentocinquanta anni dalla costruzione. Fu un grande oratore come mi è stato riferito dalla mia insegnante Anna Pillitteri sopratutto sui temi legati alla Madonna. Inoltre per il Santuario, nel 1969 fece realizzare una strada carrozzabile, per fare in modo che con le macchine vi si potesse arrivare, da allora cominciarono i pellegrinaggi anche dei forestieri al santuario. Fu sempre legato ai giovani, prendendo come esempio San Giovanni Bosco, per Bisacquino si preoccupò di realizzare quattro scuole superiori, due ancora operanti la ragioneria e l'Agraria. Più di trenta giovani di Bisacquino coinvolti dal suo entusiasmo si fecero sacerdoti, preoccupandosi mio zio di trovare i fondi necessari per essere mantenuti in seminario. La palestra del paese, il rifacimento delle fognature, i fondi per la ricostruzione delle case danneggiate dal terremoto, l'ufficio postale, la costituzione di una squadra locale di calcio si devono a lui. Quando mio zio nel 1952 arrivò a Bisacquino, visto che nel 1950 per allargare la Via Roma era stata abbattuta la Chiesa dell'Ospedale trovò i fondi regionali per rendere la parte dei locali rimasti utili come salone parrocchiale; lì vi fondò il circolo di Azione Cattolica, la Pro Loco e la squadra di calcio. Legato alla chiesa madre, che non subiva dei restauri strutturali sin dalla sua fondazione, si preoccupò di reperire i fondi necessari utilizzando i finanziamenti del terremoto per aggiustare la chiesa. Nel 1975 fu colpito da un infarto, ma volle continuare la sua attività, fondando tra l'altro al santuario della Madonna del Balzo la Radio Monte Triona la prima radio locale delle nostre zone. Nel 1976 scrisse un libro che pubblicò sui canti popolari religiosi bisacquinesi, intervistando alcune persone anziane. Morì come sempre aveva vissuto povero, il 23 febbraio del 1977 a soli 51 anni d'età; scrisse su di lui Mons. Saverio Ferina "per venticinque anni portò a Bisacquino una ventata di nuovo, morì nella pace dei giusti e si spense per Bisacquino quel suo figlio che tutti chiamavano l'apostolo del sorriso".



Della vita di mio zio l'avvenimento più bello è che quand'era bambino, ogni giorno ritornando da scuola passava davanti la casa del sig. Antonino Costa, allora le case stavano per lo più con la porta aperta e mio zio si fermava ad ammirare un meraviglioso orologio a pendolo, così che un giorno il sig. Costa gli disse "se un giorno ti farai prete ti regalerò l'orologio!", ma dopo poco tempo il sig. Costa morì. Quando mio zio fu grande si fece prete, il giorno della sua ordinazione, quando ritorno a Bisacquino, mentre era riunito in casa con alcuni suoi familiari, sentì bussare alla porta, era Giuseppina Costa figlia di Antonino che gli aveva portato in dono l'orologio del padre….. 








Il Frate dei bisacquinesi Antonio Ferlisi











Ricordo che finita la scuola media mio zio il Decano Don Lino Di Vincenti allora arciprete di Bisacquino mi propose di trasmettere alla Radio Monte Triona una emittente privata che si trovava al Santuario della Madonna del Balzo, per cui per dieci anni ebbi la fortuna di conoscere Frate Antonio Ferlisi. Frate Antonio come era solito chiamarlo i bisacquinesi era una persona buona e dal carattere cordiale, io, coinvolsi altri miei amici coetanei a trasmettere alla radio, per cui Frantoni per noi diventò uno di noi, ogni giorno quando il pomeriggio andavamo alla radio lo vedevamo arrivare portando in un piatto della frutta che ci donava, quando capitava che ci andavamo la mattina al Santuario a mezzogiorno ci chiamava per salire sul campanile a suonare le campane, un tempo lo faceva lui ma ormai che aveva più di sett'anni gli piaceva ascoltare a noi che suonavamo le campane dando dei giudizi lusinghieri per come avevamo suonato. Nelle sere d'inverno ci faceva compagnia alla radio raccontandoci i suoi ricordi e storielle avvenute nelle nostre zone ai suoi tempi. Era consuetudine che ogni anno vedevamo dal Santuario i giochi d'artificio per la festa della Madonna della Favara a Contessa Entellina. Frate Antonio era molto devoto alla Madonna del Balzo una volta mentre salivo a piedi al Santuario vi.di in lontananza che nella strada sacra c'era Frate Antonio, affrettai il passo e lo chiamai, avvicinatomi lo trovai che a piedi nudi stava facendo per devozione a piedi scalzi un viaggio alla Madonna del Balzo; scherzando gli dissi che per lui non c'era di bisogno vista la grande devozione che aveva per la Madonna e che per cinquantanni aveva fatto voto di povertà ma lui mi racconto questo fatto: l'altro giorno mentre stavo collegando nella Chiesa dei fili della luce io che ero convinto al cento per cento che avevo staccato il contatore ad un tratto ho avuto davanti a me l'immagine della Madonnna del Balzo, che mi diceva di staccare la corrente, andai a verificare ed in effetti il contatore non l'aveso spento". Frate Antonio ogni mattina si alzava molto presto. andava in chiesa a pregare e a sistemare i fiori che i fedeli portavano, verso le otto faceva colazione generalmente mangiava un un po di formaggio, del pane e della frutta, intorno alle ore tredici si cucinava la pasta e la sera generalmente si preparava delle verdure, era solito andarsi a coricare alle otto della sera, tranne quando c'ero io al Santuario, allora mi faceva compagnia e certe volte si vedeva che era stanco dal sonno ma restava lì; le lampdade della via sacra allora si accendevano dal Santuario e Frantoni aspettava che io che allora non avevo la macchina attraversassi la via sacra per arrivare sino ai Pileri per spegnere le luci, ci voleva circa mezzora; certe volte io lungo la via sacra visto che c'era il buio della notte mi mettevo a correre altre volte andavo piano, ma non so come facesse, sembrava che mi vedesse, le luci si spegnevano sempre appena arrivavo ai Pileri. Era veramente una brava persona


LA MADONNA DI LU VAZU DI BUSACCHINU







LA MADONNA DI LU VAZU DI BUSACCHINU









“C’era na vota, tantu tempu fa, un giuvìne busacchinàru, Vicenzù Adòrnu, chi facia u crapàru, accussì bònu di nùn aviri cchi diri cu nùddu.


‘Na jurnata, ‘a punta ri l’arba, ntò mèntrì facia vardanìa e cuvirnava ‘na picchìdda di crape e di aggnèddi, nna ‘na mannara, sùpra lu mùnti Triona, propriu quasi a lu vòscu di nucipersi di li Cervi, vidìa, a dda bànna, nmèzzu da muntagna, piddaveru, spuntàri na spera di luce, chi accuminciava pròpiu ddavìa, darrèni na rocca.


L’Addornù abbaddiatu si sintia annurvàri, ma ritruvàtusi, ‘mprisùsu, a muzzu, pigghiàva u’ sdirrùpuni e juncìa a ‘nfilàrisi dùnne spuntava a luce, ca era ‘na grutta di pètri; ‘ntà sta grutta proprio a prima trasuta, c’era tìnciuta tra li pètri, ‘na Madonna cu lu Bammìnu, cu l’Angili di darreni chi scummigghìavànu la pittura, scippànnu lu cummogghìu.


Ntà stù mèntri, vèru e propriù astura, n’atru capràru busacchinàru, Ciccò Pirrittùni, sissantìnu, ddassutta da muntagna, a quannu a quannu purtava a pàsciri i pècure, vidìa, cumpariri di dan càpu a stissa luce, ca puru l’armali nun putiànu abbintari. Ciccò n’arrisstàva cussì allucciàtu ca ‘ncuntinuazziòni u purtava pì spressione ai figghì.


Dicchiù, midèmma la stissa matinata un monàcu, frati Angìlo di Giuliana, di stàllu a Sant’Anna, vicinu Chiusa, astura a lu fari jornu, ntà lu sònnu, vidìa, na palumma chi ghìa ncèlu e la muntagna di lu Triona tutta alluciata, cu tanti divoti, addinucchiati, agnuniàti vicìnu a ‘na grutta, pirsuaduti ca ddà c’era la Madonna.


Apprèssu, quattr’anne cchìu tàrdu, un sabatu di marzu, vinni a la Matrice un monacu di missa di Termini, padri Bonavintura. Era tempu di Quarisima e ‘nstù monacu, ca era valenti pridicaturi, dissi parlannu di li santi chi prutiggiànu Busacchìnu, ca cci vidia puru la Madonna e tantu lùstru su mùnti Triona.


Ma, ancora, u chiù megghiù avia di venire.


Allura, ‘nta lu stìssu mise di marzu du’ carusi di la campagna, chi si truvavanu ‘nta li timpi di lu mùnti, di n’autra banna di la mannara, scoprinu puro iddi la grutta.


Iddi ‘ngattàtisi na la grutta, vidènnu la Madonna ntà la rocca, si mettìnu a prigari, ma dòppu n’anticcchia, pi ‘nnulenza, si mettunu a jucare. Accussì, unu di iddi, chi avia pirduto, pochi dinari, pi currìvu, cumìncia ad abbintàrisi cu la face, di nna lu latu puntùtu, nna la frunte di la Madonna.


Ma, subitu l’aggrissùri vinia frinatu da un lampu e s’abbannunava agghiazzatu ‘nterra, mentri dìnnà frùnte da Madonna pirciliàvanu ‘uccie di sàngu.


Sfirniciativi a la smania di lu cumpàgnu. A l’urvìsca currìu pi la trazzera e agghicà a Busacchìnu, e a tutti chiddi chi s’impaiàva svintuliàva la nuvità.


Mittuti a conuscènza lu parintatu di lu picciottu, acchinaru tutti ‘ntamati a la muntagna.


La matrì pì la firnicìa facia prigare: “su Mùnti Triona, c’è fatta na via, curremu divoti, ludamu a Maria”.


Dinnànzi a la grutta, lagrimannu, la matri cumincìa a stujari, cu l’acqua ri na bummula di crita, li ‘uccie di sàngu di la Madonna, poi abbattuta, abbrazzannu lu figghìu si mise a prigare a dinòcchiuni.


Na parola di la Madonna fa e a fari beni nun ci voli assai, cussì tutti vistìru abbirarisi lu miraculu!


Lu giuvìne abbrivìsciu e allintata la firnic
ia, tutti a dinòcchiuni, ricurreru a ringraziare la Madonna, pi la cuntintizza.


A corpu affaccìaru li marranzani e la fudda, chi s’avìa criatu, fici festa a la Bedda Matri.






Saverio Di Vincenti

La Neve a Bisacquino



Santo Cancelliere, provvisto di un bottiglione, si stava recando a piedi nel quartiere Montonello, perché ci aveva una stalla, dove ci teneva una botte con il vino. In strada, c’erano un dieci persone, tra cui Pietro Fiume che gli dava un passaggio con il suo carretto attrezzato con un mulo, intanto che cercava di districarsi nell’asfalto gelido. Sul carretto, i due si riparavano alla meglio con delle mante e nel mentre che nevicava, attraversavano con il carretto la piazza Scavotto poi la Via Santa Lucia ed infine la Via Roma. In questa via, per pochi minuti, nei pressi della Salita Segretario, Pietro Fiume fermava il carretto, per fare passare il capraio Filippo Guardacoste che con suo cugino Onofrio Cucina, accompagnavano, ad occhio, una cinquantina di capre, dalla mannara della Via Montagna agli stalloni della Pirrera.
Aveva nevicato tutta la notte e Santo Cancelliere osservava dal carretto, che la neve finanche copriva i terreni a valle lungo il fiume Bruca, che si trovavano vicino il feudo di Tarucco, un velo bianco, continuo, si perdeva tra i monti di Santa Maria. Sul carretto, Pietro Fiume commentava quel giorno con la neve e si discuteva del fatto che nella discesa della Piazza Triona era facile poter scivolare per il carretto, potendosi andare a tenere fino a davanti al fondaco di Pietro Ringhiera. Per questo, il carretto, arrivava, con non poche difficoltà nella piazza andandosi a posteggiare vicino al carretto di mastro Salvatore Veccia. Quel giorno, nella piazza c’erano tante persone, alcune, erano coperte con delle mantelle, altri con dei paltò, diversi con degli scialli, perché, c’era un freddo da neve. La piazza, era una tipica piazza siciliana, con tanti venditori, per questo, Pietro Fiume vi comprò castagne calde e fave abbrustolite, perché a quei tempi si aggigliava dal freddo. Il carretto di Pietro Fiume, riprendendo la sua corsa, superata la casa di Esposito Spuntone, da dove si diramavano tre strade, attraversava ora l’arco dei Bruno e puntava diritto verso la stalla del vaccaio Michele Riposto. Santo Cancelliere, che era sul carretto, intanto, si accorgeva che sotto l’arco di San Vito si stava riparando dalla neve Gaetana Principale. Santo Cancelliere, quella mattina era equipaggiato con scarponi, per questo non sapeva se andarsi a presentare, comunque, Santo Cancelliere che non era sposato, se ne fregò di andare a prendere il vino, lasciò il bottiglione sul carretto a Pietro Fiume e si andò a dichiarare a Gaetana Principale che era signorina, nevicava buono. 
Frattanto, Pietro Fiume dava col carretto un passaggio a Luigi Sarraco, che aveva perso una capra all’alba. La capra sicuramente si era smarrita nella zona della Villa e Luigi Sarraco pensava che se non la trovava era costretto ad andare dal banditore del paese per divulgare l’episodio. Luigi Sarraco per questo scese nella zona dove viveva il banditore Salvatore Lista. Il carretto prosegui con Pietro Fiume verso il quartiere di Sant’Antonio. 
Il banditore del paese, Salvatore Lista, lo stesso giorno abbanniò nella Piazza Triona che s’era persa la capra di Luigi Sarraco e qui ci fu una risata generale da parte dei presenti, perché, Luigi Sarraco non era la prima volta che sbagliava a contare le capre e ne lasciava qualcuna per il violo. 
Comunque, in quello stesso giorno Santo Cancelliere, dopo l’esito positivo della dichiarazione andò a parlare con il padre di Gaetana Principale per spiegare il matrimonio.
Oggi e l’anno si maritarono, testimoni di matrimonio per lo sposo furono Pietro Fiume e Luigi Sarraco. 
Per quanto riguarda la capra circola in paese voce che fu venduta alla fiera di Ribera.

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