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lunedì 22 dicembre 2014

Il mio paese




IL MIO PAESE



SAVERIO DI VINCENTI




IL PRANZO DI MATRIMONIO


Alla conclusione del matrimonio, la sfilata, che attraversò la piazza, era aperta questa volta dalle donne, compresa la sposa. Vicino a Maddalena, stavano in prima fila le ragazze che ancora non erano sposate, vestite eleganti per l’occasione, le donne più anziane, invece, indossavano degli abiti a giacca accoppiate a delle scialline di svariati colori, tra di loro si chiamavano commari. La casa di Andrea, dove doveva svolgersi il trattenimento, aveva una stanza grande dove c’era l’alcova e due stanze più piccole, alle quali si accedeva scendendo due gradini. Dalla stanza grande, invece nella ferreria di mastro Filippo Montagna, che si trovava nella Via Savoca ci si accedeva tramite un catarratto, seguito poi, da una scala in pietra, curva, di undici gradini. Alcuni mobili per fare largo erano stati portati da Luigi Passaggio, che abitava nella Via Colca, compresi i i trispi del letto ed i materassi; lavoro di smontare che era stato effettuato con l’aiuto del cugino Ignazio Cordaro che aveva un carretto. Nella casa di Andrea, quel giorno, perciò, c’era movimento, perché si apparecchiava per tutti gli invitati al matrimonio. Con l’arrivo del corteo con a capo Andrea Montagna, il gruppo si organizzò nei tavoli sistemati nei vari punti della casa. Proprio, in quel momento, l’orchestra, che si trovava nella stanza grande, incominciò a suonare la romanza “il volo degli angeli”. Dopo poco, Maddalena Belvedere, fece ingresso nella stanza grande  e cominciò a fare largo con Andrea ai parenti. Mastro Filippo Belvedere, che si trovava in questa stanza, quel giorno aveva anche altri pensieri, perché doveva sorvegliare la figlia Giuseppina, a cui aveva dato il consenso di frequentare in casa Michele La Farina, che giustamente era seduto in un’altra stanza. Vito Previdenza cantava e Domenico Prospero con l’orchestra l’accompagnava, quando, incominciò il pranzo. Oltre il pane ed il vino locale, per primo fu servita della pasta di casa a forno, detta con il formaggio, condita con del sugo di pomodoro, del formaggio e della carne. Per secondo delle bistecche panate, uova sode e dell’insalata. In ultimo, delle aranciate, il riso con il dolce ed i cannoli di ricotta della casa. Quasi al termine del pranzo, Francesco Belvedere, che era dilettante in questo, fu chiamato da Rosetta, perché si doveva fare una bicchierata con il vino per gli sposi. Così, Francesco Belvedere, si mise a capo di un tavolo circolare, u tunnu e intonò nel silenzio della stanza: "In questo paese di Bisacquino, abbondante di olive e di vino, con spighe e frumento, noi ci troviamo in questo tempo. Andrea ha avuto questo piacere, di volere a  Maddalena Belvedere, e in questa  giornara di felicità, con amici e parenti si trova qua!. Di San Francesco di Paola alla Badia, tutti ci siamo messi in via, per questa grande occasione e per questa felice realizzazione; per questo, con questo vino così fino,  faccio  un brindisi agli sposi,  con tutto Bisacquino!"
Fu in quel momento che Domenico Prospero attaccò a suonare il brindisi della Traviata, mentre la gente, si andava a complimentare con Francesco Belvedere, che pareva studiato, brindando con il vino, mentre nella stanza grande si cominciava a servire la cassata.

LA SERATA DI BALLO LISCIO

La sera seguente sempre nella casa di Andrea si tenne il “suono”, cioè si ballò; naturalmente furono invitati quelli che avevano partecipato al pranzo di matrimonio, ma anche quelli a cui ci si “teneva”, perchè per il pranzo non era stato possibile invitare tutti perché erano tempi scarsi. Nella casa dei Montagna, quella sera, c’era anche Michele Montagna, che alcuni mesi prima, con l’occasione di conoscere la cugina, si era fatto fidanzato in casa, con Giuseppina Belvedere, sorella di Maddalena. L’orchestra, intanto, si era sistemata in un angolo della stanza grande, proprio allo stesso posto dov’era sistemata, all’ora di pranzo. Finalmente, arrivarono Maddalena Belvedere ed Andrea Montagna: gli sposini; così, cominciarono i balli. Dapprincipio, ballarono solo Maddalena e Andrea, un bel valzer dal titolo “La luna romantica”, poi, nella mazurka successiva, molti si misero in mezzo. L’orchestra di Vito Previdenza aveva terminato di suonare un tango argentino, quando Sebastiano Prospero, cugino di Andrea, fu invitato a cantare, perché era dilettante in questo. Intanto, mastro Filippo Belvedere, che postiava i nuovi fidanzati, aveva visto che Giuseppina, aveva guardato verso Michele Montagna, per questo l’aveva fatta cambiare di posto. Nel frattempo, alcune persone passavano dalla Via Savoca, vedendo che c’era “suono” e che la porta era aperta, si erano autoinvitati, tra questi Pietro Eliseo. Mastro Filippo Belvedere, quando si accorse che nella sala era entrato anche Pietro Eliseo, che circolava in tutto il paese, che voleva sua figlia Agata, ma che ancora non glielo aveva detto, tra di lui pensò, “e ora sono due da controllare” e chiese ausilio alla figlia Paola, che già era sposata; la quale però non era della sua stessa opinione, infatti diceva “falli divertire che sono giovani!”. Durante i balli mastro Domenico Belvedere, controllava se le figlie ballavano larghe con i loro spasimanti mentre, Paola quando era seduta invitava le sorelle a ballare un poco più strette. Il bello successe,quando, Francesco Belvedere, che era un poco “brillo” disse “Attacca Bastià” e comincio a chiamare la “cuntrananza”. Andrea Montagna andò ad invitare Maddalena, Michele Montagna andò ad invitare Giuseppina e Pietro Eliseo a Lucia; in quella confusione, causata dalla tarantella, non s’è ne capì più niente, mastro Filippo Belvedere, pensò “e si fecero i fichi!”; insomma, alla fine della tarantella, addirittura le tre coppie camminavano a braccetto. Verso mezzanotte, dopo di avere distribuito le bomboniere con i confetti, Maddalena Belvedere e Andrea Montagna, salutarono i presenti; in quanto dovevano andare nella loro nuova casa, che si trovava nel Cortile Fontanetta. Fu così, che terminò la serata di ballo; mastro Filippo Belvedere, mentre loro si allontanava per ritornare a casa, tra di lui pensò: “e questa è fatta”.

FONTANELLA

Andrea e Maddalena andarono ad abitare nel Cortile Fontanetta, nel quartiere della Badia nel paese di Bisacquino in provincia di Palermo. Doveva essere un cortile molto antico, forse una volta tutte le case del cortile appartenevano ad un’unica famiglia i Fontanetta. In questo quartiere, le strade erano critiche, con bastioni e scalinate intercalate a mulattiere che si univano a viuzze e cortili. Allora, erano tutte case antiche, appartenute agli avi delle persone che vi abitavano. La loro casa, si trovava, di fronte ad una fontanella ed aveva un prospetto nel quale al primo piano c’era un terrazzo sostenuto da due archi, con una scalinata esterna e sopra di una di queste arcate c’era la porta d’ingresso. Il locale era composto di una camera abbastanza grande, che si trovava dove c’era la porta d’ingresso, da questa sala si accedeva nel vano della cucina, dove c’era un altro balcone, da qui, nella stanza da bagno, poi, c’era il terrazzo che si esponeva nella Via Senapa. I due balconi invece si esponevano nel cortile. Nella prima camera, c’era uno sportello, tramite una scala ricurva di pietra, portava al piano di sotto, che si proiettava nel Cortile Fontanetta, qui Andrea aveva aperto una bottega per la lavorazione del ferro, specializzandosi nel fare zapponi. Era una piccola bottega, con vicino all’ingresso un incudine, con di fronte un bancone ed uno stipo e poco più in là una fornace, che era attaccata al muro in comune con mastro Antonino Aida, che accanto ci aveva una falegnameria. In questa fornace, che ogni volta che si apriva pareva un vulcano, si distingueva un mantice, che mastro Andrea adoperava per rendere ancora più alta la temperatura nel forno, quando ci veniva rinchiuso il ferro, questo faceva si, che le mura interne della bottega, pertanto, erano diventati scuri per il fumo provocato dalle forti temperature. La casa dove erano andati ad abitare Andrea e Maddalena era stata acquistata alcuni anni prima dai Montagna, che l’avevano comprato dalla famiglia Senape. Nel cortile oltre ad Andria e Maddalena vi abitavano le famiglie Aida, Palagonia, Comando, Flora e Fortezza. Erano tutte famiglie con almeno nove figli, tutti nati in quel cortile. Nel rispetto degli usi, i mariti, funzionavano  da capo famiglia,  ma anche le mogli dirigevano in casa, guidando i figli al rispetto delle tradizioni cristiane. I figli davano ai genitori del lei anzi per meglio dire del Vossia. Erano tutte famiglie umili, che vivevano in un’epoca scarsa e irta di ostacoli.
Verso le ore nove del mattino Maddalena si sentì chiamare, s’affacciò dal balcone e vide che giù c’era Giuseppina Palagonia, che l’invitava a scendere; Maddalena si sistemò alla meglio è scese nel cortile; qui in quella calda giornata di Settembre le furono presentate da Giuseppina quasi tutte le donne del quartiere; poi, dopo, Giuseppina Palagonia invitò in casa sua Maddalena. Intanto Gaspare Realistico era andato a trovare Andrea, sperando che in quell’occasione, anche da lontano, avrebbe visto Giuseppina Palagonia. Andrea lo trovò intento a preparare delle falci, che gli erano state richieste da Don Carlo Incontrera, che aveva una masseria in contrada Frascine. In quest’occasione, Gaspare Realistico confidò ad Andrea, che si voleva sposare il prossimo anno. Frattanto, Pietro Palagonia stava uscendo dal cortile con delle capre, quando si trovò davanti a Gaspare Realistico, che era diventato un poco rosso in viso, vedendo il futuro suocero, giusto gli sembrò dirle “benedica”, saluto al quale Pietro Palagonia, rispose con un cenno e proseguì oltre; Maddalena da dietro la tendina, aveva visto questa scena, gli parve opportuno, affacciarsi al balcone, per chiamare il marito Andrea, perché aveva preparato il caffè; così Giuseppina e Gaspare poterono incontrarsi, mentre, nel cortile già si commentava il fatto che Gaspare voleva sposarsi. Comunque, verso le undici, Gaspare lasciò la casa di Andrea e si diresse verso il quartiere della Grazia, giunto nella piazza Triona, Gaspare Realistico, s’incontrò con Vincenzo Fiume; quest’ultimo, gli propose di andare a lavorare da lui, per la raccolta delle olive, Gaspare, che naturalmente non era la prima volta che lavorava da Pietro Fiume, accettò il lavoro.
 Andrea intanto era ritornato in bottega  a fare delle falci, intanto che Madalena si faceva aiutare da Giuseppina Palagonia ad impastare della farina con del lievito di casa; dopo che Giuseppina si era congedata, Maddalena, progettò cosa doveva preparare per il pranzo; decise, allora, di preparare un piatto tipico bisacquinese: allora, cucinò, in un tegame delle uova sode; poi, prese delle fette di carne di vitello dove, arrotolò le uova sode, con del lardo e del formaggio; condì il tutto con un impasto di pane grattato e delle uova battute e poi legò sempre il tutto con del filo da cucito e finalmente, immerse il tutto, in un tegame con del sugo. Alle ore dodici del mattino, mentre si sentiva l'orologio della Matrice che suonava dandalanda', chiamò Andrea; quest'ultimo, rimase contento di come sapeva cucinare Maddalena. Al termine del pranzo Andrea ritorno in bottega mentre Maddalena andò dalla signora Rossella Aida, ad infornare il pane; quest'ultima, aveva un forno a legna nel cortile. Andrea, terminò di lavorare verso le sei della sera, per cena questa volta Maddalena, preparò delle uova fritte dette a “occhi di bue” anche se Maddalena e Andrea, erano consapevoli che non si potevano campare con tutte queste uova al giorno, troppa grazia.

CAMMARONE

Andrea, quella mattina, si alzò di buon ora, in quanto doveva consegnare delle falci a Don Carlo Incontrera, che abitava nel Corso Triona; giunto in questa strada, Andria bussò al civico 21. Dal balcone centrale, s’affacciò Don Carlo Incontrera, che invitò Andrea a salire. La famiglia di Don Carlo Incontrera, era una delle più importanti del paese, come si poteva anche notare dalla casa dove abitava; infatti: si esponevano nel Corso, cinque balconi, con delle inferriate stile barocco. Andrea, alzò il lucchetto del portone, posò le falci, all’ingresso e si trovò davanti una grande scala; era una scala, tutta in pietra battuta, larga circa cinque metri, era veramente molto bella, con circa trenta gradini. Don Carlo, si fece trovare alla fine della scala ed invitò Andrea ad entrare in una stanza grande: il “cammarone”; era anch’esso molto bello, c’erano in tutta la stanza, appesi al tetto, nove lampadari e nel soffitto c’era un grande affresco. Don Carlo offrì ad Andrea del rosolio, i bicchieri decorati, erano di colore verde scuro con rifiniture in colore oro; dopo di avere ricevuto il denaro per le falci, Andrea, mentre scendeva le scale, tra di lui pensò, che la vita a lui aveva dato molto di più, perché non c’erano ricchezze, che potevano valere quanto Maddalena.
Gaspare Realistico, in quell’istante, si stava recando a piedi nel feudo di Giammaria; era già giunto in contrada Pomo di Vegna, quando incrociò sei mule, cariche di olive posti in dei “zimmili”, guidate dal contadino Ignazio Cordone. Gaspare Realistico, arrivò nelle terre di Pietro Fiume, intorno alle ore sette del mattino, si accorse, che l’annata era buona e che già alcune persone raccoglievano le olive, per cui lui decise di mettersi subito al lavoro; in lontananza alcune persone, sparpagliavano le olive per pulirle. L’area, era una parte di terreno battuto, dove dei muli, guidati dal contadino Saverio Bordi, venivano caricati col le olive già pulite e al termine di questo lavoro, potevano essere trasportati al frantoio. C’era molto freddo quel giorno ed il cielo era coperto di grigio, Gaspare Realistico, dopo circa due ore di lavoro, era veramente molto stanco, ma in ogni momento, la sua mente andava solo a lei Giuseppina Palagonia. Maddalena, che quella mattina era vestita con una vestaglia per uscire, colore marrone chiaro, era andata a riempire un secchio di metallo, alla fontanella, passando, davanti l'edicola della Madonna del Balzo, si era fatta il segno della croce, poi si era fermata a parlare (cioè a fare cortile) con Giuseppina Palagonia; quest’ultima le aveva annunciato, che Gaspare Realistico aveva intenzione di sposarsi il prossimo anno e che per questo cercava una casa in affitto; nel Cortile Fontanetta in effetti, c’era una casa vuota appartenente ai Flora, ma ancora non si erano messi d’accordo sul prezzo. Intanto, al centro del cortile, molti bambini giocavano, mentre le donne davano da mangiare a delle galline, che si trovavano anch’esse nello spiazzo. Mastro Giuseppe Palagonia, nonno di Giuseppina, era seduto in uno dei gradini esterni della sua abitazione, fumava del “cintrato forte” che si diffondeva nel luogo; la moglie, Giuseppina Segretario, era seduta con Filippa Fortezza, anch’essa in avanti negli anni, in un angolo del cortile, parlavano dei tempi andati. In questo scenario, il freddo umido e secco e l’aria dell’autunno, contribuivano a rendere piacevole il vivere ed il lavorare nel cortile Fontanetta.       

Nel cortile Fontanetta, la famiglia Montagna si era ben inserita con le altre famiglie, per questo nei pomeriggi d’estate, quasi al tramonto, si riunivano all’aperto per recitare il rosario seguito dai racconti. A quel tempo, infatti, non c’era ancora nei paesi l’energia elettrica, per questo le strade di sera erano già al buio. Nelle case infatti, si adoperavano lumi ad olio, che generalmente erano fatti con metalli e che terminavano con un tubo di vetro, si adoperavo anche dei piccoli lumi a petrolio e delle candele di cera. Nelle case delle famiglie benestanti, invece c’erano i lampadari, forniti di candele di cera. Maddalena Belvedere con Giuseppina Palagonia, si erano recati nella Via Ecce Homo da mastro Giuseppe Universo che aveva una bottega di calzolaio; in quanto Giuseppina doveva fare riparare un paio di scarpe con i tacci, appartenenti al fratello Ignazio, mentre Maddalena un suo paio di scarpe, dove ci volevano i sopratacchi. All’uscita dal calzolaio, incontrarono Rosa Esposito, con la quale si fermarono a parlare, in quanto era loro coetanea. La discussione si concentrò sull’imminente fiera del due luglio e sugli acquisti che ogn’uno di loro si proponeva di fare per la casa.
Andrea, intanto nella sua bottega era indaffarato, perché voleva fare una sorpresa a Maddalena. Per questo, infatti, aveva chiesto collaborazione a Salvatore Aida che faceva il falegname e a Gioacchino Fortezza che era carpentiere. Nel cortile, c’era movimento, infatti vi erano stati trasportati dai muratori Filippo Guana e Marco Trippodi, con una carriola, della calce, della sabbia rossa e delle pietre. Luigi Imperiale, suocero, di Salvatore Aida, ormai in avanti negli anni, non riusciva a capacitarsi, su quello che dovevano fare, in quanto tutti facevano le ombre. La luce del giorno non c’era più. La notte con le sue ombre copriva Bisacquino. Con il suono della campana della Matrice che annunziava con l’Ave Maria la fine della giornata, tutti gli abitanti del cortile, dopo di avere recitato una preghiera in comune, erano rientrati a casa, lasciando pero le porte aperte, con le tendine, perché faceva un caldo da morire. Fu allora, che entrarono in movimento Gioacchino Fortezza con i suoi manovali, i quali posizionarono nei quattro angoli del cortile quattro fanali in ferro, costruiti da Andrea Montagna, per quanto riguarda la sistemazione dei vetri era stata opera di Mastro Salvatore Aida.
I fanali erano stati realizzati con maestria, aveva ogn’uno un piede a tubo in metallo, che teneva il fanale; quest’ultimo invece, aveva una lanterna che finiva nella cima con una piccola cupola, da dove usciva il fumo dell'olio che si andava erodendo. Fu quando, Gioacchino Fortezza i due manovali e Salvatore Aida, accesero i “mecchi” delle lampade, che gli abitanti del Cortile s’affacciarono, per vedere il lustro che proveniva da fuori. Andrea, che intanto, era salito a casa, disse a Maddalena di affacciarsi al balcone, vedendo l’opera che aveva realizzato Andrea, Maddalena Belvedere restò senza parole. Pietro Palagonia, vedendo anche lui il lustro, restò così commosso, che disse alla moglie di mettere nella pentola della pasta, per offrirla e fare festa con il vicinato, alla pasta si unirono anche delle patate, cotte nei tegami della famiglia Flora. Poi, Gioacchino Fortezza prese il marranzano, Filippo Comando il “friscaletto” di canna  e Pietro Palagonia il mandolino, cantarono la ballata “Nicuzza”. Salvatore Aida commentando l’illuminazione e vedendo quello che aveva realizzato Andrea Montagna, disse alla moglie Leonarda Esposito, con riferimento alla venuta di Andrea e Maddalena, queste parole: quartara (brocca) nuova, fa sempre scruscio (rumore) buono!

LE SERE D’INVERNO

Le strade erano, in genere asfaltate con delle pietre, alcuni passi solo con della terra. Non esistevano grandi vie nel paese ad eccezione delle vie maestre lunghe in genere diversi metri di larghezza. Qui si scorgeva qualche cavallo, ma più di frequente un mulo con il suo carico, o attrezzato con un carro al trasporto di persone. Le strade, erano popolati, da animali domestici, polli, maiali, capre e gatti e naturalmente dai bambini che vi giocavano. La strada era inoltre popolata da botteghe varie e da venditori ambulanti che alzavano la voce per pubblicizzare i prodotti. Andrea che intanto era diventato il capo di una nuova famiglia, si serviva nell’educazione dei figli dell’aiuto di Maddalena. Ambedue sognavano che i figli maschi, avrebbero continuato la professione del padre mentre le figlie femmine che avrebbero molto presto trovato un marito. Le giornate nella loro casa, passavano con serenità, era un’abitazione povera con pochi suppellettili ma dove si respirava un calore particolare: il calore umano, il rispetto e l’unione della famiglia. Di giorno i loro bimbi svolgevano volentieri giochi secolari nel cortile con gli altri bimbi. Nelle sere d’inverno, si stava quasi sempre in casa, perché c’era molto freddo; quando pioveva forte e si sentivano i canali  dell’acqua scendere nella Via Ecce Homo e nelle vie limitrofe, Andrìa, riuniva i suoi bimbi, Filippo, Rosa, Domenico, Luigi, Saverio, Vito, Pietro e Calogero (Caliddò) nella stanza dove c’era il lume a petrolio sopra il canterano, per distrarli dai temporali. Andrìa, riportava discorsi antichi, come quello che si snodava sulla rappresentazione della Madonna su di un balzo del monte Triona. Andrìa, nell’Alba sul Triona, diceva che in tempi passati, in inverno, c’era per molti mesi la neve e che inoltre, capitava che sul calar della notte, c’erano sempre tante tempeste, con l’acqua che, scendeva dalle montagne e si univa con quella dei rivoli del paese, divenendo un fiume che percorreva l’abitato. Per questo, era nella bella stagione che c’era la festa al Santuario della Madonna del Balzo, nella prima quindicina di agosto, all’alba. Era all’aurora, appunto, che si intravedeva il Paradiso all’orizzonte, da sopra le montagne.

IL MIO PAESE


Gli anni passarono, anche per Calìddo, figlio minore di Andrìa e Maddalena,  giunse il tempo di partire per il militare. La luce del giorno non c’era più. La notte con le sue ombre copriva Bisacquino. Con il suono della campana della Matrice che annunziava l’origine della giornata, Calìddo, si alzò e usci nel cortile. La prima persona che Calìddo vide, in lontananza fu Pietro Fiume che, con una quartara di creta, si stava recando alla fontana. C’era un freddo intenso, ed i fanali a petrolio coloravano, nel buio, il cielo blu scuro di una luce esclusiva, mentre la neve continuava a cadere nel cortile e nelle strade adiacenti. Nel frattempo, altre due persone si erano avvicinate alla fontanetta, di cui una di loro aveva gettato un rapido sguardo di arrivederci verso Calìddo.
Calìddo, aveva avuto il tempo, di intuire quella lettura veloce, quando cominciò a nevicare con più intensità. Così, mentre cadeva la neve e soffiava forte il vento, Calìddo Montagna e Bianca Florena, cominciavano, quella nuova alba tra vicoli stretti e quasi al buio.
Bianca Florena aveva un viso grazioso, si occupava di prepararsi il corredo ed era una persona sistemata. Calogero Montagna, poco dopo, se ne sarebbe andato con il treno delle dodici,  a salutarlo alla stazione c’erano tutti i parenti. Calìddo, giunse tra i monti al confine con la Francia due giorni dopo, intorno alle cinque della sera, di quel giorno di dicembre, c’era la neve. Indossava un vestito blu, al quale aveva attaccato un paltò. La caserma era molto grande, conteneva una lunga e larga piazza d’armi e molti reparti. Dopo di avere preso possesso dell’equipaggio militare in uso negli alpini e del locale per dormire, Caliddò, in marcia si avviò con gli altri verso la mensa, che si trovava in un altro padiglione. Erano circa le dieci della sera, quando fece rientro nel dormitorio. Passarono circa due anni da quel giorno, cominciava per l’Italia, la seconda guerra mondiale. Calogero, era già, in trincea, tra quei monti. Un giorno come tanti, fu organizzata un’azione di avvistamento, per cui la pattuglia composta da quattro persone tra cui  Calìddo, uscì dal campo al mattino.Nel pomeriggio, al rientro, sopraggiunta una bufera di neve, Caliddò si perdeva tra quei monti.Allora, più tardi, si rifugiava in una caverna per proteggersi dalla forte nevicata.
Nevicava forte quella sera, l’oscurità era scesa e la grotta era ben illuminata da una esile luce, provocata dal fuoco accesso da Calìddo per riscaldarsi. Calìddo aveva notato che la caverna sicuramente già era stata il rifugio di qualcun altro perchè all’interno aveva trovato delle minutaglie.
Durante quelle ore, Caliddò, pensava, ogni tanto, a Bianca Florena, la donna che non poteva allora  figurarsi sarebbe un giorno diventata sua moglie. Poi, immaginava il suo  paese, quello che più l’affascinava in quel pensare, era il vedere le strade e le viuzze sotto un’altra luce, quella della lontananza. Bisacquino, appariva, stupendo, come sempre, con i suoi fanali, la piazza, le fontane, le strade acciottolate, le botteghe e quelle persone che vi camminavano. Fu allora, che Calìddo, aspettando l’alba, rivisse quelle splendide sere d’inverno, quando suo padre, raccontava l’alba sul Triona. Pensò Caliddò come sarebbe bello rivedere "il mio paese".



RITORNO A CASA

Calìddo Montagna, giunse con il treno delle nove della mattinata, quella calda giornata di agosto, a Bisacquino, in contrada Stazione. La seconda guerra mondiale era ormai un triste ricordo, finalmente, quel giovane soldato, partito circa nove anni prima, ritornava al suo paese. Calìddo, era un uomo di ventisei anni, occhi cerulei, capelli castano scuro. Indossava una mimetica verde, alla quale aveva unita una casacca pure verde oliva e portava, con se, un tascapane. Alcuno aveva notizia del suo arrivo quel giorno. Per questo, Calìddo, andò, a piedi, verso l’abitato, prese davanti un mulino e dentro il paese costeggiò Santa Caterina, poi, si diresse per la Badia. Percorse un viale, poi un vicolo, superò alla sua sinistra la Chiesa di San Francesco d’Assisi e si trovò nella Via D’Accurso, esponendosi nella larga e panoramica scalinata dell’Ecce Homo, così, giunse nel Cortile Fontanetta. Come quand’era negli Alpini e scalava una montagna tra la neve, con la stessa determinazione che ogni passo in più è la conquista di un sogno, su quel davanzale, Calìddo, girò il lucchetto della porta d’ingresso ed in quella umile dimora vide una donna con i capelli divenuti vecchi, seduta là in un angolo, era la madre, Maddalena. Gli occhi di Calìddo e Maddalena s’incrociarono solo per un attimo, ma quel momento a Calìddo come a Maddalena non sembrava vero e forse non sarebbe bastata una vita intera per raccontare quel sentimento. Calìddo, portava con se una foto di Maddalena, l’aveva guardata ogni mattina, all’inizio di ogni nuovo giorno, anche quando ormai era scolorita, l’aveva stretta specialmente a se nelle sere buie, quando la demoralizzazione, in quella guerra senza senso, prendeva il sopravvento e lui, aveva avuto la sensazione di non farcela. Calìddo, in quei momenti aveva capito però, anche, lo scopo della vita, negli insegnamenti ricevuti da Maddalena: la devozione alla Madonna del Balzo, il fare del bene, la pazienza ma soprattutto la gioia di vivere, l’accontentarsi del necessario e l’umiltà. Maddalena, era una persona semplice, aveva lavorato tutta una vita, aveva incontrato grandi dolori ma anche tante gioie, con Andria aveva vissuto tutta una vita creando quella famiglia che sarebbe continuata nell’eternità, come in quel giorno, quando Andrìa, gli aveva dichiarato con una voce ormai esile, che non sarebbe entrato nel Paradiso, se prima non l’avrebbe raggiunta e così, poi era volato via. Maddalena, ogni alba, alzando gli occhi al Cielo, aveva pregato ed aveva chiesto di poter rivedere suo figlio Calìddo, almeno una volta, prima di morire ed ora in quel momento, lei era convinta, che Dio nella sua bontà infinita glielo aveva consentito. Alcuni dei fratelli e delle sorelle di Caliddò erano già sposati, per questo di lì a poco quella casa si popolò di tanti piccoli Andrìa e Maddalena e di altri nipoti di Caliddò, addirittura uno portava il suo nome. Nella fantasia, Caliddò, le aveva immaginate diverse le stanze di casa sua, più conosciute, adesso, nella realtà, anche se tutto era come prima, non riusciva a conciliare la sua immagine con quella vera. Nella prima stanza sulla destra, in un’alcova c’era un letto matrimoniale in ferro battuto, ordinato con due materassi di lana per ogni lato, delle lenzuola ricamate ed una cotonina color porpora. Nella parte destra del mobile del letto vi era un comò con tre cassetti, con lo specchio unito al muro, mentre nella parte sinistra delle sedie ed un tavolino, riparato da un tessuto spesso pregiato, tra il grigio ed il verde chiaro, invece, nella parte frontale c’era un canterano, sopra il quale era sistemato un ritratto di Andrìa, con accanto una lampada ad olio. Calìddo, davanti a quella foto asciugò una lacrima, era stato bello avere avuto un padre come U Pà, Andrìa. Nell’altra camera, si trovavano il forno a legna e la cucina a vapore, che avevano come collegamento dei mattoni di ceramica tra il grigio chiaro e l’azzurro; era quella anche la stanza da pranzo, con un tavolo, un armadio, una credenziera ed alcune sedie.
A mezzogiorno e mezzo, tutti i figli di Maddalena, compresi quelli maritati con le rispettive famiglie, si ricongiunsero per far festa a Calìddo. Nella stanza da pranzo furono servite delle lasagne di casa in delle tavole, chiamati i scanatùri, utilizzate anche per far asciugare al sole la salsa asciutta o per impastare il pane. Per Calìddo, sentire il suono di quei cucchiai che s’inabissavano nelle lasagne con il sugo, nelle tavole, era meglio del concerto della banda musicale, nella festa principale del paese, perché, quel suono aveva il sapore di casa. Aveva ragione Andrìa, quello era il miglior piatto del Paradiso. 
Alle tre e quindici del pomeriggio, Caliddo uscì di casa, quasi davanti la sua porta ad aspettarlo c'era Bianca, che aveva saputo del suo arrivo, quel giorno anche se non era domenica era vestita in maniera molto elegante agli occhi di Caliddo sembrava una principessa, quelli occhi grandi castani, i capelli lunghi che scivolavano nelle spalle, il suo sorriso ed il suo portamento testimoniavano questo agli occhi di Caliddo. Bianca, non disse nulla, ma Caliddo le disse che era molto bella. Tutti e due, cose giuste, Caliddò e Bianca accanto facevano figura. 
Più tardi, sotto un paracqua scuro, quella sera che diluviava, Calìddo, scendeva a piedi una stretta scalinata nella Via Conceria, lasciandosi alle spalle la Piazza Triona; intanto vedeva che nel paese, visto che era il primo giorno dopo tanto tempo che pioveva, che la gente di nascosto gettava nella lavina tante cose: sterro, sabbia, carbone, legname, pezzi di stoffa mobili ormai vecchi. 
Poi, superato uno scacchiere, Caliddo si era riparato, sotto l’arco della Madonna della Volta, perché diluviava. Di tutti gli archi di Bisacquino, questo, per com’era stato costruito era il più caratteristico ed aveva, inoltre, all’interno un’edicola votiva della Madonna del Balzo. Nello stesso momento, quella sera, anche Luigi Valle, proveniente dalla Via Florena, si riparava, dal temporale, sotto l’arco. I due, si misero, a commentare, la gran quantità d’acqua, proveniente dal ponte della piazza e Luigi Valle, vedendo nella lavina, un corso d'acqua che scorreva al centro della strada quando pioveva, i pezzi vecchi di mobilia ed il materiale dell’edilizia, affermò, con spirito di osservazione:
<< questa sera, chi si può aiutare, s’aiuta! >>.



Saverio Di Vincenti