Pagine



Buon Anno
Buon 2015
Vi auguro un mondo di bene Auguri da:
 Saverio Di Vincenti

C'era una volta una Principessa: Enza Cacioppo






Enza Cacioppo nacque a Palazzo Adriano il 3 giugno del 1978, nei pressi del monte delle Rose dove visse Santa Rosalia.

Fu battezzata a Chiusa Sclafani nella chiesa di Santa Caterina e ricevette la prima comunione nella chiesa Madre di Chiusa Sclafani, dove si venera un quadro della Madonna delle Lacrime ed il Santo Volto di Gesù portato da Roma da frate Innocenzo da Chiusa.

Abitò in Via Riccio a Chiusa Sclafani con i genitori Pino e Rosalia Schifani, il fratello Salvatore ed i nonni materni.
Fu sempre legata alla parrocchia di Santa Caterina, dove ricevette il sacramento della Cresima, e dove collaborò con Don Salvatore Lo Bue, come catechista, che la definì ai suoi funerali “la rosa più bella del mio giardino” intendendo come giardino la parrocchia.
Fu sempre legata alla Madonna del Balzo dal 1° al 15 di agosto di ogni anno si recava a piedi nudi al Santuario attraversando la Via Sacra recitando il Santo Rosario.
Aderì al Movimento dei Cursillos di Cristianità partecipando agli incontri locali; ne serbarono un bel ricordo Mons. Pietro Marchisotta che come Vicario Foraneo cioè rappresentante dell'Arcivescovo nella nostra zona partecipò alla manifestazione in suo onore e Don Calogero Giovinco.
Fu una persona buona e umile ma anche dal temperamento forte quando si trattò di difendere i deboli.
Frequentò le scuole superiori a Bisacquino riuscendo con il suo carattere ad essere stimata da tutti, partecipando con entusiasmo alle varie iniziative; una foto in suo ricordo è stata posta nella biblioteca della scuola; l'allora Arciprete di Bisacquino Decano Don Lino Di Vincenti, che ha partecipato alla sua manifestazione, in quel periodo responsabile della scuola ne ha voluto fare un modello per le future generazioni, dedicandole ogni anno un giorno della quindicina in onore alla Madonna del Balzo.
Morì, a soli 21 anni, il 25 giugno del 1999, giorno della Madonna di Madjogorie, a Corleone, nel paese di San Bernardo, a seguito di un incidente stradale avvenuto nel territorio di Bisacquino; ai suoi funerali parteciparono più di tremila persone.
L’allora Arciprete di Chiusa Sclafani Mons. Rosario Bacile ora Decano di Bisacquino, suo insegnante alla scuola media G. Reina, che ha partecipato alla sua manifestazione, l’ha proposta come modello di santità per i giovani del luogo.
Un ricordo particolare ne conservano le suore di Chiusa Sclafani dove Enza partecipava agli incontri da loro organizzati ed alle loro gite, tanto che hanno voluto con determinazione che la manifestazione in suo onore si tenesse nei loro locali.
Anche Don Mario Giaccone già Arciprete di Giuliana ma pure vice parroco della Chiesa Madre di Chiusa Sclafani ne parla come una bella figura. 
Con particolare affetto la ricorda anche il Decano di Corleone Don Vincenzo Pizzitola e la confraternita San Bernardo da Corleone che ha sede nella casa natia del santo di Corleone. 
Il Parroco della Chiesa di Sant’Antonio a Bisacquino Don Vincenzo Spada un giorno di Natale ha voluto che le fosse dedicata la messa principale con 21 rose blu sull'altare maggiore. 
Un libro che parla della sua vita è “Le Vallate del Triona” pubblicato nel 2002, scritto dalle testimonianze delle persone che l’hanno conosciuta. 
Nella monografia su Bisacquino del sacerdote Don Ignazio Pizzitola è ricordata come una persona buona. 
Nel 2004 un'immagine in ceramica della Madonna del Balzo fu collocata nel luogo dove Enza riposa, opera degli artisti locali Gannuscio. 
Ancora oggi, il giorno di Natale del 2014 l'Arciprete di Campofiorito padre Antonino Di Chiara, che ha partecipato alla sua manifestazione, le ha dedicato la messa principale del paese. 
Enza oltre alla sua famiglia fu molto legata agli amici della sua Compagnia, quando la compagnia finì, nel suo diario scrisse: "Io un libro su di loro l'avrei scritto". 

C’era una volta una Principessa, che un giorno uscì dal suo castello e scese lungo il fiume, qui lo attraversò e scoprì che al di là c’erano dei pastori e dei contadini che recavano grano, agnelli ed altri prodotti della pastorizia verso una Luce, seguendo una stella cometa. Durante il cammino incontrò tant’altra gente, alcuni venivano da lontano ed erano vestiti con abiti antichi, li chiamavano i Magi. Un gruppo di zampognari eseguivano dei canti allegri quando alcuni viaggiatori Bernardo da Corleone, Luigi Scrosopi, Agostino Roscelli, Teresa Eustochio Verzieri, Rafqa Pietra Chobod Ar Rayès, la incontrarono. Essi venivano a piedi da diversi sentieri di montagna e la presero per mano, seguirono insieme la stella cometa. Più tardi, videro in lontananza la grotta di Gesù. Cadeva la pioggia e stava per avvicinarsi la neve. 

AL DI LA DEL FIUME 

Non rivedremo più, i laghi, i fiumi, ed i mari di questa terra. Resteranno qui la dolcezza dei monti, la bellezza delle rose ed il sorriso di chi ci ha voluto bene. 
Saranno lontani i nostri dolori e le nostre illusioni, saliranno tra le nuvole, poi non parleranno più. 
Non parleranno più, nel modo di un oceano, dopo una tempesta. 
Nel tempo in cui, in altro posto c’è ne andremo, noi saluteremo quel che resta del passato, legati ai corsi d'acqua di quel fiume sfavillante di mille colori che nel confine tra cielo e terra noi rivedremo un'altra volta ancora. 
Guarderemo, ancora, quei nostri giorni vissuti tra il far del giorno e l’imbrunire, poi, se Dio lo vorrà, andremo oltre. 
Quando cade la pioggia e sta per avvicinarsi la neve, una Luce, che brilla da un balzo del monte Triona ci indicherà la via, in quel luogo attraversando un arcobaleno, ci rivedremo tutti al di là del fiume. 
Riandrà oltre la dolcezza, nell’oscurità, di quella luna e di quelle stelle. 
Riandrà oltre lo splendore, nella luminosità, di quel sole. 
Riandrà oltre la dolcezza dei monti, la bellezza delle rose ed il sorriso di chi ci ha voluto bene. 
Nacque quel fiume sul Monte delle Rose, scese nelle valli della Madonna del Balzo e giunse a riva, poi tacque, così incominciò il mare. 



Sacra immagine che si trova nel luogo in cui riposa Enza





Un sacerdote che amò tanto Bisacquino



Ho avuto la possibilità di conoscere mio zio il Decano Don Calogero Di Vincenti solo per dieci anni, lo ricordo come una persona sempre sorridente e con un carattere cordiale tanto da risultare amico di tutti. Da quanto ho appreso durante il corso della mia vita, fin da bambino maturò la sua vocazione al sacerdozio, tanto che simulava, vedendo le processioni dei grandi, delle processioni con i suoi piccoli amici nelle vie del centro storico di Bisacquino, e precisamente nel quartiere Acquanova. Entrato in seminario, mio nonno Giuseppe Di Vincenti, che allora svolgeva l'attività di carrettiere, ogni quindici giorni andava a Monreale, affrontando allora sentieri difficilmente percorribili irti e scoscesi. Mio zio già sacerdote, molto legato al Seminario, d'estate quando veniva a Bisacquino, con il padre sul carretto girava con padre Governanti per reperire del cibo da portare ai seminaristi. Nel 1949 fu fatto parroco di una nuova parrocchia creatasi a Montelepre, tra le preoccupazioni di mia nonna Giuseppina Giovinco, in quanto a causa del fenomeno del banditismo capitanato da Giuliano nel paese era stato imposto il coprifuoco. Mio zio con l'entuasiasmo che lo contraddistingueva come mi è stato riferito da Mons. Ferina suo successore nella parrocchia, affrontò quell'incarico risultando super partes ed ottenendo la stima di tutti. Durante questo periodo, ancora in giovane età morì mia nonna. Nel 1952 fu nominato Decano Arciprete di Bisacquino, da allora per venticinque anni dedicò la sua vita al suo paese. Erano tempi difficili e di miseria, per questo mio zio fondò un patronato delle Acli per fare in modo che sopratutto gli anziani meno abbienti potessero avere una pensione ed essere assistiti in famiglia, fu così che il Boccone del povero nel nostro paese non ebbe più modo di esistere. Come i preti sociali degli anni '50 si occupò di politica, pur essendo con la Democrazia Cristiana riusciva a coinvolgere tutti i partiti nell’amministrazione del paese. Fin da piccolo, mio zio fu molto legato a Mons. Giovanni Bacile suo predecessore nella carica di Arciprete ed anche Mons. Bacile stravedeva per lui, tanto che ancora seminarista, lo faceva predicare in matrice; mio zio nel suo cuore aveva un sogno quello di portare il Decano Bacile in matrice, così il corpo del Decano Bacile nel 1956 tra un tripudio di folla fu portato nella chiesa Madre. Quegli anni furono inoltre caratterizzati dalla forte emigrazione verso la Germania, dove mio zio si recò per vedere le condizioni nelle quali vivevano i nostri compaesani. Mio zio come d'altronde tutti i bisacquinesi fu sempre molto legato alla Madonna del Balzo, realizzando come mi raccontava frate Antonio Ferlisi molti cantieri per migliorare i locali del Santuario, ormai obsoleti dopo circa trecentocinquanta anni dalla costruzione. Fu un grande oratore come mi è stato riferito dalla mia insegnante Anna Pillitteri sopratutto sui temi legati alla Madonna. Inoltre per il Santuario, nel 1969 fece realizzare una strada carrozzabile, per fare in modo che con le macchine vi si potesse arrivare, da allora cominciarono i pellegrinaggi anche dei forestieri al santuario. Fu sempre legato ai giovani, prendendo come esempio San Giovanni Bosco, per Bisacquino si preoccupò di realizzare quattro scuole superiori, due ancora operanti la ragioneria e l'Agraria. Più di trenta giovani di Bisacquino coinvolti dal suo entusiasmo si fecero sacerdoti, preoccupandosi mio zio di trovare i fondi necessari per essere mantenuti in seminario. La palestra del paese, il rifacimento delle fognature, i fondi per la ricostruzione delle case danneggiate dal terremoto, l'ufficio postale, la costituzione di una squadra locale di calcio si devono a lui. Quando mio zio nel 1952 arrivò a Bisacquino, visto che nel 1950 per allargare la Via Roma era stata abbattuta la Chiesa dell'Ospedale trovò i fondi regionali per rendere la parte dei locali rimasti utili come salone parrocchiale; lì vi fondò il circolo di Azione Cattolica, la Pro Loco e la squadra di calcio. Legato alla chiesa madre, che non subiva dei restauri strutturali sin dalla sua fondazione, si preoccupò di reperire i fondi necessari utilizzando i finanziamenti del terremoto per aggiustare la chiesa. Nel 1975 fu colpito da un infarto, ma volle continuare la sua attività, fondando tra l'altro al santuario della Madonna del Balzo la Radio Monte Triona la prima radio locale delle nostre zone. Nel 1976 scrisse un libro che pubblicò sui canti popolari religiosi bisacquinesi, intervistando alcune persone anziane. Morì come sempre aveva vissuto povero, il 23 febbraio del 1977 a soli 51 anni d'età; scrisse su di lui Mons. Saverio Ferina "per venticinque anni portò a Bisacquino una ventata di nuovo, morì nella pace dei giusti e si spense per Bisacquino quel suo figlio che tutti chiamavano l'apostolo del sorriso".



Della vita di mio zio l'avvenimento più bello è che quand'era bambino, ogni giorno ritornando da scuola passava davanti la casa del sig. Antonino Costa, allora le case stavano per lo più con la porta aperta e mio zio si fermava ad ammirare un meraviglioso orologio a pendolo, così che un giorno il sig. Costa gli disse "se un giorno ti farai prete ti regalerò l'orologio!", ma dopo poco tempo il sig. Costa morì. Quando mio zio fu grande si fece prete, il giorno della sua ordinazione, quando ritorno a Bisacquino, mentre era riunito in casa con alcuni suoi familiari, sentì bussare alla porta, era Giuseppina Costa figlia di Antonino che gli aveva portato in dono l'orologio del padre….. 








Il Frate dei bisacquinesi Antonio Ferlisi











Ricordo che finita la scuola media mio zio il Decano Don Lino Di Vincenti allora arciprete di Bisacquino mi propose di trasmettere alla Radio Monte Triona una emittente privata che si trovava al Santuario della Madonna del Balzo, per cui per dieci anni ebbi la fortuna di conoscere Frate Antonio Ferlisi. Frate Antonio come era solito chiamarlo i bisacquinesi era una persona buona e dal carattere cordiale, io, coinvolsi altri miei amici coetanei a trasmettere alla radio, per cui Frantoni per noi diventò uno di noi, ogni giorno quando il pomeriggio andavamo alla radio lo vedevamo arrivare portando in un piatto della frutta che ci donava, quando capitava che ci andavamo la mattina al Santuario a mezzogiorno ci chiamava per salire sul campanile a suonare le campane, un tempo lo faceva lui ma ormai che aveva più di sett'anni gli piaceva ascoltare a noi che suonavamo le campane dando dei giudizi lusinghieri per come avevamo suonato. Nelle sere d'inverno ci faceva compagnia alla radio raccontandoci i suoi ricordi e storielle avvenute nelle nostre zone ai suoi tempi. Era consuetudine che ogni anno vedevamo dal Santuario i giochi d'artificio per la festa della Madonna della Favara a Contessa Entellina. Frate Antonio era molto devoto alla Madonna del Balzo una volta mentre salivo a piedi al Santuario vi.di in lontananza che nella strada sacra c'era Frate Antonio, affrettai il passo e lo chiamai, avvicinatomi lo trovai che a piedi nudi stava facendo per devozione a piedi scalzi un viaggio alla Madonna del Balzo; scherzando gli dissi che per lui non c'era di bisogno vista la grande devozione che aveva per la Madonna e che per cinquantanni aveva fatto voto di povertà ma lui mi racconto questo fatto: l'altro giorno mentre stavo collegando nella Chiesa dei fili della luce io che ero convinto al cento per cento che avevo staccato il contatore ad un tratto ho avuto davanti a me l'immagine della Madonnna del Balzo, che mi diceva di staccare la corrente, andai a verificare ed in effetti il contatore non l'aveso spento". Frate Antonio ogni mattina si alzava molto presto. andava in chiesa a pregare e a sistemare i fiori che i fedeli portavano, verso le otto faceva colazione generalmente mangiava un un po di formaggio, del pane e della frutta, intorno alle ore tredici si cucinava la pasta e la sera generalmente si preparava delle verdure, era solito andarsi a coricare alle otto della sera, tranne quando c'ero io al Santuario, allora mi faceva compagnia e certe volte si vedeva che era stanco dal sonno ma restava lì; le lampdade della via sacra allora si accendevano dal Santuario e Frantoni aspettava che io che allora non avevo la macchina attraversassi la via sacra per arrivare sino ai Pileri per spegnere le luci, ci voleva circa mezzora; certe volte io lungo la via sacra visto che c'era il buio della notte mi mettevo a correre altre volte andavo piano, ma non so come facesse, sembrava che mi vedesse, le luci si spegnevano sempre appena arrivavo ai Pileri. Era veramente una brava persona


LA MADONNA DI LU VAZU DI BUSACCHINU







LA MADONNA DI LU VAZU DI BUSACCHINU









“C’era na vota, tantu tempu fa, un giuvìne busacchinàru, Vicenzù Adòrnu, chi facia u crapàru, accussì bònu di nùn aviri cchi diri cu nùddu.


‘Na jurnata, ‘a punta ri l’arba, ntò mèntrì facia vardanìa e cuvirnava ‘na picchìdda di crape e di aggnèddi, nna ‘na mannara, sùpra lu mùnti Triona, propriu quasi a lu vòscu di nucipersi di li Cervi, vidìa, a dda bànna, nmèzzu da muntagna, piddaveru, spuntàri na spera di luce, chi accuminciava pròpiu ddavìa, darrèni na rocca.


L’Addornù abbaddiatu si sintia annurvàri, ma ritruvàtusi, ‘mprisùsu, a muzzu, pigghiàva u’ sdirrùpuni e juncìa a ‘nfilàrisi dùnne spuntava a luce, ca era ‘na grutta di pètri; ‘ntà sta grutta proprio a prima trasuta, c’era tìnciuta tra li pètri, ‘na Madonna cu lu Bammìnu, cu l’Angili di darreni chi scummigghìavànu la pittura, scippànnu lu cummogghìu.


Ntà stù mèntri, vèru e propriù astura, n’atru capràru busacchinàru, Ciccò Pirrittùni, sissantìnu, ddassutta da muntagna, a quannu a quannu purtava a pàsciri i pècure, vidìa, cumpariri di dan càpu a stissa luce, ca puru l’armali nun putiànu abbintari. Ciccò n’arrisstàva cussì allucciàtu ca ‘ncuntinuazziòni u purtava pì spressione ai figghì.


Dicchiù, midèmma la stissa matinata un monàcu, frati Angìlo di Giuliana, di stàllu a Sant’Anna, vicinu Chiusa, astura a lu fari jornu, ntà lu sònnu, vidìa, na palumma chi ghìa ncèlu e la muntagna di lu Triona tutta alluciata, cu tanti divoti, addinucchiati, agnuniàti vicìnu a ‘na grutta, pirsuaduti ca ddà c’era la Madonna.


Apprèssu, quattr’anne cchìu tàrdu, un sabatu di marzu, vinni a la Matrice un monacu di missa di Termini, padri Bonavintura. Era tempu di Quarisima e ‘nstù monacu, ca era valenti pridicaturi, dissi parlannu di li santi chi prutiggiànu Busacchìnu, ca cci vidia puru la Madonna e tantu lùstru su mùnti Triona.


Ma, ancora, u chiù megghiù avia di venire.


Allura, ‘nta lu stìssu mise di marzu du’ carusi di la campagna, chi si truvavanu ‘nta li timpi di lu mùnti, di n’autra banna di la mannara, scoprinu puro iddi la grutta.


Iddi ‘ngattàtisi na la grutta, vidènnu la Madonna ntà la rocca, si mettìnu a prigari, ma dòppu n’anticcchia, pi ‘nnulenza, si mettunu a jucare. Accussì, unu di iddi, chi avia pirduto, pochi dinari, pi currìvu, cumìncia ad abbintàrisi cu la face, di nna lu latu puntùtu, nna la frunte di la Madonna.


Ma, subitu l’aggrissùri vinia frinatu da un lampu e s’abbannunava agghiazzatu ‘nterra, mentri dìnnà frùnte da Madonna pirciliàvanu ‘uccie di sàngu.


Sfirniciativi a la smania di lu cumpàgnu. A l’urvìsca currìu pi la trazzera e agghicà a Busacchìnu, e a tutti chiddi chi s’impaiàva svintuliàva la nuvità.


Mittuti a conuscènza lu parintatu di lu picciottu, acchinaru tutti ‘ntamati a la muntagna.


La matrì pì la firnicìa facia prigare: “su Mùnti Triona, c’è fatta na via, curremu divoti, ludamu a Maria”.


Dinnànzi a la grutta, lagrimannu, la matri cumincìa a stujari, cu l’acqua ri na bummula di crita, li ‘uccie di sàngu di la Madonna, poi abbattuta, abbrazzannu lu figghìu si mise a prigare a dinòcchiuni.


Na parola di la Madonna fa e a fari beni nun ci voli assai, cussì tutti vistìru abbirarisi lu miraculu!


Lu giuvìne abbrivìsciu e allintata la firnic
ia, tutti a dinòcchiuni, ricurreru a ringraziare la Madonna, pi la cuntintizza.


A corpu affaccìaru li marranzani e la fudda, chi s’avìa criatu, fici festa a la Bedda Matri.






Saverio Di Vincenti

Il mio paese




IL MIO PAESE



SAVERIO DI VINCENTI




IL PRANZO DI MATRIMONIO


Alla conclusione del matrimonio, la sfilata, che attraversò la piazza, era aperta questa volta dalle donne, compresa la sposa. Vicino a Maddalena, stavano in prima fila le ragazze che ancora non erano sposate, vestite eleganti per l’occasione, le donne più anziane, invece, indossavano degli abiti a giacca accoppiate a delle scialline di svariati colori, tra di loro si chiamavano commari. La casa di Andrea, dove doveva svolgersi il trattenimento, aveva una stanza grande dove c’era l’alcova e due stanze più piccole, alle quali si accedeva scendendo due gradini. Dalla stanza grande, invece nella ferreria di mastro Filippo Montagna, che si trovava nella Via Savoca ci si accedeva tramite un catarratto, seguito poi, da una scala in pietra, curva, di undici gradini. Alcuni mobili per fare largo erano stati portati da Luigi Passaggio, che abitava nella Via Colca, compresi i i trispi del letto ed i materassi; lavoro di smontare che era stato effettuato con l’aiuto del cugino Ignazio Cordaro che aveva un carretto. Nella casa di Andrea, quel giorno, perciò, c’era movimento, perché si apparecchiava per tutti gli invitati al matrimonio. Con l’arrivo del corteo con a capo Andrea Montagna, il gruppo si organizzò nei tavoli sistemati nei vari punti della casa. Proprio, in quel momento, l’orchestra, che si trovava nella stanza grande, incominciò a suonare la romanza “il volo degli angeli”. Dopo poco, Maddalena Belvedere, fece ingresso nella stanza grande  e cominciò a fare largo con Andrea ai parenti. Mastro Filippo Belvedere, che si trovava in questa stanza, quel giorno aveva anche altri pensieri, perché doveva sorvegliare la figlia Giuseppina, a cui aveva dato il consenso di frequentare in casa Michele La Farina, che giustamente era seduto in un’altra stanza. Vito Previdenza cantava e Domenico Prospero con l’orchestra l’accompagnava, quando, incominciò il pranzo. Oltre il pane ed il vino locale, per primo fu servita della pasta di casa a forno, detta con il formaggio, condita con del sugo di pomodoro, del formaggio e della carne. Per secondo delle bistecche panate, uova sode e dell’insalata. In ultimo, delle aranciate, il riso con il dolce ed i cannoli di ricotta della casa. Quasi al termine del pranzo, Francesco Belvedere, che era dilettante in questo, fu chiamato da Rosetta, perché si doveva fare una bicchierata con il vino per gli sposi. Così, Francesco Belvedere, si mise a capo di un tavolo circolare, u tunnu e intonò nel silenzio della stanza: "In questo paese di Bisacquino, abbondante di olive e di vino, con spighe e frumento, noi ci troviamo in questo tempo. Andrea ha avuto questo piacere, di volere a  Maddalena Belvedere, e in questa  giornara di felicità, con amici e parenti si trova qua!. Di San Francesco di Paola alla Badia, tutti ci siamo messi in via, per questa grande occasione e per questa felice realizzazione; per questo, con questo vino così fino,  faccio  un brindisi agli sposi,  con tutto Bisacquino!"
Fu in quel momento che Domenico Prospero attaccò a suonare il brindisi della Traviata, mentre la gente, si andava a complimentare con Francesco Belvedere, che pareva studiato, brindando con il vino, mentre nella stanza grande si cominciava a servire la cassata.

LA SERATA DI BALLO LISCIO

La sera seguente sempre nella casa di Andrea si tenne il “suono”, cioè si ballò; naturalmente furono invitati quelli che avevano partecipato al pranzo di matrimonio, ma anche quelli a cui ci si “teneva”, perchè per il pranzo non era stato possibile invitare tutti perché erano tempi scarsi. Nella casa dei Montagna, quella sera, c’era anche Michele Montagna, che alcuni mesi prima, con l’occasione di conoscere la cugina, si era fatto fidanzato in casa, con Giuseppina Belvedere, sorella di Maddalena. L’orchestra, intanto, si era sistemata in un angolo della stanza grande, proprio allo stesso posto dov’era sistemata, all’ora di pranzo. Finalmente, arrivarono Maddalena Belvedere ed Andrea Montagna: gli sposini; così, cominciarono i balli. Dapprincipio, ballarono solo Maddalena e Andrea, un bel valzer dal titolo “La luna romantica”, poi, nella mazurka successiva, molti si misero in mezzo. L’orchestra di Vito Previdenza aveva terminato di suonare un tango argentino, quando Sebastiano Prospero, cugino di Andrea, fu invitato a cantare, perché era dilettante in questo. Intanto, mastro Filippo Belvedere, che postiava i nuovi fidanzati, aveva visto che Giuseppina, aveva guardato verso Michele Montagna, per questo l’aveva fatta cambiare di posto. Nel frattempo, alcune persone passavano dalla Via Savoca, vedendo che c’era “suono” e che la porta era aperta, si erano autoinvitati, tra questi Pietro Eliseo. Mastro Filippo Belvedere, quando si accorse che nella sala era entrato anche Pietro Eliseo, che circolava in tutto il paese, che voleva sua figlia Agata, ma che ancora non glielo aveva detto, tra di lui pensò, “e ora sono due da controllare” e chiese ausilio alla figlia Paola, che già era sposata; la quale però non era della sua stessa opinione, infatti diceva “falli divertire che sono giovani!”. Durante i balli mastro Domenico Belvedere, controllava se le figlie ballavano larghe con i loro spasimanti mentre, Paola quando era seduta invitava le sorelle a ballare un poco più strette. Il bello successe,quando, Francesco Belvedere, che era un poco “brillo” disse “Attacca Bastià” e comincio a chiamare la “cuntrananza”. Andrea Montagna andò ad invitare Maddalena, Michele Montagna andò ad invitare Giuseppina e Pietro Eliseo a Lucia; in quella confusione, causata dalla tarantella, non s’è ne capì più niente, mastro Filippo Belvedere, pensò “e si fecero i fichi!”; insomma, alla fine della tarantella, addirittura le tre coppie camminavano a braccetto. Verso mezzanotte, dopo di avere distribuito le bomboniere con i confetti, Maddalena Belvedere e Andrea Montagna, salutarono i presenti; in quanto dovevano andare nella loro nuova casa, che si trovava nel Cortile Fontanetta. Fu così, che terminò la serata di ballo; mastro Filippo Belvedere, mentre loro si allontanava per ritornare a casa, tra di lui pensò: “e questa è fatta”.

FONTANELLA

Andrea e Maddalena andarono ad abitare nel Cortile Fontanetta, nel quartiere della Badia nel paese di Bisacquino in provincia di Palermo. Doveva essere un cortile molto antico, forse una volta tutte le case del cortile appartenevano ad un’unica famiglia i Fontanetta. In questo quartiere, le strade erano critiche, con bastioni e scalinate intercalate a mulattiere che si univano a viuzze e cortili. Allora, erano tutte case antiche, appartenute agli avi delle persone che vi abitavano. La loro casa, si trovava, di fronte ad una fontanella ed aveva un prospetto nel quale al primo piano c’era un terrazzo sostenuto da due archi, con una scalinata esterna e sopra di una di queste arcate c’era la porta d’ingresso. Il locale era composto di una camera abbastanza grande, che si trovava dove c’era la porta d’ingresso, da questa sala si accedeva nel vano della cucina, dove c’era un altro balcone, da qui, nella stanza da bagno, poi, c’era il terrazzo che si esponeva nella Via Senapa. I due balconi invece si esponevano nel cortile. Nella prima camera, c’era uno sportello, tramite una scala ricurva di pietra, portava al piano di sotto, che si proiettava nel Cortile Fontanetta, qui Andrea aveva aperto una bottega per la lavorazione del ferro, specializzandosi nel fare zapponi. Era una piccola bottega, con vicino all’ingresso un incudine, con di fronte un bancone ed uno stipo e poco più in là una fornace, che era attaccata al muro in comune con mastro Antonino Aida, che accanto ci aveva una falegnameria. In questa fornace, che ogni volta che si apriva pareva un vulcano, si distingueva un mantice, che mastro Andrea adoperava per rendere ancora più alta la temperatura nel forno, quando ci veniva rinchiuso il ferro, questo faceva si, che le mura interne della bottega, pertanto, erano diventati scuri per il fumo provocato dalle forti temperature. La casa dove erano andati ad abitare Andrea e Maddalena era stata acquistata alcuni anni prima dai Montagna, che l’avevano comprato dalla famiglia Senape. Nel cortile oltre ad Andria e Maddalena vi abitavano le famiglie Aida, Palagonia, Comando, Flora e Fortezza. Erano tutte famiglie con almeno nove figli, tutti nati in quel cortile. Nel rispetto degli usi, i mariti, funzionavano  da capo famiglia,  ma anche le mogli dirigevano in casa, guidando i figli al rispetto delle tradizioni cristiane. I figli davano ai genitori del lei anzi per meglio dire del Vossia. Erano tutte famiglie umili, che vivevano in un’epoca scarsa e irta di ostacoli.
Verso le ore nove del mattino Maddalena si sentì chiamare, s’affacciò dal balcone e vide che giù c’era Giuseppina Palagonia, che l’invitava a scendere; Maddalena si sistemò alla meglio è scese nel cortile; qui in quella calda giornata di Settembre le furono presentate da Giuseppina quasi tutte le donne del quartiere; poi, dopo, Giuseppina Palagonia invitò in casa sua Maddalena. Intanto Gaspare Realistico era andato a trovare Andrea, sperando che in quell’occasione, anche da lontano, avrebbe visto Giuseppina Palagonia. Andrea lo trovò intento a preparare delle falci, che gli erano state richieste da Don Carlo Incontrera, che aveva una masseria in contrada Frascine. In quest’occasione, Gaspare Realistico confidò ad Andrea, che si voleva sposare il prossimo anno. Frattanto, Pietro Palagonia stava uscendo dal cortile con delle capre, quando si trovò davanti a Gaspare Realistico, che era diventato un poco rosso in viso, vedendo il futuro suocero, giusto gli sembrò dirle “benedica”, saluto al quale Pietro Palagonia, rispose con un cenno e proseguì oltre; Maddalena da dietro la tendina, aveva visto questa scena, gli parve opportuno, affacciarsi al balcone, per chiamare il marito Andrea, perché aveva preparato il caffè; così Giuseppina e Gaspare poterono incontrarsi, mentre, nel cortile già si commentava il fatto che Gaspare voleva sposarsi. Comunque, verso le undici, Gaspare lasciò la casa di Andrea e si diresse verso il quartiere della Grazia, giunto nella piazza Triona, Gaspare Realistico, s’incontrò con Vincenzo Fiume; quest’ultimo, gli propose di andare a lavorare da lui, per la raccolta delle olive, Gaspare, che naturalmente non era la prima volta che lavorava da Pietro Fiume, accettò il lavoro.
 Andrea intanto era ritornato in bottega  a fare delle falci, intanto che Madalena si faceva aiutare da Giuseppina Palagonia ad impastare della farina con del lievito di casa; dopo che Giuseppina si era congedata, Maddalena, progettò cosa doveva preparare per il pranzo; decise, allora, di preparare un piatto tipico bisacquinese: allora, cucinò, in un tegame delle uova sode; poi, prese delle fette di carne di vitello dove, arrotolò le uova sode, con del lardo e del formaggio; condì il tutto con un impasto di pane grattato e delle uova battute e poi legò sempre il tutto con del filo da cucito e finalmente, immerse il tutto, in un tegame con del sugo. Alle ore dodici del mattino, mentre si sentiva l'orologio della Matrice che suonava dandalanda', chiamò Andrea; quest'ultimo, rimase contento di come sapeva cucinare Maddalena. Al termine del pranzo Andrea ritorno in bottega mentre Maddalena andò dalla signora Rossella Aida, ad infornare il pane; quest'ultima, aveva un forno a legna nel cortile. Andrea, terminò di lavorare verso le sei della sera, per cena questa volta Maddalena, preparò delle uova fritte dette a “occhi di bue” anche se Maddalena e Andrea, erano consapevoli che non si potevano campare con tutte queste uova al giorno, troppa grazia.

CAMMARONE

Andrea, quella mattina, si alzò di buon ora, in quanto doveva consegnare delle falci a Don Carlo Incontrera, che abitava nel Corso Triona; giunto in questa strada, Andria bussò al civico 21. Dal balcone centrale, s’affacciò Don Carlo Incontrera, che invitò Andrea a salire. La famiglia di Don Carlo Incontrera, era una delle più importanti del paese, come si poteva anche notare dalla casa dove abitava; infatti: si esponevano nel Corso, cinque balconi, con delle inferriate stile barocco. Andrea, alzò il lucchetto del portone, posò le falci, all’ingresso e si trovò davanti una grande scala; era una scala, tutta in pietra battuta, larga circa cinque metri, era veramente molto bella, con circa trenta gradini. Don Carlo, si fece trovare alla fine della scala ed invitò Andrea ad entrare in una stanza grande: il “cammarone”; era anch’esso molto bello, c’erano in tutta la stanza, appesi al tetto, nove lampadari e nel soffitto c’era un grande affresco. Don Carlo offrì ad Andrea del rosolio, i bicchieri decorati, erano di colore verde scuro con rifiniture in colore oro; dopo di avere ricevuto il denaro per le falci, Andrea, mentre scendeva le scale, tra di lui pensò, che la vita a lui aveva dato molto di più, perché non c’erano ricchezze, che potevano valere quanto Maddalena.
Gaspare Realistico, in quell’istante, si stava recando a piedi nel feudo di Giammaria; era già giunto in contrada Pomo di Vegna, quando incrociò sei mule, cariche di olive posti in dei “zimmili”, guidate dal contadino Ignazio Cordone. Gaspare Realistico, arrivò nelle terre di Pietro Fiume, intorno alle ore sette del mattino, si accorse, che l’annata era buona e che già alcune persone raccoglievano le olive, per cui lui decise di mettersi subito al lavoro; in lontananza alcune persone, sparpagliavano le olive per pulirle. L’area, era una parte di terreno battuto, dove dei muli, guidati dal contadino Saverio Bordi, venivano caricati col le olive già pulite e al termine di questo lavoro, potevano essere trasportati al frantoio. C’era molto freddo quel giorno ed il cielo era coperto di grigio, Gaspare Realistico, dopo circa due ore di lavoro, era veramente molto stanco, ma in ogni momento, la sua mente andava solo a lei Giuseppina Palagonia. Maddalena, che quella mattina era vestita con una vestaglia per uscire, colore marrone chiaro, era andata a riempire un secchio di metallo, alla fontanella, passando, davanti l'edicola della Madonna del Balzo, si era fatta il segno della croce, poi si era fermata a parlare (cioè a fare cortile) con Giuseppina Palagonia; quest’ultima le aveva annunciato, che Gaspare Realistico aveva intenzione di sposarsi il prossimo anno e che per questo cercava una casa in affitto; nel Cortile Fontanetta in effetti, c’era una casa vuota appartenente ai Flora, ma ancora non si erano messi d’accordo sul prezzo. Intanto, al centro del cortile, molti bambini giocavano, mentre le donne davano da mangiare a delle galline, che si trovavano anch’esse nello spiazzo. Mastro Giuseppe Palagonia, nonno di Giuseppina, era seduto in uno dei gradini esterni della sua abitazione, fumava del “cintrato forte” che si diffondeva nel luogo; la moglie, Giuseppina Segretario, era seduta con Filippa Fortezza, anch’essa in avanti negli anni, in un angolo del cortile, parlavano dei tempi andati. In questo scenario, il freddo umido e secco e l’aria dell’autunno, contribuivano a rendere piacevole il vivere ed il lavorare nel cortile Fontanetta.       

Nel cortile Fontanetta, la famiglia Montagna si era ben inserita con le altre famiglie, per questo nei pomeriggi d’estate, quasi al tramonto, si riunivano all’aperto per recitare il rosario seguito dai racconti. A quel tempo, infatti, non c’era ancora nei paesi l’energia elettrica, per questo le strade di sera erano già al buio. Nelle case infatti, si adoperavano lumi ad olio, che generalmente erano fatti con metalli e che terminavano con un tubo di vetro, si adoperavo anche dei piccoli lumi a petrolio e delle candele di cera. Nelle case delle famiglie benestanti, invece c’erano i lampadari, forniti di candele di cera. Maddalena Belvedere con Giuseppina Palagonia, si erano recati nella Via Ecce Homo da mastro Giuseppe Universo che aveva una bottega di calzolaio; in quanto Giuseppina doveva fare riparare un paio di scarpe con i tacci, appartenenti al fratello Ignazio, mentre Maddalena un suo paio di scarpe, dove ci volevano i sopratacchi. All’uscita dal calzolaio, incontrarono Rosa Esposito, con la quale si fermarono a parlare, in quanto era loro coetanea. La discussione si concentrò sull’imminente fiera del due luglio e sugli acquisti che ogn’uno di loro si proponeva di fare per la casa.
Andrea, intanto nella sua bottega era indaffarato, perché voleva fare una sorpresa a Maddalena. Per questo, infatti, aveva chiesto collaborazione a Salvatore Aida che faceva il falegname e a Gioacchino Fortezza che era carpentiere. Nel cortile, c’era movimento, infatti vi erano stati trasportati dai muratori Filippo Guana e Marco Trippodi, con una carriola, della calce, della sabbia rossa e delle pietre. Luigi Imperiale, suocero, di Salvatore Aida, ormai in avanti negli anni, non riusciva a capacitarsi, su quello che dovevano fare, in quanto tutti facevano le ombre. La luce del giorno non c’era più. La notte con le sue ombre copriva Bisacquino. Con il suono della campana della Matrice che annunziava con l’Ave Maria la fine della giornata, tutti gli abitanti del cortile, dopo di avere recitato una preghiera in comune, erano rientrati a casa, lasciando pero le porte aperte, con le tendine, perché faceva un caldo da morire. Fu allora, che entrarono in movimento Gioacchino Fortezza con i suoi manovali, i quali posizionarono nei quattro angoli del cortile quattro fanali in ferro, costruiti da Andrea Montagna, per quanto riguarda la sistemazione dei vetri era stata opera di Mastro Salvatore Aida.
I fanali erano stati realizzati con maestria, aveva ogn’uno un piede a tubo in metallo, che teneva il fanale; quest’ultimo invece, aveva una lanterna che finiva nella cima con una piccola cupola, da dove usciva il fumo dell'olio che si andava erodendo. Fu quando, Gioacchino Fortezza i due manovali e Salvatore Aida, accesero i “mecchi” delle lampade, che gli abitanti del Cortile s’affacciarono, per vedere il lustro che proveniva da fuori. Andrea, che intanto, era salito a casa, disse a Maddalena di affacciarsi al balcone, vedendo l’opera che aveva realizzato Andrea, Maddalena Belvedere restò senza parole. Pietro Palagonia, vedendo anche lui il lustro, restò così commosso, che disse alla moglie di mettere nella pentola della pasta, per offrirla e fare festa con il vicinato, alla pasta si unirono anche delle patate, cotte nei tegami della famiglia Flora. Poi, Gioacchino Fortezza prese il marranzano, Filippo Comando il “friscaletto” di canna  e Pietro Palagonia il mandolino, cantarono la ballata “Nicuzza”. Salvatore Aida commentando l’illuminazione e vedendo quello che aveva realizzato Andrea Montagna, disse alla moglie Leonarda Esposito, con riferimento alla venuta di Andrea e Maddalena, queste parole: quartara (brocca) nuova, fa sempre scruscio (rumore) buono!

LE SERE D’INVERNO

Le strade erano, in genere asfaltate con delle pietre, alcuni passi solo con della terra. Non esistevano grandi vie nel paese ad eccezione delle vie maestre lunghe in genere diversi metri di larghezza. Qui si scorgeva qualche cavallo, ma più di frequente un mulo con il suo carico, o attrezzato con un carro al trasporto di persone. Le strade, erano popolati, da animali domestici, polli, maiali, capre e gatti e naturalmente dai bambini che vi giocavano. La strada era inoltre popolata da botteghe varie e da venditori ambulanti che alzavano la voce per pubblicizzare i prodotti. Andrea che intanto era diventato il capo di una nuova famiglia, si serviva nell’educazione dei figli dell’aiuto di Maddalena. Ambedue sognavano che i figli maschi, avrebbero continuato la professione del padre mentre le figlie femmine che avrebbero molto presto trovato un marito. Le giornate nella loro casa, passavano con serenità, era un’abitazione povera con pochi suppellettili ma dove si respirava un calore particolare: il calore umano, il rispetto e l’unione della famiglia. Di giorno i loro bimbi svolgevano volentieri giochi secolari nel cortile con gli altri bimbi. Nelle sere d’inverno, si stava quasi sempre in casa, perché c’era molto freddo; quando pioveva forte e si sentivano i canali  dell’acqua scendere nella Via Ecce Homo e nelle vie limitrofe, Andrìa, riuniva i suoi bimbi, Filippo, Rosa, Domenico, Luigi, Saverio, Vito, Pietro e Calogero (Caliddò) nella stanza dove c’era il lume a petrolio sopra il canterano, per distrarli dai temporali. Andrìa, riportava discorsi antichi, come quello che si snodava sulla rappresentazione della Madonna su di un balzo del monte Triona. Andrìa, nell’Alba sul Triona, diceva che in tempi passati, in inverno, c’era per molti mesi la neve e che inoltre, capitava che sul calar della notte, c’erano sempre tante tempeste, con l’acqua che, scendeva dalle montagne e si univa con quella dei rivoli del paese, divenendo un fiume che percorreva l’abitato. Per questo, era nella bella stagione che c’era la festa al Santuario della Madonna del Balzo, nella prima quindicina di agosto, all’alba. Era all’aurora, appunto, che si intravedeva il Paradiso all’orizzonte, da sopra le montagne.

IL MIO PAESE


Gli anni passarono, anche per Calìddo, figlio minore di Andrìa e Maddalena,  giunse il tempo di partire per il militare. La luce del giorno non c’era più. La notte con le sue ombre copriva Bisacquino. Con il suono della campana della Matrice che annunziava l’origine della giornata, Calìddo, si alzò e usci nel cortile. La prima persona che Calìddo vide, in lontananza fu Pietro Fiume che, con una quartara di creta, si stava recando alla fontana. C’era un freddo intenso, ed i fanali a petrolio coloravano, nel buio, il cielo blu scuro di una luce esclusiva, mentre la neve continuava a cadere nel cortile e nelle strade adiacenti. Nel frattempo, altre due persone si erano avvicinate alla fontanetta, di cui una di loro aveva gettato un rapido sguardo di arrivederci verso Calìddo.
Calìddo, aveva avuto il tempo, di intuire quella lettura veloce, quando cominciò a nevicare con più intensità. Così, mentre cadeva la neve e soffiava forte il vento, Calìddo Montagna e Bianca Florena, cominciavano, quella nuova alba tra vicoli stretti e quasi al buio.
Bianca Florena aveva un viso grazioso, si occupava di prepararsi il corredo ed era una persona sistemata. Calogero Montagna, poco dopo, se ne sarebbe andato con il treno delle dodici,  a salutarlo alla stazione c’erano tutti i parenti. Calìddo, giunse tra i monti al confine con la Francia due giorni dopo, intorno alle cinque della sera, di quel giorno di dicembre, c’era la neve. Indossava un vestito blu, al quale aveva attaccato un paltò. La caserma era molto grande, conteneva una lunga e larga piazza d’armi e molti reparti. Dopo di avere preso possesso dell’equipaggio militare in uso negli alpini e del locale per dormire, Caliddò, in marcia si avviò con gli altri verso la mensa, che si trovava in un altro padiglione. Erano circa le dieci della sera, quando fece rientro nel dormitorio. Passarono circa due anni da quel giorno, cominciava per l’Italia, la seconda guerra mondiale. Calogero, era già, in trincea, tra quei monti. Un giorno come tanti, fu organizzata un’azione di avvistamento, per cui la pattuglia composta da quattro persone tra cui  Calìddo, uscì dal campo al mattino.Nel pomeriggio, al rientro, sopraggiunta una bufera di neve, Caliddò si perdeva tra quei monti.Allora, più tardi, si rifugiava in una caverna per proteggersi dalla forte nevicata.
Nevicava forte quella sera, l’oscurità era scesa e la grotta era ben illuminata da una esile luce, provocata dal fuoco accesso da Calìddo per riscaldarsi. Calìddo aveva notato che la caverna sicuramente già era stata il rifugio di qualcun altro perchè all’interno aveva trovato delle minutaglie.
Durante quelle ore, Caliddò, pensava, ogni tanto, a Bianca Florena, la donna che non poteva allora  figurarsi sarebbe un giorno diventata sua moglie. Poi, immaginava il suo  paese, quello che più l’affascinava in quel pensare, era il vedere le strade e le viuzze sotto un’altra luce, quella della lontananza. Bisacquino, appariva, stupendo, come sempre, con i suoi fanali, la piazza, le fontane, le strade acciottolate, le botteghe e quelle persone che vi camminavano. Fu allora, che Calìddo, aspettando l’alba, rivisse quelle splendide sere d’inverno, quando suo padre, raccontava l’alba sul Triona. Pensò Caliddò come sarebbe bello rivedere "il mio paese".



RITORNO A CASA

Calìddo Montagna, giunse con il treno delle nove della mattinata, quella calda giornata di agosto, a Bisacquino, in contrada Stazione. La seconda guerra mondiale era ormai un triste ricordo, finalmente, quel giovane soldato, partito circa nove anni prima, ritornava al suo paese. Calìddo, era un uomo di ventisei anni, occhi cerulei, capelli castano scuro. Indossava una mimetica verde, alla quale aveva unita una casacca pure verde oliva e portava, con se, un tascapane. Alcuno aveva notizia del suo arrivo quel giorno. Per questo, Calìddo, andò, a piedi, verso l’abitato, prese davanti un mulino e dentro il paese costeggiò Santa Caterina, poi, si diresse per la Badia. Percorse un viale, poi un vicolo, superò alla sua sinistra la Chiesa di San Francesco d’Assisi e si trovò nella Via D’Accurso, esponendosi nella larga e panoramica scalinata dell’Ecce Homo, così, giunse nel Cortile Fontanetta. Come quand’era negli Alpini e scalava una montagna tra la neve, con la stessa determinazione che ogni passo in più è la conquista di un sogno, su quel davanzale, Calìddo, girò il lucchetto della porta d’ingresso ed in quella umile dimora vide una donna con i capelli divenuti vecchi, seduta là in un angolo, era la madre, Maddalena. Gli occhi di Calìddo e Maddalena s’incrociarono solo per un attimo, ma quel momento a Calìddo come a Maddalena non sembrava vero e forse non sarebbe bastata una vita intera per raccontare quel sentimento. Calìddo, portava con se una foto di Maddalena, l’aveva guardata ogni mattina, all’inizio di ogni nuovo giorno, anche quando ormai era scolorita, l’aveva stretta specialmente a se nelle sere buie, quando la demoralizzazione, in quella guerra senza senso, prendeva il sopravvento e lui, aveva avuto la sensazione di non farcela. Calìddo, in quei momenti aveva capito però, anche, lo scopo della vita, negli insegnamenti ricevuti da Maddalena: la devozione alla Madonna del Balzo, il fare del bene, la pazienza ma soprattutto la gioia di vivere, l’accontentarsi del necessario e l’umiltà. Maddalena, era una persona semplice, aveva lavorato tutta una vita, aveva incontrato grandi dolori ma anche tante gioie, con Andria aveva vissuto tutta una vita creando quella famiglia che sarebbe continuata nell’eternità, come in quel giorno, quando Andrìa, gli aveva dichiarato con una voce ormai esile, che non sarebbe entrato nel Paradiso, se prima non l’avrebbe raggiunta e così, poi era volato via. Maddalena, ogni alba, alzando gli occhi al Cielo, aveva pregato ed aveva chiesto di poter rivedere suo figlio Calìddo, almeno una volta, prima di morire ed ora in quel momento, lei era convinta, che Dio nella sua bontà infinita glielo aveva consentito. Alcuni dei fratelli e delle sorelle di Caliddò erano già sposati, per questo di lì a poco quella casa si popolò di tanti piccoli Andrìa e Maddalena e di altri nipoti di Caliddò, addirittura uno portava il suo nome. Nella fantasia, Caliddò, le aveva immaginate diverse le stanze di casa sua, più conosciute, adesso, nella realtà, anche se tutto era come prima, non riusciva a conciliare la sua immagine con quella vera. Nella prima stanza sulla destra, in un’alcova c’era un letto matrimoniale in ferro battuto, ordinato con due materassi di lana per ogni lato, delle lenzuola ricamate ed una cotonina color porpora. Nella parte destra del mobile del letto vi era un comò con tre cassetti, con lo specchio unito al muro, mentre nella parte sinistra delle sedie ed un tavolino, riparato da un tessuto spesso pregiato, tra il grigio ed il verde chiaro, invece, nella parte frontale c’era un canterano, sopra il quale era sistemato un ritratto di Andrìa, con accanto una lampada ad olio. Calìddo, davanti a quella foto asciugò una lacrima, era stato bello avere avuto un padre come U Pà, Andrìa. Nell’altra camera, si trovavano il forno a legna e la cucina a vapore, che avevano come collegamento dei mattoni di ceramica tra il grigio chiaro e l’azzurro; era quella anche la stanza da pranzo, con un tavolo, un armadio, una credenziera ed alcune sedie.
A mezzogiorno e mezzo, tutti i figli di Maddalena, compresi quelli maritati con le rispettive famiglie, si ricongiunsero per far festa a Calìddo. Nella stanza da pranzo furono servite delle lasagne di casa in delle tavole, chiamati i scanatùri, utilizzate anche per far asciugare al sole la salsa asciutta o per impastare il pane. Per Calìddo, sentire il suono di quei cucchiai che s’inabissavano nelle lasagne con il sugo, nelle tavole, era meglio del concerto della banda musicale, nella festa principale del paese, perché, quel suono aveva il sapore di casa. Aveva ragione Andrìa, quello era il miglior piatto del Paradiso. 
Alle tre e quindici del pomeriggio, Caliddo uscì di casa, quasi davanti la sua porta ad aspettarlo c'era Bianca, che aveva saputo del suo arrivo, quel giorno anche se non era domenica era vestita in maniera molto elegante agli occhi di Caliddo sembrava una principessa, quelli occhi grandi castani, i capelli lunghi che scivolavano nelle spalle, il suo sorriso ed il suo portamento testimoniavano questo agli occhi di Caliddo. Bianca, non disse nulla, ma Caliddo le disse che era molto bella. Tutti e due, cose giuste, Caliddò e Bianca accanto facevano figura. 
Più tardi, sotto un paracqua scuro, quella sera che diluviava, Calìddo, scendeva a piedi una stretta scalinata nella Via Conceria, lasciandosi alle spalle la Piazza Triona; intanto vedeva che nel paese, visto che era il primo giorno dopo tanto tempo che pioveva, che la gente di nascosto gettava nella lavina tante cose: sterro, sabbia, carbone, legname, pezzi di stoffa mobili ormai vecchi. 
Poi, superato uno scacchiere, Caliddo si era riparato, sotto l’arco della Madonna della Volta, perché diluviava. Di tutti gli archi di Bisacquino, questo, per com’era stato costruito era il più caratteristico ed aveva, inoltre, all’interno un’edicola votiva della Madonna del Balzo. Nello stesso momento, quella sera, anche Luigi Valle, proveniente dalla Via Florena, si riparava, dal temporale, sotto l’arco. I due, si misero, a commentare, la gran quantità d’acqua, proveniente dal ponte della piazza e Luigi Valle, vedendo nella lavina, un corso d'acqua che scorreva al centro della strada quando pioveva, i pezzi vecchi di mobilia ed il materiale dell’edilizia, affermò, con spirito di osservazione:
<< questa sera, chi si può aiutare, s’aiuta! >>.



Saverio Di Vincenti










Il Racconto Paesano


Saverio Di Vincenti


              


IL RACCONTO PAESANO



























LA VIA COLCA

Andrìa Montagna, quel giorno nel paese di Bisacquino, in provincia di Palermo, era andato a trovare il cugino Pasquale Ruvoli, per l’acquisto di due tummina di terra, in contrada Valle Lupo, ora, sotto un paracqua scuro, quella sera di novembre che diluviava, scendeva a piedi il Vicolo Ceravolo, una stretta scalinata, scansando l’acqua della lavina e dei canaloni. Poi, superato uno scacchiere, con cinque porte, era giunto in un arco, che era attaccato a quelle case riunite. L’arco nella parte interna, aveva il tetto portato a livello, invece, esternamente, dai due lati, aveva una forma curva. Sotto quest’arcata, illuminata da un lampione, dalla luce nebbiosa, Andrìa si era riparato, dal lato della Via Colca, per la tempesta che era sopraggiunta. Nel frattempo, altre due persone si erano messe sotto l’arco, di cui una di loro aveva gettato un'intenso sguardo verso Andrìa. Andrìa, aveva avuto il tempo, di intuire quella lettura veloce, quando cominciò a piovere con meno intensità. Così, mentre scendeva la pioggia e soffiava forte il vento, Andrìa e Maddalena per direzioni opposte, continuavano il loro cammino, tra vicoli stretti e quasi al buio.
La strada che Andrìa passò era la Via Colca, che doveva essere con molta plausibilità una strada molto antica, probabilmente d’origine saracina, per la ragione che nelle mura di fuori, dove c’era l’arco, si trovavano congiunte due alte scale in pietra, una a destra e l’altra a sinistra. Dopo di avere passato, davanti una stalla, Andrìa, decise di ricoverarsi in un trappeto, dove all’ingresso incrociava Angelo Cottone, coperto d’incerata, con una mula carica d’olive. Onofrio Cucina funzionava alla mola, lavoro già del padre, gli operai Michele Patania e Gaspare Realistico, toglievano le coffe dai torchi, quando, Giovanni Aida con un recipiente si allontanava dal trappito; ora era il turno di Iaco Ribera. Intanto, Maddalena e la madre Vincenza, avevano salito il vicolo Ceravolo, poi avevano proseguito per la Via Lauro, avevano attraversato la fontana dei Pileri e finalmente erano giunti a casa, tutto questo mentre che pioveva.



L’ACQUANOVA

La domenica per Andria Montagna, cominciò, quando era ancora notte, perché si sentiva uno scampanio, proveniente dalla strada. Si alzò dal letto, guardò dalla balconata e scorse delle capre, che conducevano campanacci di smonta, accompagnate da due pastori. Si trattava di circa quaranta capre, di proprietà del curatolo Giuseppe Trappeto, che, con due dei suoi figli, accompagnava i caprini, dalla mannara, che aveva nella parte alta del paese a valle, nella contrada Pirrera. Aveva piovuto tutta la notte e Andrìa la lavina la sentiva scendere sia dalla Via Colca sia dalla Salita Maienza. Per quel giorno, Andrìa, visto che non si lavorava nella bottega di fabbro ferraio del padre, aveva progettato di dedicarsi a risolvere alcune occupazioni. Appresso, ad una lattiera di pane e latte, uscì, che era ancora buio, andando verso l’Acquanova. Il quartiere Acquanova, situato più sopra della Piazza Triona, aveva un viale principale, da dove si snodavano le viuzze, le scalinate ed i cortili, facendolo diventare un labirinto; quartiere che, inoltre, era caratterizzato da un profilo assai particolare delle vie, pavimentate con delle pietre, che creavano, nelle parti centrali delle strade, un abbassamento, dovuto all’acqua della lavina. 
I viali di questo quartiere, di pochi metri di larghezza, acciottolati, erano ancora vuoti quando, Andrìa, vi giunse. Il primo che Andrìa vide, con provenienza dalla Via Gallo, fu Santo Riposto che, con una quartara di creta, si stava recando all’abbiviratura; intanto, in lontananza, altri compivano la stessa azione, mentre alcune persone, andavano su alla Maddalena, per la prima messa. C’era un freddo intenso, pioveva piano ed i fanali a petrolio coloravano, nel buio, il cielo blu scuro di una luce esclusiva, mentre la lavina continuava a scendere particolarmente nella Via Acquanova, proveniente dal quartiere più in alto, quello chiamato di San Francesco di Paola. Poi, in avanti, Andrìa, vicino la fontana dell’Acquanova, scorse una fila di persone che stavano riempiendo dell’acqua, sgorgante da un canale di rame, con recipienti di creta e dei secchi di metallo. Attraversata la Via Gaudiano, Andrìa, nel punto d’incontro tra la Via Gannuscio e la Via Lauro, prendeva in direzione della Madonna dell’Altomare.




LA MADONNA DELL'ALTOMARE

Alla Tu Mara dalla collina, in lontananza si poteva pensare di vedere il mare e quella Madonna, stava lì, a guardare tutti i naviganti. Nel cielo, cominciava a vedersi il chiarore del nuovo giorno, mentre Andrìa, si portava più avanti della tu mara, incrociando l’ampia scalinata che saliva per la Maddalena. Era una gradinata larga parecchi metri, con nella parte destra, un muro di cinta, anch’esso come la pavimentazione in pietra intagliata, la strada che Andrìa percorse; poi, guardò con gli occhi verso l’alto, distinse la Chiesa della Maddalena e la porta del Cimitero. Giunto in questa Chiesa, Andrìa si organizzò vicino l’apertura che conduceva al campanile, di fianco al confessionale. La messa durò ancora pochi minuti, giusto il tempo della benedizione in latino, poi le persone cominciarono ad uscire dal tempio. Più tardi, dopo di avere spento con un coppo delle candele, Vincenzo Montagna gli si era messo a parlare ed insieme si erano portati nel sagrato. Nella chiesa era rimasto il canonico Agostino Lucetta a ragione della recita del divino officio d’ogni giorno.
Girando e rigirando il discorso, i due cominciarono a parlare della famiglia Belvedere e Vincenzo Montagna che aveva incontrato, per la sua età, tante persone nei viali e nei cortili di Bisacquino, raccontò ad Andrìa del casato, concludendo con questa frase: ”sono dei nostri”. Andrìa, pensava, mentre scendeva dal lato della Via Montagna a Maddalena, mentre Vincenzo Montagna, che gli aveva assicurato che “in Sicilia abbàsta una talìata” progettava per il sabato seguente di parlare con Francesco Belvedere.
L’alba, frattanto, coloriva quel grigio e freddo paesaggio invernale.

LA FONTANA DEI PILERI

Maddalena quella mattina, aveva cominciato la giornata molto presto, non era riuscita a prendere sonno. Si svegliò pensando a quel ragazzo, che aveva incontrato per caso sotto l’arco del cortile, ma a chi poteva appartenere, pensava. Con questo pensiero si confidò con sua sorella Giuseppina con la promessa che non avrebbe rivelato alla madre Vincenza che l’aveva guardato. Maddalena Belvedere poco dopo si sedette al telaio perché si stava preparando il corredo.
Poco dopo, Giuseppina Belvedere e la madre Vincenza uscirono carichi di biancheria per andarli a lavare alla fontana dei pileri; durante il tragitto Giuseppina rivelò quanto aveva appreso dalla sorella Maddalena alla madre, strappandole la promessa che avrebbe fatto finta di non sapere niente.
Frattanto, era andata a trovare Maddalena la vicina di casa Lucia Borgonuovo, con la quale Maddalena si era confidata, perché era sposata; in quanto temeva Maddalena, che se se l’avrebbe confidato a qualcuna che ancora non era sposata, sarebbe andata a “scippare gli occhi” cioè a conquistare il ragazzo che lei aveva guardato. La zia di Lucia, Vincenzina, abitava nella discesa Cammarata, per cui progettarono con Maddalena che lo stesso giorno Lucia si sarebbe recata dalla zia per poter individuare, chi poteva essere il ragazzo che aveva incontrato Maddalena e che l’aveva guardato.
Vincenza, mentre era alla fontana dei Pileri, che risciacquava la biancheria, si trovò accanto la sua amica d’infanzia Concettina Alcamo, che abitava nella Via Acquanova, alla quale chiese chi poteva essere questo ragazzo dai capelli castano chiari e gli occhi cerulei che aveva guardato la figlia Maddalena. Concettina fece qualche nome poi concluse che doveva essere Andrìa Montagna.
La sera seguente, Lucia Borgonuovo si presentò con una scusa dai Belvedere, quando capitò di trovarsi da sola con Maddalena, rivelò che doveva trattarsi di Andrìa Montagna. Giuseppina e la madre intanto mentre impastavano il pane, progettavano come poter conoscere i Montagna per sistemare Maddalena che già aveva vent’anni.
Maddalena era bellissima, con un viso angelico, gli occhi dal colore del mare ed i capelli neri.

IL CANALICCHIO

Andrìa Montagna viveva con la sua famiglia nella Via Savoca. In famiglia erano dodici persone. I nonni paterni Domenico e Giovanna Portella, il padre Filippo, la madre Rosa, lui, le sorelle Francesca e Giuseppina ed i fratelli Domenico, Vito, Luigi, Saverio e Pietro. La famiglia si alzo molto presto, all'aurora, dopo di avere preso una tazza di latte con del pane, i componenti della famiglia cominciavano ogn'uno la loro giornata, a secondo dei compiti loro affidati; Andrìa, scese nella stanza del pianterreno, dove già il padre Filippo con il fratello Domenico erano che lavoravano battendo nell'incudine del ferro caldo. Infatti, i Montagna avevano una avviata bottega specializzata nel trasformare il ferro, la loro specialità era il fare zapponi. Intanto la madre Rosa con la figlia Francesca si erano recati a riempire dei recipienti di zinco al canalicchio e mentre Rosa aspettava il suo turno apprese da Giovanna Consorti la novità, che la vicina di casa Elena Consiglio quel giorno doveva fidanzarsi in casa con Salvatore Lista, abitavano entrambi nella Via Mascari. Rosa disse a Giovanna queste testuali parole "in queste cose loro devono essere", però quando Giovanna Consorti si era allontanata dal canalicchio, incrociando Giuseppina Paese che in gioventù abitava nella Via Mascari chiese notizie sulle due famiglie i Consiglio ed i Lista, apprendendo che i Consiglio possedevano un terreno in località Palmeri. Andrìa che allora aveva venticinque anni, aveva gli occhi cerulei ed i capelli chiari, era alto un metro e 
65 centimetri faceva figura, Giovanna Consorti gli avrebbe voluto dare come moglie la figlia Paola che però voleva il vicino di casa Gaspare Filicudi. All'ora di pranzo Andrià comunico in famiglia che aveva incaricato lo zio Vincenzo Montagna di chiedere il fidanzamento con Maddalena alla sua famiglia.

LA PIAZZA TRIONA

Quel sabato, nella piazza Triona, c’erano tante persone. Alcune, erano coperte con delle mantelle, altri con dei paltò, diversi con degli scialli, perché, c’era freddo da neve. La piazza, per la sua estensione, racchiudeva queste strutture in muratura. C’erano alcune case della nobiltà, il fondaco, un convento, il palazzo municipale, una fontana, due chiese e addirittura un ponte, dove, quando pioveva, le acque convogliavano, provenienti dalla parte tramontana dell’abitato. Inoltre, la Piazza Triona, era il luogo fisso d’incontro degli abitanti di Bisacquino, con le sedi dei circoli di passatempo, i caffè, le taverne, i saloni da barba ed altre botteghe. Intorno a questa piazza si protendeva il paese che, pertanto, si delineava a cerchio, con tante case e parecchie chiese, fabbricazioni costruite con blocchi di pietra, murati con della calce e dell’altro materiale. I saloni da barba, quel giorno, cominciavano a popolarsi di clienti, per lo più gente della campagna.
In quest’occasione, Vincenzo Montagna chiedeva a Francesco Belvedere per conto del nipote Andrìa il fidanzamento di Maddalena. Allora, lo stesso giorno, verso le sei della sera, Francesco Belvedere, si recava nell’abitazione del fratello Filippo padre di Maddalena, a portare la notizia, perché a quel tempo essere anningato significava onoranza. Subito dopo, di avere comprato del tabacco, nella putia di mastro Ferdinando, che si trovava nella Piazza Triona, Francesco Belvedere andava su per la Via Acquanova, la Salita Perricone e, arrivava, nella Chiesa di San Francesco di Paola.
La casa di Maddalena, si trovava, nella parte alta del paese, nella Via Salerno, esattamente, adagiata su di un bastione. Attraversata la predetta via, Francesco giungeva dove c’era la porta d’ingresso dei Belvedere, per capirci vicino o muntuneddo. Nel fabbricato, illuminato da alcune lampadine ad olio, in compagnia del suo sigaro, mastro Filippo, padre di Maddalena, stava accomodando il forno a legna. La moglie Vincenza, invece, con le figlie era al telaio ed aveva posato della biancheria in un cannistro sopra il tavolo per cucirla. Francesco Belvedere fu chiamato con l’appellativo di Ciccò, traduzione dialettale del nome, perché era così.

LA VIA SAVOCA

La Via Savoca ad angolo con la Via Mascari cominciava con una scalinata, era una strada stretta, per questo doveva essere una strada molto antica, salendo la scalinata si perveniva in un piccolo cortile, dove vi era un oleificio, continuando si perveniva al canalicchio, in questo posto, quella sera, Andrià aveva appuntamento con il suo amico nonché vicino di casa Gaspare Realistico che aveva pressappoco la sua età. I due si incamminarono per l’Acquanova, salendo per la Via Reina, in quanto dovevano andare a parlare con Michele Patania, che abitava nella Via Lauro. Michele Patania era dilettante nel cantare ed aveva un gruppo musicale, composto da tre persone, lui che cantava e suonava la chitarra, Girolamo Delicato che suonava la fisarmonica e mastro Vincenzo Luana che suonava il mandolino. Con Michele Patania Andrea Montagna concordò una serata di notturno, davanti la casa di Maddalena, per il sabato seguente, se non pioveva.
Intanto, nel cielo apparivano dei fulmini accompagnati dal rumore dei tuoni ed incomiciava a diluviare, per cui Andrea Montagna e Gaspare Realistico che già si erano congedati dal Patania, si riparavano sotto il balcone di mastro Silvio Dionigio, era un balcone che cominciava con una scalinata e poi vi erano due archi. In uno di questi archi, intanto si riparava Giovanni Gattuso che ritornava dalla casa della sua fidanzata Concetta Ranghi che abitava in Via Salerno.
I tre si misero a commentare le condizioni del tempo, appena “scampò” un poco, essi si allontanarono dall’arco. Pioveva di nuovo alla grande quando Andrea Montagna e Gaspare Realistico arrivarono al Canalicchio.   

PIOVEVA


Nell'interno della casa, Francesco Belvedere, nella prima stanza, rivide un armadio di piscepaino che era appartenuto ai suoi genitori.
Filippo Belvedere, padre di Maddalena, dopo di avere sentito la notizia dal fratello, sostenne che anche se si trattava di un buon partito, era persuaso che Maddalena “Poteva scippare meglio”. Invece, la moglie Vincenza, che ancora aveva quattro figlie femmine da sistemare e si spaventava che qualcuna “ci sarebbe rimasta dintra”, faceva per ventiquattro, per convincere il marito. In ogni caso, non era una decisione, che si poteva prendere quella sera, per questo, il discorso fu rinviato al sabato seguente. Maddalena Belvedere, intanto restava seduta al telaio, ascoltando da lontano la conversazione, si occupava di prepararsi il corredo e già era a buon punto. Erano passate le sette della sera, quando Francesco Belvedere uscì da quell’abitazione, in compagnia del nipote Calogero, fratello di Maddalena, non prima, di avere accettato, un bicchierino di rosolio. Pioveva.
Filippo Belvedere, dopo, cercando di non essere osservato dai vicini, lanciava con la moglie, della mobilia cascante e del materiale di costruzione, nella lavina, perché giorni prima, aveva avuto i mastri. E’ facile pensare, che quella sera, erano molti quelli che lo imitavano in questo gesto. Era uso, infatti, che nella lavina, un corso d'acqua che si formava nel centro delle strade, in discesa, quando diluviava, le persone gettavano varie cose, trovandosi il paese in pendenza, soprattutto pezzi di mobilia e sterro, sabbia ed altro materiale, oppure, alcuni si pulivano le stalle, tra le recriminazioni dei vicini di casa. Successivamente l’azione, mastro Filippo, pensò di mettersi a letto.

IL CORTILE FLORENA

Francesco Belvedere, che risiedeva nel Cortile Florena, aveva dato un passaggio, con l’ombrello, al nipote Calogero, che dopo maritato, era andato ad abitare nella Via Sardegna. Pervenuti i due in questa via, invitato ad entrare, Francesco Belvedere, visto il maltempo, dato dai fulmini, seguiti poi, dall’eco dei tuoni, aveva detto: <<quannu chiove e malutempu fà, in casa di altri un ci sì stà! >> e così aveva proseguito oltre. A Calogero era sembrato atto dovuto taliarlo da dietro la porta, fino a quando non lo aveva visto collare oltre il canto della Via Sardegna, vicino la Via Mancuso. La piazza era ormai quasi vuota di persone, per la tempesta, quando il Belvedere vi giunse.
C’era solo, qualcuno, come lui, che si andava coprendo dal temporale, sotto dei cornicioni, per rientrare a casa; per questo il Belvedere saltò poi, sopra i cilindri di pietra, vicino il circolo di mutuo soccorso e girò accanto al ponte, prendendo in ultimo la Via Conceria, che cominciava con una scalinata. Poco dopo, Francesco Belvedere, giunse davanti la porta d’ingresso della sua abitazione.
 L’apertura principale della casa, era composta da due porte, una chiusa da dentro con una stanga, l’altra, che invece si poteva aprire, dall’esterno, con una voluminosa chiave di ferro, coniata in maniera artigianale nel luogo. Dato che pioveva, Ciccò cercò con premura la chiave, da una delle tasche della giacca. La chiave fece dei giri nella toppa e, dopo tre firrioni, la porta che era a sinistra, alzando un lucchetto, si aprì. 

L'AURORA

La luce del giorno era già scomparsa. La notte cominciava ad avvolgere con le sue ombre Bisacquino, abbattuta dalla stanchezza, Maddalena si lasciava cadere su di un letto di tavola, coperto con un materazzo di lana, delle lenzuola bianche ed una coperta bianca, metteva giù la testa sulle mani giunte e si addormentava; aveva solo un pensiero che il padre Filippo non avrebbe consentito al fidanzamento, perchè le voleva dare a Filippo Sarraco, che a lei non piaceva. Con il suono della campana che annunziava l’origine della giornata, si alzava, usciva dalla stanza, piccola e stretta,  coabitata con le sorelle e si metteva a guardare da un balcone le strade di Bisacquino. L’inverno e l'aurora pitturavano il paese di fiabeschi colori, la bianca luminosità dell’alba si posava sulle chiese, i palazzi, le case, le botteghe e poi scendeva sulle piazze, le strade, le viuzze ed i cortili, i luoghi in cui in quel momento i calzolai, i fabbri ferrai, i falegnami, i contadini, i pastori, principiavano a svegliare l'abitato; così facendo la comunità incominciava a buscarsi il pane. Maddalena immaginava come poteva essere bello quel giorno, se avesse potuto incontrare Andria, ma intanto doveva compiere quello che aveva fatto qualunque mattina precedente, pettinarsi i suoi lunghi e belli capelli neri, sistemare i letti della famiglia, fare qualche "viaggio" alla fontana dei Pileri, e poi sedersi a lavorare per il corredo; ma era convinta che dopo quell'incontro, nella sua vita nulla era più come prima. Con determinazione, avrebbe deciso lei e nel suo cuore ormai c'era solo Andrìa, in quell'alba i suoi occhi dal colore del mare, guardavano verso il quartiere dove c'era la casa del suo principe azzurro.

LA CASA DEI MONTAGNA

La casa dei Montagna, era un’abitazione con un pianterreno e due piani, si esponeva nella Via Savoca; la porta d’ingresso si trovava in una “cantoniera, cioè ad angolo tra due strade, in prossimità con la salita Maienza; più sopra della porta d’ingresso c’era una finestra che guardava al canalicchio; nella parta che s’affacciava nella scalinata della Via Savoca, c’erano tre balconi, due al primo piano ed uno al secondo. Nel pianterreno, accanto alla bottega, i Montagna ci avevano un piccolo pollaio dove tenevano, una quindicina di galline. Quasi tutte le famiglie, allora a Bisacquino, avevano un piccolo angolo della casa riservato al pollaio. Quella mattina in strada, c’era movimento, perché Caterina Aida aveva perso una gallina. Sicuramente, come capitava spesso, la gallina si era aggregata a qualche altro gruppo, ed era andata a finire in un altro pollaio; infatti dopo poco la gallina si trovò. Andrìa dalla porta della bottega, guardava queste scene, quando andò a trovarlo lo zio Vincenzo Montagna, che gli comunicò che domenica pomeriggio avrebbe avuto risposta da Francesco Belvedere, da parte della famiglia di Maddalena. Intanto, si dovevano consegnare alcuni zapponi al contadino Pietro Fiume, che abitava nel quartiere di San Francesco di Paola. Andrea, colse l’occasione per andarci lui, così di ritorno, poteva passare davanti la casa di Maddalena. Intanto, Maddalena progettava di trovare una scusa per passare vicino la bottega di Andrìa e si era organizzata con Lucia Borgonuovo di andare dalla sarta della Via Mascari.

LA VIA GALLO
Maddalena, quel giorno indossò una gonna lunga dal colore bordò a cui abbinò una camicia verde ed un maglione blu scuro, per meglio evidenziare i suoi occhi dal colore del mare; indossava anche delle scarpe color marrone con dei sopratacchi; visto che era alta 1 metro e 62 d’altezza. Lucia Borgonuovo, passò dalla casa dei Belvedere, intorno alle ore 11 e 18 minuti. Lucia Borgonuovo era sposata da un anno e mezzo  con Pietro Fiume, ed era "aspettante". I due dalla Via Salerno, si spostarono verso la salità Oddo e da qui, andarono in direzione della Chiesa di San Francesco di Paola. La Chiesa era aperta, per cui decisero di sostarvi per qualche attimo. Era una Chiesa molto antica, con un bel campanile; all'nterno, al centro vi era la statua da cui prendeva il nome la Chiesa, nei fronti laterali vi erano alcuni altari, sopra l’ingresso, inoltre, era stata creata una balconata, dov'era collocato un organo a canne. Nell’interno della chiesa, in prima fila era seduto il canonico Filippo Improta, che con alcune persone anziane del quartiere, stavano recitando il Santo Rosario. Ad un cenno con gli occhi di Maddalena, Lucia scorgendolo, si approssimò ad uscire dal tempio. Maddalena e Lucia proseguirono in direzione della Via Lauro, poi scesero dalla gradinata della Via Gallo. Frattanto, Andrìa si stava recando, portando alcuni zapponi, posati in una "coffa" in direzione della Via Zito, quando si trovò davanti a Maddalena. Andrìa quel giorno, indossava un maglione color verde, un paio di pantaloni di fustagno e degli scarponi color cuoio.
Andrea, nel vedere a Maddalena diventò più rosso del sole a mezzogiorno, per la timidezza non le rivolse lo sguardò, anche Maddalena non guardò, perchè una volta va bene guardarlo, ma due; perchè non sapeva come l'avrebbe interpretato Andrìa, un'altro sguardò; Lucia Borgonuovo, invece, guardò tutti e due. Così, ogn’uno, proseguiva per la propria strada, Andrea era preoccupato, perché non aveva guardato a Maddalena e Maddalena era preoccupata, perché Andrea non l’aveva guardata, nel mentre che Lucia diceva a Maddalena che "se l’era saputo scegliere il ragazzo". L’orologio della Matrice, intanto, suonava dandalandà, cioè mezzogiorno, suono sentito sia da Maddalena che anche da Andrea.

LA VIA SALERNO


Francesco Belvedere aveva solo un pensiero, se il fratello Filippo non avrebbe consentito al fidanzamento; sia perché lui era stato “anningato” ed inoltre per l’amicizia che aveva con Vincenzo Montagna; per questo per convincere il fratello, ci andò con la propria moglie Nicolina Alcamo, la quale era pure lei favorevole al fidanzamento, in quanto avevano fatto una settimana di discuterne in casa. Erano le ore diciotto e quattordici minuti quando marito e moglie uscirono, passarono davanti il convento del Carmine, poi nei pressi della Pretura e si trovarono nel Corso Triona; questo viale era una delle zone più importanti del paese, infatti c’erano lì, i migliori negozi di cucito e di stoffa ed anche alcune sartorie. Dal corso Triona, Francesco Bevedere e la moglie poi, si spostarono nella Via Plaia, da qui nella Salita Giaccone e pervennero nella Via Mancuso, che prendeva questo nome perché vi abitava una nobile famiglia di Bisacquino; più tardi presero la salita Oddo, arrivarono nei pressi della Via Santo Cono e finalmente giunsero nella Via Salerno. In casa di Filippo Belvedere, quando arrivarono, ci fecero largo, già, si era discusso, tra l’altro, sulla risposta da dare ai Montagna. Infatti, la moglie di Pietro Belvedere, fratello di Maddalena, Gaetana, sapitura della proposta, si era confidata con una vicina di casa dei Montagna, precisamente con Giuvannina Manfredonia, mentre strofinavano la biancheria nel nuovo lavatoio dell’Orto; così, aveva saputo, che l’uomo che voleva la cognata Maddalena, poteva ìre e che accanto potevano passare. Inoltre, aveva saputo che i Montagna oltre la casa avevano qualche proprietà, la più importante era nella contrada Valle Lupo, vicino il paese. Finalmente mastro Filippo Belvedere si convinse, finalmente chiese un parere a Maddalena,  la quale, finse di non conoscere lo spasimante; ma che accettava la scelta del padre e che era contenta del nuovo fidanzato; però, in cuor suo pensava, che aveva saputo gettare gli occhi. Più tardi Vincenza offrì ai cognati dei biscotti di casa e del rosolio, perché dovevano festeggiare, erano già passate le venti, quando Francesco Belvedere con la moglie uscirono dalla casa di Maddalena, il tempo faceva “mutazione” ma non pioveva. Il cielo era stellato.


LA SERENATA

Alle ore venti e trenta Andrea Montagna era già al canalicchio, dovette aspettare circa dieci minuti prima che arrivasse Gaspare Realistico. Andrìa indossava un vestito di velluto liscio color marrone, dove nel taschino aveva messo un fazzolettino bianco, portava un cravattino pure esso bianco, mentre le scarpe erano pure esse di color marrone. La mattina era stato dal barbiere Ignazio Di Verde che gli aveva fatto la barba e tagliato i capelli. Quando arrivò, Gaspare Realistico, si diressero sotto l’arco della salita Oddo, dove avevano appuntamento con Michele Patania e gli altri componenti della sua orchestrina; andarono tutti nella Via Salerno. Durante il tragitto, Andrea, non sapendo ancora cosa avevano deciso i Belvedere, era un poco preoccupato, perché non poteva sapere quale poteva essere la reazione del padre e dei fratelli di Maddalena. Nei pressi della casa di Maddalena, Andrìa si collocò in prima fila, più dietro l’orchestrina e più dietro ancora Gaspare Realistico, il quale pensava “non si può sapere mai”. Fu allora che Michele Patania, che era un inventore di canzoni, intonò, il brano “Biddizza paisana”; ci pensarono Girolamo Delicato che suonava la fisarmonica e mastro Vincenzo Luana alla realizzazione di una musica adattabile. Questo il testo del ritornello: La luna stasira vosi affacciari cu li stiddi, pi ammirari li beddi tuoi capiddi, chi lustru chi fa stu cielu blu, su comu l’occhi chi hai tu. Biddizza paisana ntona la campana. Biddizza paisana ntona la campana. Andrea nel sentire queste parole era emozionato ma, dalla finestra, dove presumibilmente dormiva Maddalena, non si vedeva nessuna luce. Maddalena, però, era dietro la finestra ed era pure emozionata, a sentire quelle parole. Allora Maddalena, per fare capire che era rimasta contenta, pensò, ma magari l’accendo il lume, così lo capisce che ci tengo a lui. Era un lume di quelli a petrolio, con nella parte di sotto una parte in rame e che finiva con un condotto in vetro. Ci perse un poco di tempo, ma finalmente, nell’oscurità della notte, dalla finestra di Maddalena si poteva scorgere quel bagliore esile; in quell'attimo, sul volto di Andrìa, apparve un sorriso. Sarebbe stata quella, una delle sere più belle della sua vita.

LA SALITA ODDO

Alcune settimane dopo, Andrìa Montagna, con i genitori e tutti i membri della famiglia, compresi i nonni paterni e materni, uscirono di casa, verso le cinque della sera; c’erano pure i fratelli maritati con le rispettive famiglie; erano vestiti tutti in maniera elegante. Andarono a piedi verso l’Acquanova, presero dalla Salita Perricone, giunsero nella Via Capra e da qui si diressero nella Salita Oddo.  Vicino l’arco, che si trovava tra la Via Capra e la Salita Oddo, la famiglia Montagna, incontrò, alcune persone di quel vicinato, bastò uno sguardo per capire che già la notizia era circolata. Intanto, da una bottega di generi alimentari, nel frattempo uscivano un gruppo di persone, quando Andrìa, incrociava il contadino Natale Delicato che stava posteggiando due muli in una stalla. Era una serata d’inizio dicembre e c’era freddo, l’oscurità era occultata da quell’esile luce dei fanali a petrolio, accesi nella notte, che permetteva il passaggio. Durante il percorso, Domenico Montagna, nonno di Andrìa, rievocò il suo fidanzamento ufficiale; erano altri tempi e si camminava con le lampade ad olio, non c’erano ancora i fanali. Andrìa, era della classe mille ottocento ottantaquattro.
In casa di Filippo Belvedere, intanto c’era confusione, perché c’erano all'interno, le sorelle di Maddalena, Giuseppina, Lucia, Agata e Paola, che era già sposata ed era lì con tutta la sua famiglia; inoltre, c'erano i Fratelli Calogero, Pietro e Giovanni, anch’essi con le rispettive famiglie da sposati; oltre, infine, c'erano naturalmente i nonni paterni e materni. Finalmente, sentirono bussare alla porta, erano arrivati i Montagna; i Belvedere ci fecero largo. Pertanto, Andrìa, visto che gli aveva presentato la famiglia, da quel giorno, poteva andare a sedere il sabato nei Belvedere, perché ora era fidanzato in casa; così poteva vedere ogni sabato la zita, ma in lontananza e solo per il tempo della durata del consumo di una lampada ad olio. Più tardi Rosa Riposto, madre di Andrìa, invito i Belvedere a pranzare da loro per il giorno dell’Immacolata. Maddalena sembrava bellissima, con un vestito color rosa, che era stato cucito in una delle migliori sartorie del Corso Triona; anche Andrea per come era vestito faceva figura.

 LA FONTANA DI NOTTE

Andrìa nel guardare a Maddalena, ripensò a quella sera che l’aveva vista per la prima volta sotto l’arco della Via Colca, ora, che la vedeva nel suo massimo splendore, si accorse che era veramente molto bella. I suoi lunghi capelli neri scivolavano lungo le spalle e si perdevano nel rosa del vestito, i suoi occhi blu irradiavano una luce particolare, come, una fontana di notte illuminata dalla luna. La cosa che però colpì, più di tutto Andrìa, di Maddalena, era quel sorriso, che si perdeva su quel volto angelico, pensò, che in tutto il mondo non poteva esserci un volto più bello di quello. Ebbe anche un po’ di timore, nel pensare che la donna che si era scelta, era veramente così bella, sembrava un angelo caduto dal cielo. Anche Maddalena, ogni tanto, con un poco di timidezza guardava Andrìa, lo colpirono i suoi occhi cerulei, erano veramente molto belli, si confondevano in quel vestito blu, con gilè, indossato da Andrea, abbinato ad una cravatta tra il rosso scuro ed il blu e ad un paio di scarpe nere. Per tutta la sera, Andrea e Maddalena si guardarono a debita distanza, intanto che Vincenza Belvedere ogni tanto buttava lo sguardo sul portamento di Andrìa, così come Rosa Riposto su quello di Maddalena. Andrea e Maddalena non scambiarono alcuna parola, ma a rompere il ghiaccio ci pensarono le nonne di Maddalena ed Andrea, che rievocavano il tempo del loro fidanzamento. I genitori Filippo Belvedere e Filippo Montagna, intanto, si erano appartati, in un’altra stanza, perché Filippo Belvedere ci teneva alla serietà di Andrea e non avrebbe tollerato una brutta figura. Quando, fu l’ora di tornare a casa, ad Andrìa mentre stringeva la mano a Maddalena, gli parse giusto dirle “sei veramente molto bella”; Maddalena, in quel momento, diventò rossa nel viso, non disse nulla, ma sul suo viso apparì un sorriso; allora anche Andrea fece un sorriso. Andrea in cuor suo si preoccupava se un giorno avrebbe perso Maddalena, idem Maddalena per Andrea; non c’era niente da fare, ormai erano innamorati entrambi.

LA MATRICE

Andrìa, la mattina seguente, che era domenica, uscì di casa verso le undici, perchè al canalicchio si doveva incontrare con Gaspare Realistico. Davanti la fontanella vi trovò Concetta Isidoro e Giuseppina Adamo, che gli fecero gli auguri perché si era fatto fidanzato. In effetti, Concetta Isidoro che abitava in Via Zito ed allora aveva ventidue anni, un pensiero su Andrea Montagna l’aveva fatto, ma una volta saputa la notizia, aveva pensato di conquistare Gaspare Realistico. Concetta aveva i capelli neri e gli occhi scuri, faceva pure lei figura. Gaspare Realistico arrivò subito dopo, Andrìa, notò che Concetta si comportò con Gaspare in modo molto più cordiale ma, non poteva pensare che un tempo Concetta Isidoro l’avrebbe voluto. Andrea e Gaspare decisero di scendere dalla Via Zito, poi attraversarono la Via Fiorentino e pervennero nella Via Teatro, già erano giunti nella piazza Triona. In questo posto, c’erano già tante persone, alcuni aspettavano il loro turno nelle sale da barba, altri erano riuniti a gruppi e discutevano, Andria e Gaspare si fermarono nel gruppo, dove faceva da “capo testa”, il curatolo Ignazio Taormina. L’argomento del giorno era sulla vendita di un cavallo, appartenuto agli Imposimato, che era stato venduto, due giorni prima, ai Consiglio; alcuni dicevano che il prezzo di vendita era stato molto alto, altri, invece, che conoscevano il cavallo, dicevano che gli Imposimato quasi l’avevano regalato. A mezzogiorno in punto, appena suonò, l’ultimo tocco dell’orologio della torre accanto la Matrice, Andrea e Michele entrarono nella Chiesa Madre, che già era piena di persone; fu proprio in quel momento che, sull’altare maggiore entrava il Capitolo: composto da tredici canonici che indossavano una mantellina color rosa antico e dal Decano. In Chiesa, gli uomini erano tutti seduti nella fila di destra, invece le donne, in quella di sinistra, i posti erano tutti occupati. Andrea e Michele decisero di attraversare tutta la chiesa, dal lato dov’erano seduti gli uomini, per vedere se c’erano posti a sedere. Frattanto, Andrea Montagna si accorgeva, che, vicino al quadro della Madonna del Balzo, nella dodicesima fila, dove erano sedute le donne, c’era pure Maddalena. Allora, Gaspare Realistico, accorgendosi che nella fila, accanto a quella dov’era seduta Maddalena, stavano due suoi parenti, con cautela, gli chiese se potevano cedergli il posto. Filippo e Giuseppe Realistico, cordialmente acconsentirono; per cui Andrea e Maddalena si trovarono a due passi l’uno dall’altra. Per tutta la durata della messa, Andrea guardò Maddalena, idem Maddalena.

LA BADIA

Finita la messa Andrea aspettò che prima uscisse Maddalena, la seguiva con gli occhi; Maddalena e la sorella Giuseppina attraversarono la piazza e presero in direzione della Via Teatro; fu proprio quando giunsero in prossimità di questa Via, che Maddalena, si girò per vedere se in piazza c’era Andrìa; infatti lo trovò vicino la sala da barba di mastro Salvatore Motivo. Andrìa raccolse lo sguardo, anche se già erano un poco distanti. Andrea per poter sposare Maddalena, doveva aspettare almeno un anno, perché questa era la prassi del paese. Anche Maddalena che era già giunta vicino la fontana dell’Acquanova, pensava la stessa cosa, così come pensava che doveva trovare un modo, più diretto, per poter comunicare con Andrea, in quanto a casa sua si potevano vedere, solo per pochissimo tempo e solo a distanza “di la dentro a qua dentro”. Giuseppina le consigliò di scrivere una lettera ad Andrea, per dirgli quello che provava nei suoi confronti, che poi, il modo per fargliela recapitare, si sarebbe trovato. Andrea intanto, stava facendo compagnia a Gaspare Realistico, che si era infatuato di Giuseppina Palagonia, in lontananza decisero di andare verso di lei, dirigendosi verso il quartiere della Grazia. Gaspare Realistico aveva ventisei anni, occhi castani e capelli neri, era alto un metro e sessantaquattro, per quel tempo poteva passare. Giuseppina Palagonia, aveva gli occhi blu ed i capelli sul biondo chiaro lunghi, era alta un metro e sessanta circa ed aveva ventidue anni. Giunti in prossimità della Badia, Gaspare ed Andrea affrettarono il passo, riuscendo a superare Giuseppina Palagonia che era insieme alla sua amica Giuseppina Aliberti. Andrea non li guardava, per evitare che qualcuno poteva andarlo a raccontare a Maddalena. Gaspare, invece, guardava “a secco” Giuseppina Palagonia, ma lei non gli rivolse nemmeno per un attimo lo sguardo. Allora, Gaspare Realistico che in viso era un poco rosso, decise di prendere dalla Via Senape, insieme con Andrea Montagna. Giuseppina Palagonia che abitava vicino il cortile Fontanetta, fece il giro lungo, passando davanti la Chiesa di San Francesco d’Assisi. Durante il tragitto, Giuseppina Palagonia rivelò a Giuseppina Aliberti che Gaspare gli piaceva, ma che non l’aveva guardato per timidezza. Gaspare Realistico, di professione faceva il contadino, quand’era giunto vicino la piazza Triona, disse ad Andrea Montagna che non si può mai dire di quest'acqua non ne bevo, e che per abbattere un albero ci vogliono più colpi, per cui avrebbe ritentato. Andrea Montagna, lo voleva convincere a cambiare strada perchè pensò, che lei non lo voleva. Andrea Montagna, inoltre, era un poco preoccupato, del fatto che aveva fatto compagnia a Gaspare Realistico; comunque, pensò Andrea Montagna, che Gaspare Realistico si poteva attaccare, che non l’avrebbe più accompagnato, perché meglio dire che so e no che sapevo.

IL PRANZO DELL'IMMACOLATA

Nella casa di Andrea, quel giorno c’era movimento, perché si apparecchiava, in attesa che arrivassero i Belvedere. Era il giorno dell’Immacolata e in tutte le case del paese c’era movimento, perché qel giorno a tavola si trovavano cibi che durante le domeniche o i giorni non festivi non era facile trovare, erano altri tempi. Con l’arrivo del corteo con a capo Maddalena, che indossava un abito a giacca verde e faceva la sua figura, dopo i saluti, il gruppo si organizzò nel lungo tavolo sistemato nella stanza da pranzo. Come capotavola da un lato sedette Filippo Belvedere, mentre dall’altro lato Filippo Montagna. Maddalena era seduta dal lato dei Belvedere, mentre Andrea in quello dei Montagna, in questa occasione, Andrea ci aveva guadagnato una stretta di mano da parte della fidanzata. Intanto, Rosa Riposto, con le cognate, aveva finito di apparecchiare e cominciava a portare le pietanze a tavola.
Oltre il pane ed il vino locale, per primo fu servita della pasta di casa a forno, detta incaciata, condita con del sugo di pomidoro, del formaggio e della carne. Per secondo delle bistecche impanate, della salsiccia, uova dure e dell’insalata. In ultimo, delle aranciate, il riso con il dolce ed i cannoli di ricotta della casa. Avevano fatto figura i Montagna, cose giuste. Naturalmente, il pranzo non poteva finire che con la torta di ricotta preparata da Maddalena e fu solo nel momento di tagliare la torta che Andrea e Maddalena si trovarono accanto, in quanto si doveva festeggiare il fidanzamento. Durante il pranzo, ogni tanto Andrea guardava Maddalena, idem Maddalena, ma ogni tanto. Gli argomenti che si affrontarono, durante il pranzo, furono centrati sul fidanzamento, che doveva durare almeno un anno per conoscersi Andrea e Maddalena, che entrambe le famiglie erano contenti  e del pranzo che era buono secondo i Belvedere. Il nonno di Andrea, Domenico Montagna, che già era un poco in avanti con gli anni, rievocò il suo matrimonio, affermando che oggi tutto è lecito, ma prima era diverso, il mondo era cambiato. Terminato il pranzo, alle ore quindici e quarantacinque i Belvedere tolsero il disturbo, non prima di avere invitato i Montagna a pranzare da loro il giorno di Natale, anchè questa volta Andrea ci guadagnò un’altra stretta di mano da parte di Maddalena. Quando erano giunti vicino il canalicchio, il padre Filippo Belvedere disse a Maddalena che Andrea si portava bene, la sua figura la faceva; era quello che pensava anche Maddalena.

L'ARCO DI VIA CAPRA

La mattina verso le otto, Lucia Borgonuovo passò dalla casa di Maddalena, ufficialmente dovevano andare dalla sarta di Via Mascari. Invece, il loro intento, era di andare da un’amica di Lucia, Anna Consiglio, che sapeva scrivere. Intanto, mastro Filippo Belvedere con il figlio Calogero, erano occupati nella loro bottega a terminare una porta, in quanto il loro mestiere, era quello di falegname. La bottega di Filippo Belvedere, si trovava in Via Salerno, al pianterreno della casa, dove vivevano i Belvedere. In strada, quando Maddalena uscì, c’erano molte persone, alcuni erano impegnati a fare dei viaggi dai Pileri, altri badavano alle loro galline, altri pulivano l’esterno della casa, i bambini giocavano per strada. Anna Consiglio, abitava nella Via Capra, per questo, Maddalena e Lucia attraversarono la Via Salerno, pervennero nella Via Santo Cono, dove bevvero dell’acqua alla fontanella, scesero dalla salita Oddo ed attraversarono quasi tutta la Via Capra. La casa di Anna Consiglio, si trovava accanto ad un arco, era un arco molto antico ed anche molto bello, che doveva essere di origine araba, per cui la sua età risaliva alla fondazione del paese. Anna Consiglio non è, che sapeva scrivere tanto bene, ma per quei tempi poteva andare. Era quasi della loro età; il padre mastro Domenico Consiglio, aveva nella stanza accanto, una piccola sartoria. Maddalena dettò la lettera, prendendo anche dei suggerimenti da Lucia ed Anna Consiglio, questo in sintesi, il contenuto della lettera: “Carissimo Andrea, ti scrivo questa lettera, per dirti che, da quando ti ho visto sotto l’arco, ho capito che eravamo fatti l’uno per l’altro, sono belli i tuoi occhi e mi piace il tuo portamento, anche se non possiamo parlare molto spesso, sappi che io pensò sempre a te, che, non mi sembra l’ora che ci sposiamo ed abbiamo tanti figli, tua Maddalena”. Dopo, di avere ringraziato Anna Consiglio, Maddalena, nella Salita Perricone consegnò la lettera a Lucia Borgonuovo. I due poi, scesero nella Via Acquanova, attraversarono la Via Reina e pervennero nella Via Lauro, proprio in prossimità della fontana dei Pileri, si fermarono per pochi minuti, per fare passare Filippo Ingoglia che con due dei suoi figli, accompagnava, una cinquantina di capre, nel recinto dell’Altomare. Già alle otto e quarantacinque erano in Via Salerno; Lucia Borgonovo, prese in direzione della sua casa, che si trovava quasi all’angolo della strada, mentre Maddalena era già arrivata. Lucia Borgonovo, aveva nascosto la lettera nella tasca del paltò, giunta a casa la posò sul comò.

  Frattanto, sempre quella mattina, Andrea Montagna e Gaspare Realistico erano scesi in piazza, perché Andrea, doveva comprare delle castagne per casa; Gaspare Realistico, era amico di Onofrio Cucina, che aveva in piazza una bottega di generi alimentari; gli avrebbe fatto un buon prezzo. In piazza, c’erano molte persone, tra cui alcuni caprai e pecorai che aspettavano il loro turno, per far bere le capre e le pecore, nel bevaio della piazza; quando Salvatore Lista incomincio ad “abbanniare”; perché era il banditore del paese. Salvatore Lista, per divulgare le notizie, si serviva di una cornetta, di proprietà del Municipio; all’udire il suono della cornetta, la gente che era nella piazza, fece silenzio, per sentire la novità.  

LA VIA MENTA

Nel silenzio della piazza, Salvatore Lista annunciò che s’era persa una capra in contrada Menta, che apparteneva a Pietro Palagonia; qui ci fu una risata generale dei presenti, perché quando si perdeva una capra, non sapendo chi la trovava, a chi apparteneva, generalmente, o se l’andava a vendere oppure aspettava una grande festa, per qualche pranzo con tutti i parenti. Il fatto che veniva divulgata la notizia, accadeva perché, era la prassi del paese. Gaspare Realistico, che si trovava in piazza, con Andrea Montagna, sentendo la notizia, disse ad Andrea: “se non mi fidanzo ora, con Giuseppina Palagonia, non mi ci fidanzo più!”. Infatti la capra, apparteneva al padre di Giuseppina Palagonia. Gaspare Realistico, che conosceva, tutti i caprai del paese, pensò di farsi un giro, così, anche se comprava la capra, si sarebbe fatto bello, con il padre di Giuseppina. Andrea Montagna, così, ritornò verso casa, carico di un sacco, di castagne, sulle spalle, mentre Gaspare Realistico, si diresse verso la Via Menta; giunto vicino la Chiesa del Carmine, Gaspare Realistico, andò a bussare, nella casa del sensale Luigi Consiglio; con lui, sarebbe stato tutto più facile; il sensale Luigi Consiglio, disse a Michele Realistico, che nessuno gli avrebbe detto, che aveva nascosto la capra; per cui le consigliò di comprare un’altra capra, che gli avrebbe fatto capitare a buon prezzo; comunque, vista la determinazione e l’amicizia con Gaspare Realistico, si diresse con lui, verso la Via Menta, anche se in cuor suo, Luigi Consiglio, era convinto, che era viaggio perso. Per strada, Luigi Consiglio pensava: con quante capre che ci sono nel paese, perché vuole a tutti i costi comprare questa? Ma! In trent’anni di attività, mai mi era capitato che uno veniva a cercare una capra!  Gaspare Realistico, al contrario pensava: vuoi vedere che c’è arrivato che sono innamorato di una delle figlie di Pietro Palagonia! comunque, arrivarono nel quartiere Menta; così cominciarono a girare nei vari recinti,  dove c’erano le capre e le pecore, a domandare se qualcuno avesse trovato nei pressi una capra; ma tutti, restavano incuriositi, perchè non era mai successo che qualcuno, andava acercare una capra, ed ogn'uno diceva che quella mattina, con il loro gregge, si trovavano altrove.
Frattanto, Pietro Fiume, era ritornata a casa, dal lavoro in campagna, quando sul comò, vide la lettera. Pietro Fiume, che era analfabeta, pensò chi l’avrebbe potuta portare e a cosa servisse, così chiamò la moglie Lucia Borgonuovo. La moglie, disse a Pietro Fiume, che quella lettera, lui, la doveva consegnare, di nascosto, ad Andrea Montagna; in quanto Maddalena se lo meritava, perché era stata, loro testimone di matrimonio. Pietro Fiume, considerando l'ora e considerando che essere anningato era onoranza, decise di consegnare la lettera prima del pranzo; così, si recò nella bottega di Andrea, con la scusa di dover comprare dei zapponi. Filippo Montagna, padre di Andrea, che era in bottega, quando sentì la richiesta, visto che alcune settimane prima, aveva venduto a Pietro Fiume, due zapponi, pensò, "ma chi si nni fa cu tutti sti zappuni!" e andò nel retro della bottega, ad andare a vedere se ne erano rimasti. Fu in quel momento, che nella bottega non c’era nessuno, che Pietro Fiume consegnò la le lettera ad Andrea. Zapponi non ne erano rimasti.

 I PENSIERI DI ANDREA MONTAGNA

Durante la strada del ritorno, Gaspare Realistico confessò a Luigi Consiglio, che avrebbe voluto acquistare la capra, perché voleva come fidanzata una delle figlie di Pietro Palagonia; nel sentire, queste parole, Luigi Consiglio gli disse “me l’avresti potuto dire prima”; allora, Luigi Consiglio disse a Gaspare Realistico di ritornare nei recinti della Menta. In quei luoghi, Luigi Consiglio, invitò, Gaspare Realistico  ad aspettarlo; mentre lui, ritornava dal capraio Andrea Vegna, che era il più anziano di tutti i caprai della zona. Dopo poco, Luigi Consiglio chiamò Gaspare Realistico, intanto che, il capraio Michele Agosto, arrivava nel recinto di Andrea Vegna, con la capra appartenuta a Pietro Palagonia. Luigi Consiglio, riuscì a far fare un buon affare a Gaspare Realistico, visto che il suo mestiere era quello di fare il sensale; così Gaspare Realistico acquistò la capra, che lasciò in custodia al capraio Andrea Vegna. Erano le undici e quarantacinque, quando, Gaspare Realistico, lasciò Luigi Consiglio nei pressi del convento del Carmine, proseguì e salì in direzione del Corso Triona.
Nel frattempo, Andrea Montagna era andato a cercare Gaspare Realistico, quando i due s’incontrarono, per caso, nella Via Colca, vicino la bottega del calzolaio Giuseppe Lucetta. Andrea, racconto a Gaspare della lettera, Gaspare ad Andrea della capra. Quando, si congedarono, Andrea pensava, che Gaspare aveva buttato al vento dei soldi, perché con Giuseppina Palagonia era tempo perso. Per tutto il pranzo, Andrea, pensò a cosa poteva esserci scritto nella lettera, visto che non sapeva leggere. Forse Maddalena, l’aveva lasciato con la lettera, forse voleva prendere tempo, o cos’altro? All’ultimo risolse, che appena finito di mangiare, sarebbe salito alla Maddalena, per vedere se lo zio Vincenzo Montagna, conoscesse qualcuno che sapesse leggere. Nella Chiesa della Maddalena, Andrea, non trovò lo zio Vincenzo Montagna; all’interno c’era solo, il Canonico Agostino Lucetta, che stava sistemando dei vasetti nell’altare maggiore. Andrea, colse l’occasione, chiedendo al canonico se poteva leggergli la lettera; si diressero nella sacrestia. Era una piccola stanza, con a destra un armadio, dov’erano posati i paramenti sacri, mentre sulla sinistra c’era un piccolo tavolino, faceva da sfondo un’immagine della Madonna del Balzo, collocata nel muro dov’era il tavolino. Sedutosi, il canonico Agostino Lucetta lesse la lettera ad alta voce, così, Andrea, fece un sospiro di sollievo e venne a sapere quali erano i sentimenti nei suoi confronti da parte di Maddalena. Andrea, poi, pregò il canonico, se poteva scrivergli la lettera di risposta.
Pietro Palagonia, con i figli Angelo e Saverio, erano intenti a dar da mangiare a delle capre, che si trovavano in una stalla nel Cortile Fontanetta, Giuseppina Palagonia, era seduta al telaio con le sue sorelle Paola, Vincenza e Maria, perché si stavano preparando il corredo, erano a buon punto, la madre Gieseppina Improta, era in cucina, che stava sistemando dei bicchieri in una credenziera, quando, sentirono bussare alla porta. Andò ad aprire, giusto giusto, Giuseppina Palagonia, che si trovò davanti Gaspare Realistico; intanto nevarriava cioè aveva cominciato a nevicare.

IL RACCONTO PAESANO

Era l’undici giugno dell’anno mille novecento dieci, quel giorno, una Luce particolare, dipingeva, il paese di Bisacquino di immagini suggestive, i primi bagliori del giorno, si univano con l’ombra delle case, dove ancora non era apparso il sole, una luminosità nuova, si stendeva su quel paese, con i suoi campanili, i palazzi, le case e le botteghe, che si perdevano tra i viali, le strade e le viuzze che confluivano nella piazza. Andrea Montagna, di lì a poco, con la sua famiglia e gli invitati del suo lato, si portavano  nella Via Santo Cono; c’erano anche Giuseppina Palagonia e Gaspare Realistico, che grazie alla capra si erano fatti fidanzati e tra un paio di mesi si sarebbero sposati; c’era anche,Concettina Isidoro, che per il fatto, che pure Gaspare Realistico s’era fatto fidanzato, aveva optato, per un altro vicino di casa, Francesco Aida e questa volta non se lo era lasciato scappare. Nei pressi della Chiesa di San Francesco di Paola, che faceva ad angolo con la Via Santo Cono, Andrea,  guardò verso la casa di Maddalena, a lui sembrava di vivere in un sogno, gli sembrava tutto così fantastico.
Frattanto, nella Via Salerno, i vicini di casa di Maddalena, avevano finito di lavare la strada, avevano fatto tutti sin dall’alba, molti viaggi, dalla fontana dei Pileri; ora si preparavano a stendere delle belle coperte bianche dai balconi; in fondo Maddalena, in quella strada, l’avevano vista crescere. I bambini, quel giorno non giocavano, erano tutti in fila, vestiti in modo elegante, con  tanti cannistri pieni di petali di rose; tutti gli abitanti della Via Salerno, incominciavano a prepararsi per andare al matrimonio, aspettando di vedere passare la zita. C’era il sole, quel sabato mattina, nella Via Salerno, nel mentre, che arrivò Andrea Montagna con il suo seguito. Maddalena, intanto, era in casa, che stava indossando, l’abito matrimoniale; naturalmente, c’era anche Lucia Borgonuovo che aveva, messo alla luce, alcuni mesi prima un bimbo, che era stato battezzato con il nome di Giovanni.
Finalmente, si aprì la porta della casa dei Belvedere ed uscì Maddalena. Era veramente bellissima, i suoi occhi dal colore del mare si perdevano in quel vestito bianco, tutto ricamato. Andrea nel vederla, era un poco emozionato come tutti d’altronde; gli uomini, presero posto in prima fila, compreso Andrea, mentre le donne inclusa Maddalena, stavano dietro; in tutta la Via Salerno, al passaggio di Maddalena, i bimbi donavano i petali di rose. La sfilata, composta da molte persone, attraversava ora, la Via Santo Cono, scendeva poi la Salita Oddo e giungeva nella Via Capra, poi, scendeva la Salita Giaisi e perveniva nella Salita Perricone; erano ora giunti all’Acquanova e da qui, presero in direzione della Piazza Triona. Durante il tragitto, tante persone in strada o dai balconi, assistevano a queste scene, commentando il portamento di Maddalena, che era molto bella ed anche su Andrea i commenti erano buoni. C’era tanta gente, nella piazza Triona, il suono a distesa delle campane, annunziava il matrimonio. Erano le undici del mattino, quando, Maddalena Belvedere ed Andrea Montagna fecero il loro ingresso nella Chiesa Madre; illuminata a festa, con tante candele accese, sull’altare maggiore. Con gli occhi di chi viene da fuori, entrando in quella Chiesa, Maddalena ebbe l’impressione, in quella giornata, regalata dal Cielo, di raggiungere un sogno; avrebbe voluto piangere per la felicità.
Il Canonico Agostino Lucetta, che era stato invitato da Vincenzo Montagna, per celebrare la messa, fece una bella omelia, parlando dei sinceri sentimenti degli sposi, ma si tenne lontano dal citare il contenuto delle lettere. Fu, al momento che Andrea, passò una fede d’oro a Maddalena, nel mentre che il coro intonò, un bel brano religioso, che dagli occhi di Maddalena, uscì qualche lacrima; erano veramente molto belli, quegli occhi dal colore del mare, con le lacrime di gioia di Maddalena; Andrea per tutta la vita, avrebbe per sempre ricordato quell’attimo, in quel giorno che il Cielo gli aveva voluto regalare. Fu quando fini la messa, al momento degli auguri dei presenti, che Maddalena disse ad Andrea che le sembrava di vivere in un racconto; si, veramente, sembrava tutto un racconto, il racconto paesano.  


Saverio Di Vincenti

Cerca nel blog